Archive del mese ◊ maggio, 2009 ◊

Autore: ninnj
• domenica, maggio 31st, 2009

Un codice comune            (all’amica Valentina Cortese)

Esiste un codice comune ,

fa sue le luci di questo novembre.

Il mondo gli gira intorno,

vi appartiene anche il silenzio,

la parola minima, il dettaglio pronunciati

in un tentativo comune d’intesa .

Poi tutto ci lascia in balìa delle ombre.

Ad ognuno forse è dato  di accordare

il battito all’asfalto, alla pioggia

che istruisce il disavanzo fragile.

del giorno che se ne fugge in fretta.

La senti? è voce nella voce,

stridore di maree, strade che si consumano di passi.

Tu rientri nel contorno di mattini freschi di rugiada.

E’ tua la bellezza ed io l’accolgo come un dono,

Sarà poi l’alfabeto, la parola a dire, a toccare

ciò che discolora.

I nostri giorni hanno suoni frammisti

a dialoghi a distanza, ma noi facciamo

nostra la citta del cuore.

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Autore: ninnj
• domenica, maggio 31st, 2009

Nata a Torino nel 1942

Vive abitualmente a Pisa facendo la spola tra, Torino dove assiste da anni l’anziano padre ammalato, e Viareggio dove vive l’adorata unica  figlia. Una donna di ottimo livello culturale, ex attrice, critico e poetessa, docente nelle Scuole Superiori,  ha dato alla cultura di oggi un contributo letterario di gran pregio, sia nella critica che nel giornalismo e nella poesia. Schiva di natura e molto riservata. E’ però culturalmente una delle poche autrici che ha saputo imporsi nel diorama di oggi  per la sua corretta visione dell’arte e della letteratura. Ha insegnato per diversi anni Letteratura francese.  Ha scritto libri di poesia: Coralità sommerse (Ed: Nuova Europa) e di critica letteraria a Simone Weil:  La phesanteur et la grace (Editrice Giardini), ha molti lavori inediti nel “classico” cassetto, in attesa di essere pubblicati.  Ha conseguito numerosi premi e riconoscimenti.  In passato ha fatto parte di varie Giurie qualificate e di buon livello, nelle cui fila opera tuttora, con molto criterio e obiettività di giudizio. E’ stata componemte della Giuria del S. Domenichino con Alessandro Quasimodo, dei Premi Val di Vara- R. Micheloni e Cinque Terre di La Spezia con Sirio Guerrieri, Guido Zavanone, Ninnj Di Stefano Busà, Giuseppe Benelli, e Ignazio Gaudiosi, fa tuttora parte del prestigioso Premio Le Muse di Pisa nella sez narrativa, con Patrizia Guajana, Alfredo Lucifero, e Alberto Casadei. Inoltre è membro di Giuria nel Premio S. Maria in Castello di Vecchiano. E’ stata intervistata da Marzullo per (RAI 1). Ha presentato numerosi  libri di autori importanti con Oli, Vettori e Sirio Guerrieri.

Autore: ninnj
• martedì, maggio 26th, 2009

Continua a riscuotere notevoli successi il volume: Tra l’onda e la risacca edito da Bastogi della nostra Presidente per la Lombardia dell’Unione Nazionale Scrittori.  Vince nel Premio “Il Golfo” a La Spezia; a Moncalieri nel Premio “Città di Moncalieri”, e a Pisa nel Premio “Le Muse”. Le è stata assegnata inoltre la medaglia d’oro nel Premio Lions Club Duomo-Milano, presenti le Autorità e l’Assessore alla Cultura del Comune di Milano Dott.ssa Benelli. Giurie molto qualificate in tutte le occasioni.

Autore: ninnj
• sabato, maggio 23rd, 2009

di Ninnj Di Stefano Busà)

La filosofia è, in genere, un viaggio intorno a noi, verso quelle teorie vere o ipotizzate che il nostro essere richiede all’intelletto nell’ambito di vita, di morale, di coscienza, di scienza, e sui processi culturali, tendenze sociali, religiose, mutamenti epocali, di gusto, di giudizio. E’ chiaro che ogni epoca ha avuto i suoi filosofi, ma, oggi, ai tempi nostri è ancora possibile pensare alla Filosofia come scienza e studio dell’intelletto pensante e giudicante? Chi si ferma più a pensare, a meditare? a collegare le cose, le correnti, le guide della vita le une alle altre? Non pare esserci più correlazione fra gli insegnamenti e le linee di un tempo, perfino lo studio della filosofia ha cambiato registro.

I giovani pongono ancora qualche domanda (più in generale): chi aveva ragione e chi torto fra i grandi pensatori del passato. Ma è del tutto evidente che in un excursus epocale e nel mutamento stesso dei tempi e delle generazioni si assista a modelli di vita diversificati. Oggi più che mai la filosofia non dà quella risposta che l’uomo della strada si attende:  sono materie difficili la filosofia, la poesia etc; il linguaggio si è andato disertificando accomiatandosi definitivamente da quello che un tempo era la scoperta dell’intelligenza, e dell’intuizione.

L’informatica ha soppiantato tutte le materie che hanno attinenza con il raziocinio. Il meccanicismo e il libertarismo la fanno da padroni in funzione dell’utile. Non è più di moda perdere tempo a dissertare su questa o quella teoria, su questa o quella metafisica che affronti il problema esistenziale dal lato del dolore, della sofferenza, della coscienza, dell’etica. Il mondo ruota entro un’orbita che si è fatta completamente fuorviante ponendoci dinanzi all’estradizione da noi stessi.

Il mondo globalizzato a cui assistiamo, ora, sempre meno, ammetterà di confrontarsi con la coscienza del prima e del dopo.

Tutto si va restringendo  sul piano etico e politico, ma anche sociale ed economico, cioè il rapporto, le dialettiche fra i propri simili diventano sempre più voci nel deserto, senza avventure o aperture d’ali, senza confronti, senza verifiche, perché il tempo è inesorabile: l’umano è soggetto alla perdita del tempo come unità di misura atta a alla ricerca di verità, e il tempo  residuale non dà tregua; è preposto ed esposto al rischio di veder depredata la vita senza averla vissuta, quindi non si rapporta , non si rappresenta nel linguaggio filosofico che prevede tempi lunghi e rapporti collaterali fra simili.

I viaggi intorno al mondo, le scoperte, le ipotesi sono tali da soppiantare in partenza ogni tentativo di scandaglio del mondo reale.

Noi viviamo proiettati nell’irreale, nell’impenetrabile nostalgia dello spirito, che ci rende fragili, spaesati in una terra molto diversa da quella cui eravamo abituati solo sessant’anni fa, ormai un’incolmabile distanza ci rende estranei gli uni agli altri, e mette sempre più inquietudine il fatto che non vi sia più correlazione tra il pensiero e il mondo.

A popolare qualche nostro sogno, a dare qualche guizzo d’ala è solo la Poesia, l’Arte, perché distrae l’atrocità del momento vissuto in solitudine, proiettandolo in un atmosfera onirica, in un sogno che l’uomo vorrebbe fosse attuabile, ma che malgrado tutto resterà tale per mancanza di ossigeno.

La parte più viva del nostro intelletto ne consuma troppo per rincorrere altri sogni effimeri: gloria, successo,  ricchezza. E allora in tale agonia, in tale decadente sistema di linciaggio morale, la forma della filosofia è bandita e ogni accanimento terapeutico è estraneo alla salvezza, inutile al ridimensionamento di una eutanasia in fase terminale.

Ci tocca vivere nel limbo, e non è solo la mia impressione personale, ormai, credo sia la condizione sine qua non in cui ci tocca vivere e il giudizio degli uomini più colti ce ne dà conferma ogni giorno.

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Autore: ninnj
• venerdì, maggio 22nd, 2009

INVITO AI POETI E A CHI PIACE LA POESIA (ingresso libero)

Venerdì 29 maggio alle h.16,00 alla Galleria Reale Via S.Andrea 10/A Milano, traversa Via Montenapoleone, zona S. Babila, sarà presentato il volume poetico. De Senectude et ultra del Prof. Lucio Pisani, già Parlamentare e già Provveditore agli Studi di Como. Relazionerà la Prof: Ninnj Di Stefano Busà

Autore: ninnj
• domenica, maggio 17th, 2009

di (Ninnj Di Stefano Busà)

La contemporaneità corre il rischio di una desertificazione di massa. Chi non ha punti di riferimento, volontà propria e idee chiare asseconda un vento che disperde i semi della cultura, o li orienta debolmente verso quelli che sono i valori cognitivi e prioritari dell’intelligenza e del sapere. Ogni uomo è dotato per sua natura di un quoziente intelletivo almeno di media entità, ma se si lascia inaridire senza apportarvi un minimo di alimento, la cultura, lo sviluppo, la sensibilizzazione  e con essi lo sviluppo cognitivo di ogni individuo tendono ad un deterioramento che può portare alla necrosi del pensiero, alla stasi intelletiva, quanto meno si può assistere ad una desertificazione e ad un allontanamento dallo sviluppo delle idee, dei pensieri e delle memorie che sono il sale della vita.

La tecnologia dall’Ottocento in avanti, fino ai nostri giorni, ha fatto passi da gigante, ma ha lasciato indietro le qualità sublimanti dell’umanità che sono nell’ordine la definizione del suo criterio discernitivo, lo sviluppo e la promozione delle sue cellule cerebrali e l’uso della parola -il linguismo-  che caratterizzano la condivisione delle idee e lo scambio del patrimonio genetico-intellettivo fra i propri simili.

Senza questi elementi l’uomo vive la sua necrosi intellettuale e decade nella scala dei valori, desertificando l’intero patrimonio di conoscenza che,con molte probabilità, ha pure segnato il suo percorso.

Ma come avviene l’elaborazione intellettiva dell’individuo? egli attinge certamente al suo patrimonio genetico/cognitivo, ma sviluppa nel tempo le caratteristiche piene di una (ri)elaborazione culturale che lo porta a crescere.

Siamo circondati dal sapere ad oltranza, da migliaia di libri, da milioni di mezzi interdisciplinari: informatica, internet, rampe satellitari, digitali terrestri etc. che ci portano dritti ad una conoscenza enigmatica, tenebrosa, colma di effetti speciali, di lampadine che si accendono, di imput, di videocips, ma coi tempi che corrono,( accade assai spesso), anche si spengono.

Le turbe di oggi sono questo defilarsi della coscienza e della intelligenza, il non saper o voler più progettare uno sviluppo  -a posteriore-  progredire dall’istruzione primaria, non fermarsi ad un presente che non garantisce lo sviluppo individuale, poiché le facoltà dell’intero sistema cognitivo dell’uomo si arrestano ad uno stadio che vanifica lo studio ulteriore.

E’ come se tutto il sistema si atrofizzasse senza capacità di recuperi. Si vive stentatamente nell’oggi, senza uno spiraglio di luce ulteriore. Del supporto della cultura non si dovrebbe essere sufficientemente sazi, come del cibo lo stomaco per vivere, per star bene, progredire. In realtà le librerie sono stracolme di libri invenduti; vanno al macero tonnellate di volumi obsoleti di tanti autori più o meno validi, che si arenano nella sabbia mobili di una desertificazione senza fine.

Ma altri sono oggi i motivi dell’abbandono della cultura. Anche intellettuali di primo piano amano esporsi in TV a caricature dell’intelligenza, i programmi colti o almeno culturalmente preparati sono pochissimi, si tende a inquinare e contaminare l’intelligenza con aggressivi scenari televisivi, con tolk show, con palcoscenici mediatici che rasentano la leicità, il decoro.

La massa tende alla schizofrenia fra l’individualismo materialistico ed edonistico e il guadagno facile e immediato che, di certo, la vera cultura non dà. Il dramma della nostra cultura è oggi un ripiegamento su se stessa, un pericolo assai fondato dovuto alla mancanza di criteri, di equilibri, di saggezza, ma anche e soprattutto alla diffusione di un modello di vita che da più materialismo che spiritualità, più guadagno e successo, garanzie di risorse immediate, piuttosto che contrappunti di scienza e di intelletto. La sapienza spirituale è divenuta un optional. La contemporaneità offre prodotti di più immediata presa, prodotti luccicanti che aspirano a criteri di valutazione egoistici e meschini, piuttosto che aspettare la fruttuosa eredità del dopo, conviene cogliere l’immediatezza e l’apparenza delle immagini, del presente.

La ricchezza è una scatola chiusa che tutti vogliono scardinare:la trasformazione interiore è divenuta una lotta continua contro la coscienza e il tempo che si fa avaro e ci depreda. La distanza dall’essere a favore dell’avere si accorcia ogni giorno di più e porta le creature del mondo ad appropriarsi dell’attimo fuggente, a proporre come sfida di vita il richiamo materiale in grado di corrispondere alle aspettative con lauti guadagni.

In questo deserto della Cultura, noi guazziamo come pesci fuor dell’acqua, ma quanto possiamo resistere prima di estinguerci? o almeno, le domande più impellenti sono: sapremo impostare la bussola verso un rieducazione delle coscienze? sapremo rispondere alle attese di domani programmando e promuovendo le attese, le aspettative, i programmi  del futuro, senza incorrere nel sistema nichilista che ci sta facendo smarrire  tutte o quasi le coordinate degli umani sentimenti, del buon senso e dei valori che attengono alla palingenesi del processo rigenerativo della specie?

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Autore: ninnj
• sabato, maggio 16th, 2009

di  (Ninnj Di Stefano Busà)

Ai giorni nostri si tende a credere di poter indossare il vestito della laicità solo la domenica. Non è così, per una infinità di motivi che ci portano a considerare il concetto di laicità come concetto di libertà, di privata indipendenza da tutti quei principi confessionali, religiosi e filosofici che sono all’interno delle ideologie della Chiesa.

Vi sono progettualità interne al nostro sistema di vita individuale che non possono essere ignorate, formazioni e culture che intorno al tema del bene e del male non vogliono essere influenzate, perché portano al loro carattere di libertà il vessillo di riconoscimento, la capacità di discernimento, ecomunque, la facoltà decisionale della libera scelta, fissandone il diverso grado di maturità, di stabilità formativa e intelletuale dell’individuo, portato quasi sempre ad invocare il libero arbitrio per farne poi vessillo da sbandierare dove e quando conviene, nei posti e nelle occasioni più impensabili della sua storia privata.

Il termine laicismo ha un’accezione assai vasta, poiché comprende al suo interno molti vistosi atteggiamenti anticlericali, ostili alla Chiesa, così come atteggiamenti più morbidi, fatti di agnosticismo più velato, indifferente al tema di dio, alla sua fede, al suo fine di salvezza soprannaturale. Il processo formativo della persona sa individuare le carenza e le assenze, così come sa interpretare e tradurre la sua più assoluta estraneità al pensiero divino, soprattutto della Chiesa confessionale, troppo rigida nei suoi arroccamenti spirituali,  che persegue la difesa dei valori cristiani nei vari campi della conoscenza: l’insegnamento, la legislazione, la politica, la società, la giustizia, etc.

Soprattutto ai nostri giorni, di un’ingerenza della Chiesa e del clero nei confronti della società civile non c’è affatto bisogno. Il potere della Chiesa deve configurarsi come indicazione programmatica alla salvezza spirituale dell’umanità, non come invadenza nè ostracismo alla libertà degli indivdui (vedi caso Luana Englaro). Gli intellettuali raramente sconfessano la loro natura agnostica per abbracciare ideologie clerico/confessionali di cui non avvertono stimoli. Il termine Laicismo dovrebbe corrispondere a un clima di netta divisione fra i due Enti (pubblico e religioso). Ma spesso contravviene ad un principio di buoni rapporti fra  -politico sociale e privato- , lo zampino della Chiesa.

E qui sta il nocciolo duro. Il contrasto tende ad acuirsi perché intervengono fattori culturali, fra lo stato (diritto civile/politico) e la Chiesa (diritto ecclesiale), che vuole salvaguardare ad ogni costo il patrimoni tradizionale etico di millenni di cattolicesimo. In ogni modo indica quasi sempre l’atteggiamento critico-polemico di certi ceti sociali che si sentono abilitati a differire dalla Chiesa per visuali opposte ad essa. In momenti contingenti possono divenire di stretta correlazione fra le gerarchie ecclesiastiche e la politica vigente, così come può realizzarsi e profilarsi nei contesti totalitari l’insofferenza alla Chiesa e al suo ministero spirituale tout-court.

Sottrarre ad es: la scuola, l’insegnamento all’influenza del Clero, o meglio dire, sottrarre talune categorie ai principi dell’educazione confessionale, equivale a trasferire il potere della conoscenza etico/religiosa alle dipendenze di un potere piuttosto civile che lo ostaggia, laicizzarlo , ovvero farne perdere il carattere sacrale, religioso o confessionale, e altrettanto vale per la parte civile, che equivale, da parte delle istituzioni e dello Stato perdere la liberta civile e i diritti di libera scelta, di cui si faceva cenno più avanti, soprattutto quando le attività culturali o educative lasciano un segno indelebile nella coscienza delle scuole. Ma è in campo politico sociale ed economico che avviene la formazione dei grandi partiti dominant, e la forza dell’esecutivo sta  di fatto nel saper cogliere o meno idee, principi, e regole di vita, che non si ispirino a principi esclusivamente di sudditanza ai dogmi critiani (vedi regimi totalitari).

In altri casi e sono i più, le due realtà si tollerano a vicenda:gli uni regolamentando la base della loro forma confessionale e morale a dichiarazioni libere, al di sopra delle parti, facendo spesso riferimento a concordati precedenti, pur accettando intese e respingendo accuse di favoritismi verso questo o quell’organo di appartenenza. L’ampliarsi di certe forme di censura può costituire un’ingerenza che fa ostile i due rami. E’ ovvio che mostrandosi il Laicismo in evidente contrapposizione con la Chiesa, più netta sarà la reazione degli Organi ecclesiali.

La società civile che non si adegua ai principi confessionali, che vuole autodeterminarsi e autogestirsi non può che essere condannata alla censura da parte della Chiesa. Ma, è altresì vero, che essendo riconosciuta oggi da quest’ultima una certa autonomia di pensiero, ogni concezione a se stante non viene ostaggiata in toto, come avveniva un tempo e , dunque, un dialogo fra il mondo laico e la Chiesa può realizzarsi, senza grandi danni, senza scomuniche come si faceva nei tempi passati, e soprattutto senza dipendere dall’apostolato delle gerarchie ecclesiastiche, per  finta convenienza. Anche il laicato ha il suo decalogo dei diritti/doveri e non può indossare la laicità tanto gridata e sbadierata come un vestito da indossare solo la domenica. Oggi i rapporti sono a fil di lana.  L’intesa tanto auspicata e così faticosamente raggiunta va monitorata e controllata, poiché filamenti delicatissimi determinano equilibri strategici fra le popolazioni e gli uomini che governano, perché i tempi sono cambiati e se entrambi le dualità vogliono convivere senza troppi scossoni, devono venirsi incontro e moderare gli atteggiamenti invadenti ed esageratamente critici.

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Autore: ninnj
• mercoledì, maggio 13th, 2009

di (Ninnj Di Stefano Busà)

Nella quotidianità di ognuno, sembrano entrare di prepotenza, a volte, solo cose minime. Non osiamo apprezzarle, farle  nostre, gioirne in nessun modo, eppure sono quelle che ci inducono ad una maggiore riflessione, ad una serenità nuova, ad un ripensamento di eventi e accadimenti che ci mettono dinnanzi a scelte che altrimenti diverrebbero nulle. Sono quegli attimi sfuggenti che ci qualificano come esseri umani, ci danno la certezza di possedere sentimenti e sensazioni, emozioni e anima. Essi sono la determinazione concreta della nostra temporaneità, del nostro rapporto col tempo che è irrimediabilmente precario, labile, predone dei nostri sogni, delle nostre intime gioie. Sono in realtà le cose minime a fare la differenza: ogni progetto di vita, il porsi in essere di contenuti e programmi futuri passa dalla nostra più o meno attitudine ad assaporare le “pur minime, trascurabilissime inezie”, che in realtà si presentano grandi al momento del disincanto, della delusione, della caduta dei nostri ideali, dei sogni. Allora, quelle piccole/grandi cose ci vengono alla mente per ricordarci un incontro, o un addio, preservare un ricordo, prevenire  una memoria che va verso la sua tragica dimenticanza. Ogni tentativo di rimuovere quelle piccolezze, allora, c’induce ad assaporarle, a rispolverarne il profumo, l’aroma, i colori, la tenerezza. Quante cose minime sono state perse per sempre, sono finite nel dimenticatoio, necrotizzate o annullate come superflue. Eppure, basta un alito di vento per vederle riaffiorare nella nostra memoria, per riammetterle, tutte o in parte, nel ricordo:  Una voragine  ci si apre davanti, sembra divenire insopportabile l’incapacità di trattenerle a noi, farne un supporto di verità interiore, un nodo di saggezza e di prevenzione, perché fintanto che permangono in noi, pur se, inagibili e in parte ignorate o trascurate, esse vivono in noi, fanno parte della nostra esistenza e ci acquietano, perché ci appartengono, ci sensibilizzano ad aver rispetto dell’incomparabile colorazione del nostro mondo, delle qualità più intime e sincere che sono alla base del nostro quotidiano. Come vorremmo che tante cose minime restassero dentro di noi! perché equivarrebbe a non morire, ad avere ancora qualcosa di incolmabile, qualcosa da desiderare, qualcuno  cui riferirci,  cui ancorarci, per non morire lentamente dentro. Sradicare o rimuovere da noi il minimo rimpianto per tali momenti equivale un po’ a scivolare nell’oblìo, nella nebbia dei giorni. Con la perdita del nostro sentire intimo, perdiamo l’attitudine a gustare le leggerezze della vita (già così rare e preziose). Gli attimi fuggenti, le minime sfumature, le dolcezze di pochi momenti sono determinanti per la nostra incapacità di tenere a bada l’incontinenza dei piaceri e il disordine degli istinti, delle pulsioni e delle passioni; possono condizionare un’intera vita e nel sottofondo della nostra incontenibile, perenne, insostanziale scontentezza renderci qualche angolo di serenità o farci assuefare alla noia, alla tristezza e inerzia del nostro essere che si consuma e si appiattisce nella sfera del più profondo disincanto.  Nella corsa compulsiva, avida di possedere le grandi “cose” ignoriamo o cancelliamo la bellezza delle piccole gioie quotidiane, che se non ci ci qualificano, ci danno almeno la certezza di essere vivi, nella condizione di assenza totale di progettualità e di valori, di significati e di forme che è il nostro destino umano.

Autore: ninnj
• domenica, maggio 10th, 2009

profilo biografico

Poeta, giornalista, critico, saggista. Laureata in Lettere, ha due figlie e quattro nipotini. Nata a Partanna. Ancora giovanissima si trasferisce a Milano con la famiglia dove risiede permanentemente . Si occupa di Estetica e di Storia della Letteratura oltre che di Poesia. La sua vasta opera è raccolta in saggi, studi critici e articoli di varia natura. Ha collaborato con qualificate Riviste letterarie:Vernice, Il Corriere di Roma, Silarus, Oltre il muro, Dibattito democratico, Feeria -Tra esodo e avvento- La Vallisa, Poeti e Poesia, Diva e Donna e altre anche straniere.

In Poesia si segnalano sedici volumi pubblicati, quasi tutti premiati in forma inedita con la pubblicazione-premio al Vincitore,  oppure in forma edita a pubblicazione avvenuta.

Diamo i titoli:

Oltre il segno tangibile /1968, ristampa 1987)

Lo spazio di un pensiero (1988 premiato dall’Editore  Gabrieli, Roma)

Quel lucido delirio (1989)

Sortilegio di riflessi (1989)

La parola essenziale (1990)

Abitare la polvere (1990, premiato da Agemina Firenze)

L’area di Broca (1993, tradotto anche in francese)

L’attimo che conta (1994)

Cercatori d’infinito (Belgrado, 1994, premiato inedito)

Anche l’ipotesi (1995, premio Histonium, Vasto con la pubblicazione)

Quella dolcezza inquieta (1997, “Atheste” Regione Veneta 1998)

Le lune oltre il cancello (1998 premio Libero de Libero premiato con la pubblicazione)

Il deserto e il cactus (1998 premio con pubblicazione R. Micheloni, La Spezia)

In altro luogo (2001 premiato a Sanremo)

Adiacenze e lontananze (2002)

L’Arto-fantasma (2005, pref. Giovanni Raboni ,pluripremiato)

Tra l’onda e la risacca (2007, pref. Marco Forti, pluripremiato)

Opere saggistiche e critiche

Il valore di un rito onirico (1989, opera monografica Ediz. Il Ponte, New York)

L’Estetica crociana e i problemi dell’Arte (1996, premiata alla Magra (Sp), G. Parise di Bolzano e Nuove Lettere Istituto Italiano di Cultura di Na, tutti conseguiti nel 1997).

La sua produzione è stata tradotta in francese, inglese, serbo croato. Ha curato diverse edizioni di una prestigiosa antologia contemporanea dell’ultimo Novecento Poeti e Muse. Ha tenuto conferenze in campo nazionale e internazionale, convegni di studio e ricerche sulle poetiche. Molti illustri critici si sono interessati della sua poesia dedicandole recensioni, prefazioni, saggi critici, monografie. A cominciare da Salvatore Quasimodo suo corregionale che la incoraggiò in primis e le avrebbe firmato la sua prima prefazione, (purtroppo non giunta in tempo, per sopravvenuta morte del poeta). Successvamente ha ricevuto riconoscimenti importanti da M. Grillandi, N. Abbagnano, Carlo Bo, Mario Sansone, E. Filippo Accrocca, P. Bigongiari, Silvano Demarchi, A. Capasso, F. Fortini, Emerico Giachery, Giorgio Bàrberi Squarotti, Corrado Calabrò, P. Maffeo, Rosa Berti Sabbieti, F. Tomizza, A. Piromalli, P. Ruffilli, Attilio Bertolucci, Vittoriano Esposito, A. Coppola, V. Vettori, Giovanni Raboni, Marco Forti, F. Ulivi, S. Guerrieri, D. Maffìa, Francesco D’Episcopo, M. Grazia Lenisa e moltissimi altri. Ha vinto prestigiosi premi letterari e conseguito numerosi riconoscimenti per la saggistica, la critica, la poesia. Le è stato assegnato per meriti culturali diploma di benemerenza dall’Istututo Italiano di Cultura di Buenos Aires e dalla Societad Argentina des Escritores nel 1990, il premio “Giano” nel 2006 per la critica letteraria. E’ storicizzata sulla Grande Enciclopedia Letteraria per i Licei e le Scuole Superiori dell’Editore Simone, oltre che in numerose rassegne, antologie, studi critici e articoli che la riportano come una delle più interessanti e autorevoli figure del diorama culturale odierno..

Autore: ninnj
• sabato, maggio 09th, 2009

La poesia di Ninnj Di Stefano Busà si è fatta sempre più alta, sollevandosi dalla liricità al sublime della solenne sentenza, dalla ricerca del significato dell’esistenza alla riflessione più profonda e lucida, distaccata e sofferta delle vicende e delle esperienze attraversate, che talvolta sono riprese, (ri)narrate, (ri)esposte per spiegarne appieno il valore e la perdita, le sconfitte e le tensioni, l’esemplarità e l’inquietudine. Il titolo di questa pregevole raccolta è subito indicativo: QUELLA LUCE CHE TOCCA IL MONDO. La luce è quella della parola poetica: senza di essa tutto sarebbe confusione, incomprensibile caos, impossibilità a trovare valore e verità negli accadimenti così contorti, ambigui, contraddittori per il tempo umano che attraversiamo. La parola, allora, è sempre faticosa, dolorosa, ardua da tirar fuori dal magma della vita per portarla appunto alla luce del mondo, e il testo che apre il libro si conclude proprio in quella che è una dichiarazione di poetica e una confessione di accettazione di pene, tenerezze, grazie e affanni, lacerazioni e suggestioni: “Poeta, grido di sciacallo, pelle d’angelo,/ fiore pesto, t’inventasti la vita/ dall’impasto verbale, fosti tu l’infinito/ della grazia di Dio che tocca il mondo.” Ecco, il programma poetico dell’autrice è di una totalità estrema: tutto ciò che al mondo può essere sperimentato con l’anima e con i sensi, perché la parola è dunque l’infinito strumento che può rivelarlo, raccontarlo, spiegarlo, al tempo stesso alacremente variandone le visioni, le esperienze, le capacità, gli stati d’animo del poeta, di mostrarne l’antica sua eco e la nuova scoperta. La costruzione dei testi si avvale di costanti analogie, per giungere a manifestarsi poi con ricchissime varianti, affermazioni, metafore, visioni, sentenze, similitudine, allegorie, usi e interpretazioni della parola che non mancano mai di stupire. Il punto di partenza è la constatazione di una forma o di un aspetto, di un’emozione, di una suggestione che la natura, la stagione o quant’altro trasmettono al suo repertorio. Un luogo anche minimo che la vita ci propone, e da lì, a poco a poco il discorso si sviluppa, quanto è stato visto o sentito si rivela come un messaggio, un emblema, perché il mondo non è quello che appare realistico e naturale, quando lo affronta il poeta lo sente ingannevole e denso di incognite, caotico, contraddittorio, e non è mai ingenua e sentimentale la poetica che origina da una sensibilità extra, quasi in interiore, scavando nelle ambiguità dell’essere la sostanza fruibile della sua bellezza e del suo canto. La poesia, quando c’è va al di là degli oggetti e delle apparenze visibili, è costituita da Exsempla che sollecitano immediatamente ad essere identificati. La natura si rivela, allora, come una sequenza affollata di segni, di tracce e Ninnj Di Stefano Busà li scopre pressocché sempre quali rivelazioni di malessere, di disagio, pur con le dovute aperture d’ali, pur col minimo segno di luce o di tenebra. Il raffronto fra le presenze naturali delle scoperte è il riconoscimento della condizione umana di pena, il male di vivere montaliano. Penso a Il PUNTO CIECO: “il vento soffia forte sopra il mare./ ha suoni sbriciolati di conchiglia/ grida il suo dolore in vene d’acqua, /una solitudine che strazia i suoi fondali.”Vento e mare sono i dati di un giorno di vita, che sembrano descrizioni, considerazioni metereologiche; invece, per la potenza e la forza del pensiero e della parola, si rivelano subito come visioni metaforiche  di trafitture, di disagio, di pena, che l’anima coglie in piena consapevolezza del suo status, e ne esce profondamente turbata dalla sua condizione di analogia col mare. La metafora della conchiglia, la sua forma perfetta e mirabile non sono la realtà in sè conclusa, ma emblemi dell’eterno dolore del mondo. Continua  la rappresentazione: “Così s’impara la lezione di vivere,/ il punto circoscritto in cui tutto si tramuta,/ tutto diventa leggerezza  di sguardo / perso al mondo”. Svanire è la ventura delle venture, ma è quello che all’uomo non è concesso, ottenerne una spiegazione forse è quello che fa la differenza, perché: “ il tutto è circoscritto da anonimi gravami,/ a tentar luce dalla trasmigrazione/a ritardare almeno un po’ la ruga”. La ruga è l’incrinarsi dell’essere, della vita, il trasfigurarsi nell’altro cielo, quello pacificato e rasserenato che è poi l’aspirazione frequente nel discorso poetico dell’autrice, ma a fronte ha sempre la consapevolezza della caducità, del dolore e della fatica del quotidiano. Nell’ INDISTINTO, testo pregevole, dichiara: “dunque è qui l’indistinto, / è fatto per accelerare i silenzi/ o naufragare nelle mani vuote/ nele malinconie di foce che non sbocca, di eco che non torna, eppure, veglia/ il sonno delle cose, si fa miracolo d’erba/residuo il rinverdirsi lieve a nettare di giorni.”C’è inquesta poetica l’aspirazione a un labile conforto, a un’apertura di luce, pur se il verdetto è: ”Siamo esuli da noi stessi/ con l’abito che mogstra il taglio banale/ senza cuciture né occhielli, /solo per coprire lo stretto necessario.” L’allegoria è particolarmente grandiosa e rivelativa, il nostro corpo è l’abito minimo, perché a stento copre l’anima che aspira all’altezza dello spirito partecipe del divino, e l’ascensione alla trasfigurazione celeste è difficile, precaria, contraddittoria, mai ampiamente conclusa, perché il mondo offre minimi episodi di chiarezza, pochi modelli di perfezione per il conforto del cuore. Per emblemi il discorso di Ninnj Di Stefano Busà giunge all’esemplarità dei concetti. Intorno c’è il turbinare delle apparenze, delle forme e delle vicende della natura, degl’innumerevoli episodi, esperienze umane, e di fronte ecco le sentenze, le verità, le aspirazioni e il dolore. VIVO NEL NON TEMPO è uno dei testi, a mio avviso, più significativi. Non è, (si badi bene) un giudizio e una considerazione sulla propria vicenda di vita e di pensiero, ma la suprema spiegazione più logica della condizione di tutti gli uomini, fra pena che trascina l’anima nella violenza confusa delle situazioni e il volo verso il cielo, cui l’anima semplicetta di cui parla Dante è orientata, ma è la tensione irresistibile, eppure sempre così difficile, faticosa, delusa, ferita. Si espongono i versi:” Vivo nel non tempo, /limbo di trasmutazione, /spirale d’anni a stringere indizi,/ mutazioni d’oro falso/ spese a imparare il respiro della spiga, o dello stelo/ incantati a gemme di silenzio./ Rispondo come posso a questa vita/…/ Sul corpo segni di ferite, /sul volto la cipria aurorale di giunchiglia,/ come Euridice mi volgo indietro,/ mentre mi sbarazzo delle ali.” La costruzione poetica di Ninnj Di Stefano Busà è costantemente dichiarativa, per poi svolgersi fino alla sequenza degli emblemi, delle metafore che tendono ad accogliere da un testo all’altro, e da una raccolta all’altra, gli aspetti e le forme dell’esperienza esistenziale, che si mantengono  sempre a livelli molto alti, (bontà della poesia quando è vera!) con toni sacrali, ma anche dolorosi fino a concludersi in una compresenza di immagini, di indizi che anelano alla profondità dell’anima. Il discorso non è mai dettato dalla vicenda personale del poeta, ma si esplicita come significato universale, per i tempi e i luoghi che sono del tempo stesso di contraddizione, di crisi, di assenza di valori, e quasi privi del tutto del sacro e del sublime. Cito per l’occasione altro testo esemplare: IL ROSSO DEL RUBINO, che inizia da un concetto generale, per piegare quasi subito dopo all’evocazione emblematica e naturalistica dell’inverno, come analogia con l’umano, e proprio con quella stagione che preannuncia il germoglio della rinascita (splendida l’immagine della stella alpina, fiore del gelo e delle Alpi), evoca la melograna come luce che avvampa la vita:”Il nostro andare è tutto in una relativa conquista,/ una piccola distesa verde che fa la differenza, tra il dare e l’avere./ Qualcuno vi respira l’aria rarefatta/ dell’inverno, il mistero di un brivido/ appena percepito che lascia prevedere/ il suo germoglio, la sua stella alpina/ al vertice del suo camminamento./ Lontano si accende il rosso del rubino/ perché il rischio del morire, /non coincida col dolore./La vita si arrota intorno alla pochezza/ del suo tragico specchio, tu lascia che si compia il cupio suo dissolvi/ e detti le linee di confine quell’attimo giocoso,/ il più propizio per non dimenticare”. Questa raccolta poetica è, allora, un supremo modello di varianti che si commisura con l’abbondantissima scrittura del pensiero e delle proposte, uno spartito denso di concetti e di immagini, di indagini e scavi intorno all’esistente e all’assente. La poesia di quest’autrice è un florilegio che si avvale di un ritmo particolarmente efficace, fascinoso, che dà esiti felicemente raggiunti, ma è anche una lezione di poesia per le molteplici varianti che adotta nell’endecasillabo, che a seconda dell’esigenza del discorso, a volte, si contrae o si prolunga, altre si armonizza e si allinea ad un’atmofera intensa, di grandissime aperture che fanno molto riflettere. Un componimento dedicato a Silvio offre una siglia meravigliosa e potente: “Ora vedi, ci sconfigge il nulla,/ un briciolo di pietà forse ci eternerà./ Poi l’alba ripeterà canti nuovi… (il verso riprende i canti nuovi della Bibbia?). E’ il segno che stabilisce in modo forte e deciso la verità della poesia indefettibile, straordinaria, forte e potente di questa scrittrice che, lo andiamo ripetendo da anni ormai, è giunta a segnali altissimi di lirismo.  (Giorgio Bàrberi Squarotti)