Prefazione
Accogliere un nuovo libro come un evento dal quale ricomincia il mondo di un poeta è possibile in un libro come questo, così colmo, intimamente organico, e così se stesso pur nel lungo e celebrato cammino di Ninnj Di Stefano Busà. Giova, comunque, prendere atto di qualche lampo interpretativo degli eminenti maestri che si sono espressi su opere precedenti.(Piromalli, Manacorda, Bàrberi Squarotti, Bertolucci, Forti, D’Episcopo, Guerrieri, Sansone, Tomizza, Ruffilli, Maffìa, e non pochi altri), e poi andare avanti. Non dimenticare, soprattutto, la densa e scavata Lettera-Prefazione attagliata al volume l’Arto-fantasma (2005) della stessa poetessa. Il prefatore è uno dei personaggi più apprezzati del secondo Novecento letterario, Giovanni Raboni, poeta militante, capace egli stesso come pochi di capire altri poeti e di parlarne con avveduta penetrazione e competenza. Certe sue espressioni e formulazioni sulla poesia di Ninnj Di Stefano Busà restano decisive. Per es: “una voce che ha nel suo sfondo il mistero della parola fuori della routine; oppure: “la novità di un modernismo non aberrante, non raggelato da spettrale figurativismo né minimalismo che ne denuncini il disabitato conflitto coi significati interiori più spirituali”. O ancora: un limpido assolo fra i drammi privati e quelli più universali che fanno il consuntivo di una sperimentazione in limine, di ottimo livello”. Infine: “l’impressione di trovarsi in un clima diverso, quasi di sospensione fra la ragione dello strazio e il suo superamento”. Ricordiamo anche la nota con cui l’autrice spiega il titolo, davvero singolare per un libro di poesia, come L’arto-fantasma: “in campo scientifico-medico quella particolare condizione nella quale, nonostante l’assenza fisica, sembra permanere nell’individuo, al di là dell’atti amputativo, la sensazione di reperibilità immanente, di persistente disagio o turbamento, che indichi l’indivisibilità, quale scaturigine di una sua irrinunziabile adesione all’atto unico e irripetibile dell’esistente”. Spiegazione minuziosa, questa, di una ruvida immagine, e quasi allegoria della condizione d’assenza, di un’assenza quasi mutilazione dolente, che è anche al fondo, nostalgia di totalità, aspirazione all’unicità del tutto. Secondo l’autrice, proprio questa è “la condizione della poesia e della parola nell’attuale società tronca, violentemente amputata o che appare tale, assente, eppure ancora vitale nelle rappresentazioni e nelle sensazioni che riesce ad evocare”. Interessante anche l’annotazione, certo come scelta della poetessa, alla coinvolgente riproduzione in copertina di una terracotta di Laura Rossi Ravaioli dal titolo emblematico Decostruita: “indica la bidimensionalità dell’anima divisa e moltiplicata dall’assenza”. E’ stato rilevato a lungo il tragitto della poetessa nel libro precedente, perché Musa generatrice anche di Quella Luce che tocca il mondo risulta la costante assenza in Ninnj Di Stefano, però, “non è disertificazione o estinzione, precisa Raboni. Nostalgia, semmai, dell’Essere perduto, degli Dei fuggiti o nascosti, delle stagioni consumate, che diventa appello alla necessità della parola, o pausa musicale, o respiro di leggerezza e quiete ritmica. Ha forse qualche affinità col vuoto interiore che il guru meditante consegue perché necessario all’auspicata irruzione del divino. Il proposito è ora incontrare senza ipotesi pregiudiziali il nuovo libro nella sua unicità e singolarità, come se si affrontasse un’opera figurativa adespota da attribuire. è un suggerimento di Gianfranco Fortini al quale volentieri mi attengo di fronte a un nuovo testo ancora inedito o fresco di stampa. Stavolta, tuttavia, era necessaria un’eccezione per il grande motivo dell’assenza, radicata nella poetica stessa dell’autrice e nella sua concezione del mondo: averne già nozione e disporre come di un privilegiato frammento di “avantesto”. Che però -ecco- ci introduce già nel nuovo. Che poetica costellazione d’immagini vi ha generato e profuso la nozione-chiave di assenza! Assaporiamone alcune: “vuoto lasciato dalle cose”; “echi senza voce”; “le cose dileguate/ o assenti”: scalmi alla deriva, senza approdi; “la salvezza che non cogli”; “i giorni senza incensi, senza méte; “lande disabitate, indizi cancellati”; “un diario senza pagine”; “giorni che non tornano”; “guizza dall’anima il lamento/per le cose assenti”; “un dire senza attese” etc. Di notevole interesse l’implicito protendersi dall’assenza verso “l’altrove”: una sorta di etimologico exsistere: Forse per tentare voli verso un ipotetico Oltre, “la terra ci fa germoglio d’ali”? L’impari, è perciò tanto più intrepida, sfida della parola e della scrittura al vuoto è comunque un suggello impresso al libro. Eccolo:”le parole sfilano/ e non sanno che sistemarle per poco, /seppure sulla carta, serve a dar loro ancora/un po’ di senso una voce un corpo/ che leghi e perduri oltre l’assenza”. Libro compatto, omogeneo è dunque Quella luce che tocca il mondo. Da recepire e godere come unità. Unità poematica? “Poema lirico-filosofico”, si potrebbe dire con un pò d’enfasi, soltanto se mirasse a divulgare una dottrina e se del poema avesse la struttura, con palesi svolgimenti diacronici. Il suo, invece, è un tempo quasi ciclico, un perdurare di virtuali ritorni ab origine. Assomiglia a ricorsi di stagione: analogia o affinità ad essi in sintonia con la grande natura universale, – niente è uguale ma tutto è simile nelle stagioni dell’esistente/assente. Si articola in riprese, approfondimenti, pur nel costante clima diffuso. “variazioni” si potrebbe dire con allusione musicale (richiami a situazioni musicali sono qui pertinenti e illuminanti). Non su tema unico, come in musica, bensì su un coerente plesso tematico, che ne rappresenta la sua stessa struttura, e la scansione di una fondante concezione del mondo, che corrisponde, mutatis mutandis, a quello che è la tonalità per una composizione musicale. La concezione del mondo non è compendiata né compendiabile in formulazioni (giacché si pone anzitutto come effuso sentimento del mondo). Non proclamata né sbandierata, si accende, e più spesso traspare in controluce, qua e là. Il segno cristiano, accennato appena nella prima poesia del libro (”tu non sai perché questo giorno/ è inchiodato al legno della croce”), compare esplicitamente in Sarà pane, in una generosa visione escatologica: “Gli angeli laveranno il peccato della croce, / il pianto sarà acqua benedetta,/ di Cristo avrà voce la salvezza”. Il sintagma “il cielo sopra di noi/ è un dono che non finge”. L’”esserci” è certa allusione al Dasein di Heidegger: “dunque è qui l’indistinto, il minimale, l’esser(ci)”. I vocaboli :”cose” e il “mondo”ci immettono in aura fenomenologica. Singolare, infine, la ricorrenza del termine “implosione” una sola volta usato il termine “esplosione”/ delle spighe” che richiamano l’estroso monologo di un Amleto dell’era spaziale nelle Cosmicomiche di Italo Calvino. “Esplodere o implodere – disse Qfwfq- questo è il problema: se sia più nobile intento espandere nello spazio la propria energia senza freno, o stritolarla in una densa concentrazione interiore e conservarla ingoiandola. Trattenere dentro di sé ogni bagliore, ogni raggio, ogni sfogo che è come dire soffocare nel profondo dell’anima i conflitti che vi si agitano scompostamente, dar loro pace, occultarsi, cancellarsi: forse risvegliarsi altrove, diverso”. Anche il termine “arsura” (non l’arsura in giro” topica di Ossi di seppia), in quest’autrice è connotazione esistenziale suggerita in diversi modi: nel primo caso tendente a crudezza assetata (”arsure di sensi, volti e nomi”), nel secondo a tensione emotiva, vibrazione:” la parola chiusa nel suo brivido”, o “inesplorati brividi”. Pensiero poetante, dunque? Poesia pensante? Preferibile parlare di concezione del mondo, non sistematica e tuttavia coerente; incarnata, come è proprio del dire poetico, in immagini, in ricorrenze tematiche armonicamente variate e in una felicità ritmica e metrica senza sbavature, commisurata al respiro del contemplare, del meditare e del rammemorare. Raboni suppone, almeno per quanto concerne il libro da lui prefato.:”aspetti e suggestioni della poesia meridionale del Novecento”. Nel libro che qui ci si offre, una sola volta è ricordata la Sicilia natìa: “la mia terra di zagare e uragani”: “Tratturi” ci trasportano al pastorale Sud abruzzese pugliese molisano:”respiro lento di fiumi a segnare tratturi etc. “Chitarre” potrebbero evocare -ma è soltanto una supposizione- l’area della “matrice mediterranea”di cui ha parlato Raboni: “Vegliano chitarre nelle aie estive”, in Paese senza tempo (poesia d’alta pregnanza!) che ritorna in “Quella forza”: Una memoria, un fuoco hanno i giorni appesi/ alle chitarre d’infanzia” che per il contesto melodico e ritmico, con quegli adagi e larghi, magistrali enjembements, ci fa immaginare un orecchio che abbia assimilato la vitale lezione metrica del Quasimodo postbellico, in cui più di un poeta del Sud ha riconosciuto una misura congeniale. A volte offrono spunti propizi avvii come: “Ogni giorno è votato al suo silenzio”, oppure “Silenziosamente tutto splende e ancora” “D’altro naufragio è l’età che non torna” di vago sapore ungarettiano. Tra i maestri capitali di Ninnj Di Stefano Busà, con l’eco del quasi proverbiale anello che non tiene, presente nel verso:”e il rammendo non tiene. Tutto è stato”, e anche altrove. Non manca il “varco”, forse non immemore di quello esemplare della Casa dei doganieri. “Questo varco, la sua ipotesi/ ti porti dentro/ il mondo è racchiuso in sé, senza varchi provvisori”. Parecchie poi e non necessariamente montaliane le altre ipotesi di Ninnj, le condizioni temporali, le occasioni: “Le occasioni poi scorrono in un fluire/ d’acqua e neve…” Infine il Tempo, altro elemento portante dell’universo e non solo immaginario e semantico di questo libro. La parola tempo vi compare a più riprese, come anche il silenzio, ma per lo più al pluraleLeopardi, con i suoi sovrumani silenzi ha suggerito un orizzonte di spazialità. Ecco due significativi endecasillabi: ” L’eco è breve, gia chiama dai silenzi” e “albe chiare ritornano ai silenzi” e poi c’è il -vento -”che muta le sembianze” “odissea di vento”. La spiegazione meramente statistica delle concordanze, già in sé stimolante, è in sé un altro avvio, una prima chiave. Uno dei piaceri del testo, che è quello di esplorarne percorsi e sensi per goderne la poliedrica compiutezza, si accresce nel riconoscere le metamorfosi semantiche dei segni, il loro combinarsi, intrecciarsi e corrispondersi per dar vita alla sinfonia del tutto. Un tutto, in questo caso, segnato fortemente dalla luce, forse proteso verso la luce. Di Fronte ai segni all’ombra: ” E’ troppa l’ombra che ti passa / addosso e ti nega il profilo del sole” ecco la luce che già signoreggia dalla posizione potente del titolo del libro. Evidentemente non si tratta soltanto di una parola-nucleo, ed è più che un tema tra altri temi. La tradizione biblica, e soprattutto neoplatonica e mistica, è così impastata nella cultura europea, nell’anima europea, nel nostro immaginario, che non è facile dissociare la luce dal senso del divino e dell’assoluto. Dal I secolo in poi si forma la metafisica della luce, in cui avrà notevole parte Dionigi Aeropagita, poi il francescano di Oxford Roberto Grossatesta col suo De luce (”la prima forma corporea è secondo me la luce”) contemporaneo del luminismo trionfale del Paradiso dantesco. Poi, l’elemento poetico della luce nella pittura europea, soprattutto da Caravaggio in poi, e ancora ad es. “il lungo viaggio verso la luce” di poeti come Mario Luzi, più che mai poeta della luce da Per il battesimo dei nostri frammenti al Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini. In questo libro il segno luminoso ha valenza per lo più positiva: “evoca spore in attesa di luce”, “a tentar luce mai vissuta”, “generiamo luce d’amore , “L’emergenza di luce, “epifanie di luce”etc. E quando è negata è forse anche nostalgia e sgomento per una pienezza ontologica minacciata o perduta, e perciò implicitamente riaffermata.Per concludere la prefazione luminosamente si può ricorrere a questo verso (ancora un endecasillabo!), che sembra renderci partecipi alla tensione spirituale del libro: “ognuno porta l’onda di una luce”, il più alto livello che si possa raggiungere in poesia. (Emerico Giachery)