Archive del mese ◊ giugno, 2009 ◊

Autore: ninnj
• lunedì, giugno 22nd, 2009

Si è tenuta la Terza edizione del Premio Internazionale di Poesia e Narrativa “Don L. Di Liegro

Grandissima affluenza di pubblico e di autori interessati alla Poesia sabato 20 giugno alla Sala della Provincia di Roma. La Giuria presieduta da Antonietta Tafuri, con Ninnj Di Stefano Busà, Luciano Pizziconi, Nicla Morletti, Giannicola Ceccarossi, Franco Greco ha selezionato Autori di primo piano in Poesia. Sono risultati vincitori: Paolo Sangiovanni, Carla Baroni, Giovanni Caso, Rosa Spera (fra gli autori italiani), tra gli stranieri è stata scelta la romena Veronica Balaj che ha alle spalle una lunga carriera letteraria in poesia, prosa e giornalismo, tradotta in diverse lingue.Il premio bandito,  quasi per caso, dalla nipote prediletta del grande sacerdote e umanista “Don Luigi Di Liegro”, ha visto aumentare di anno in anno il successo dell’iniziativa, fino a diventare un vero appuntamento con la cultura internazionale. Fra gli intendimenti degli Organizzatori vi è infatti il progetto di estendere e interscambiare la cultura fra i popoli attraverso il messaggio dell’arte e della Poesia in particolare.

Autore: ninnj
• mercoledì, giugno 17th, 2009

Edda Ghilardi Vincenti, poetessa, narratrice, saggista, risiede a Bergamo. Docente di Lingue Straniere anche presso corsi universitari, si occupa soprattutto di poesia.

Ha pubblicato una decina di raccolte conseguendo premi e segnalazioni notevoli. E’ presente in varie antologie importanti, in Storie della Letteratura e in rassegne nazionali e internazionali. Hanno scritto di lei i critici di un certo valore: Manrico Testi, Ninnj Di Stefano Busà, Rodolfo Tommasi, Fulvio Castellani ed altri. Collabora a riviste di rilievo come Poeti e Poesia, La Nuova Tribuna Letteraria, Bacherontius e varie altre.

Autore: ninnj
• martedì, giugno 16th, 2009

Antonio Spagnuolo

E’ uno dei massimi esponenti della poesia degli ultimi decenni. Nato a Napoli il 21 luglio 1931, dove tuttora vive e opera. Presente in mostre visive nazionali ed estere, collaboratore di riviste prestigiose come Gradiva, Hebenon, il Cobold, l’immaginazione, Poiesis, Polimnia, Terra del fuoco ed altre. Ha diretto la collana “l’assedio della poesia” e attualmente “Le parole della Sibilla” per l’Editore Kairòs); intrattiene in internet un salotto letterario in cui ospita autori importanti e recensisce le loro opere. Di lui si sono interessati numerosi critici di prestigio tra i quali: A.Asor Rosa nel “Dizionario della Letteratura italiana del Novecento” e nel vol: Letteratura italiana Ed. Einaudi 2007, molti altri lo hanno recensito e hanno stilato note critiche, giudizi e prefazioni sulla sua poetica come L. Fontanella, M. Lunetta, G. Manacorda, G. Raboni, C. Vitiello e molti altri. Ha pubblicato numerosi volumi di poesia.

Ore del tempo perduto (1953);

Rintocchi nel cielo (1954)

Erba sul muro (1965 pref. G. Salveti)

Poesie 74 (1974 pref. D. Rea)

Affinità imperfette (1978 pref. M. Stefanile)

I diritti senza anime (1978 pref. M. Grillandi)

Angolo Artificiale ( 1979)

Graffito controluce (1980 preg. G: Raboni)

Ingresso Bianco (1983)

Le stanze (1983 pref. C.Ruggiero)

Fogli dal calendario (1984)

Candida (1985 pref. M. Pomilio)

Infibulazione (1988)

Il tempo scalzato (1989)

L’intimo piacere di svestirsi (1990)

Il gesto- le camelie (1991)

Dietro il restauro (1993)

Attese (1994)

Io ti inseguirò (1999)

Rapinando alfabeti (2001 pref. Plinio Perilli)

Corruptions (2004)

Per lembi (2004)

Fugacità del tempo (2007 pref. Gilberto Finzi)

Fratture da comporre (2009, Edit. Kairòs)

Numerose pubblicazioni dell’autore sono anche in prosa: Monica ed altri; Pausa di sghembo;Un sogno nel bagaglio; I volumi per il teatro; Il cofanetto, La mia amica Morel. Antonio Spagnuolo è anche un critico di talento, ha recensito finora 4744 autori: Ha vinto numerosi Premi importanti ed ha ricevuto diversi conferimenti al merito letterario.


Autore: ninnj
• lunedì, giugno 15th, 2009

di (Ninnj Di Stefano Busà)

Tentare di emarginare la Poesia tenendola a distanza dalla struttura mentale, fantasiosa (qualche volta) anche alogica della propria individuale personalità è cosa alquanto inutile. Vessatoria per chi non la vuole considerare un frutto del patrimonio culturale dei popoli, del proprio ingegno e della propria creatività. L’uomo nasce in sè col germe naturale della Poesia, il venire al mondo, quell’attimo stesso in cui vede la luce, emette il primo vagito disperato o felice è da paragonare alla prima alba del mondo. Più tardi, ne avvertirà il differenziale vitalistico che preme sull’anima per voler uscire allo scoperto: l’uomo vorra dire qualcosa, esternare le proprie visioni sul mondo che lo circonda, cogliere immagini di bellezza in un linguaggio differenziato, non banale nè asfittico, l’uomo vorrà sempre tentare il volo, librarsi con la fantasia, esprimere le sue suggestioni/emozioni in un’orbita che è tendenzialente dell’area poetica, se non si vuol cadere nel banalissimo blablabla del quotidiano grigiore e del proprio isolamento/solitudine.

La Poesia è quel tratto peculiare che ci differenzia, ci fa sentire più umanizzati, più spiritualmente pronti ad accogliere la gestazione del mondo che non ci propone vitelli grassi, ci mette dinanzi tutte le nostre debolezze, le nostre conflittualità, le carenze, gli errori, le assenze, le fragilità, il dolorante percorso della crescita e dell’attraversamento del nostro territorio intimo, caratterizzato da lacunose e assillanti strategie di sopravvivenza. Il disincanto sembra la regola comune, il valico in cui andiamo ad incagliare le nostre sofferenze per derimerle, per  differirle dal mondo, per procrastinarci un alibi di <stelle>.

Ecco, allora, la Poesia. Essa intesa come elevazione del pensiero da un mondo asfissiante e monotono, ripetitivo e incurante dei nostri desideri, dei nostri bisogni, dei sogni.

Dall’area memoriale riusciamo a delimitarci uno spazio di Luce, in quel cono di luce residuale entriamo con tutte le nostre aspettative, con le nostre speranze, i dubbi, le divergenze che assillano il progetto-uomo, fino a farlo divenire una macchina, un robot fatto di marchingegni devianti e pericolosi per la psiche e l’anima. In questo deserto dei Tartari, la Poesia si espone al ludibrio di chi non la comprende e non la adotta come rimedio anestetizzante, come fattore di conciliazione e di armonizzazione fra il mondo e il caos esistente: come un fiore che sboccia alla rugiada del mattino, fresco e aulente fatto di riflessioni e di levità che ineriscono al segno, alla scrittura, la Poesia  diventa altro da sé, irrompe la necessità poetica dentro infimi segnali di degrado, dentro le miserie dell’umanità col solo fine di rendere meno disagevole la sosta terrena; ed è un intermezzo di armonie esaltanti e di fantasmagoriche promesse: indagine storica di un percorso che ci vede come principali attori su un palcoscenico inesistente. E infatti, per molti, per tantissimi figli del vuoto e della paranoia esistenziali la poesia è  -perdita di tempo-  un linguaggio destinato al vento, pronto a smarrirsi in luoghi senza tempo, senza anima e senza visione dell’oltre. Nella Poesia la stragrande maggioranza dei detrattori intuisce un pericolo, che è quello di inchiodarli ad una riflessione che essi non vogliono, non cercano, non amano. Perché li mette dinanzi alla vacuità del piano analogico della realtà, che li affligge e che essi sfuggono per non restare intrappolati in pensieri cui, loro malgrado, non sanno dare risposte.Il poeta non ha paura del rischio, s’inoltra nei meandri di una vicenda trascendentale che lo stimola. Anch’egli non sa dare risposte, ma le indaga, le scava, le cerca come il rabdomante l’acqua del sottosuolo.

Il mondo gira intorno agli inermi, ai guastatori della Poesia perché non sanno spiegarsi la ragione del Mistero: la poesia è soprattutto mistero,  dell’elaborazione individuale che ci viene da qualche fonte di energia sconosciuta, in secondo luogo delle caratteristiche peculiari che la rispecchiano e la compongono, facendone una ragione stessa del percorso umano, un binario preferenziale di scorrimento che è per tutti intriso di dolore e di speranza, essa ne fa materia di canto, volo d’albatro e stemperanza di un non ben identificato territorio dell’oltre, ma anche se il dolore per il patimento subìto risulta la sola logica esistente, la poesia serba la  speranza dell’aldilà, della Luce che ci aspetta,  ci indica un gradino superiore di esistente e, infine della corsa, ci dà un’ipotesi di fede, di Eternità. Qui, interviene la necessità di spiegare in termini meno grevi tutta l’importanza vitalistica di un far poesia in termini di elevazione spirituale e di arricchimento. Non si può immaginare cosa meno avvilente e più superflua di un far poesia a freddo, a tavolino. Il risultato è quello di denigrare la parte migliore di noi stessi, caricandola di tutte le vessazioni, umiliazioni e strabismo di cui siamo capaci, pur di non determinare un solo plauso alla poesia che vale. Il poeta sfida il mondo, il poeta sa aspettare, il poeta s’interroga sulle reali condizioni del vivere e del morire, usurpare sul piano logico delle aspettative umane il poeta è come togliere acqua dal mare. Il sorso dissetante lo troverà sempre in se stesso, non gli verrà offerto nè s0ttratto dall’incuria e dalla diffidenza/indifferenza del mondo che vedrà in lui il    <diverso>  dal punto di vista emozionale e intellettuale.

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Autore: ninnj
• sabato, giugno 13th, 2009

Non Musa, ma Dea (a Ninnj)

Olimpica dea della Poesia,

d’inusitata levatura i tuoi versi,

ricchi d’echi echeggianti

e palpiti amorevoli.

Tu non musa ma Dea,

pregna linfa di oniriche emozioni,

di memorie e sensazioni solari.

Critico valente in cerca di allievi di Calliope,

infondi loro brama di poesia

e ne sei lieta, quando l’alunno

ti diviene figlio;

tu dolce madre, moglie paziente,

e nonna felice accogli nel tuo seno

la poesia dell’umanità,

l’amore dei poeti tuoi discepoli

e il mio particolare, non di valenza lirica,

ma di grande amica.

Tu che non sei solo Musa, ma Dea. di (Serena Siniscalco)


Il tempo dei bilanci verrà dopo    (a Ninnj )

Ti dico grazie, Ninnj,

per l’ospitalità che pretendo

telefonandoti: …”vengo a Milano

e come sempre veloce   -l’abbraccio tuo all’aeroporto-

Così, riprendiamo a raccontarci

del come eravamo, all’oggi del siamo nonne.

Non ci permettono dimenticanza

i tuoi versi i miei versi

letti o riletti in soste non previste

di questo scorrere-esistere

sui binari del banale e del dolore.

Rampante l’era tecnologica

li giudica spiccioli di niente.

Il tempo dei bilanci verrà dopo,

se un nipote tralasciando per attimi il computer,

leggerà una pagina mia… tua

se emozionato, si sentirà invogliato a meditare.

Allora il nostro vivere/scrivere

avrà il suo alibi di stelle.                                   di (Gianna Sallustio)

Autore: ninnj
• martedì, giugno 09th, 2009

di (Ninnj Di Stefano Busà)

In una società nella quale si sono persi i valori e i significati più profondi e umani, sta accadendo un fenomeno di gruppo, detto branco, con le devianze e le caratteristiche di una vera patologia sociale. Il fattore che si è andato delineando e sviluppando in questi ultimi anni è  l’assenza totale di equilibri psicologici che fanno di questi giovani sbandati una piaga per la comunità. Il malessere si è andato allargando a macchia d’olio, causando violenza e disperata solitudine nella gioventù bruciata dei nostri giorni. Quelli che fanno branco, stuprano e uccidono sono ormai divenuti un fatto di costume e di malessere preoccupante.

La droga e la noia sono deterrenti per la frustrazione e l’alienazione di questi figli di satana, che scorazzano a volte indisturbati mescolandosi tranquillamente alla gente comune. La droga è un fattore di rischio indefinibile e sottile che s’insinua nella loro anima, facendo perdere loro il controllo della situazione. La droga a molti di essi ruba la libertà e la coscienza, perché instaura nella loro realtà sogni e situazioni ideali che altrimenti non avrebbero modo di essere. La stessa psichiatria che scava nei meandri della psiche ne rimane a volte sconvolta. Come ad es. il caso di Pietro Maso che uccise i genitori per soldi e per fare la bella vita. Questa potrebbe essere la chiave interpretativa del disagio psicosomatico che attanaglia molta gioventù. Ma non basta per capire chi muove i fili e le competizioni di questi diseredati: l’ambiente, l’educazione, la famiglia vi rientrano, ma certe volte appena di striscio, e suppongo non siano in grado di giustificare  gli elementi di malessere e di frustrazione che muovono le loro menti spingendoli a comportamenti indecenti, corrotti e rabbiosi.

La sede del loro squilibrio mentale è piuttosto da ricercare nella patologia malata di protagonismo dei nostri giorni. Bisognerebbe indagare sul risvolto psicopatico del loro carattere, per estrapolare quegli elementi devianti e allucinanti della loro personalità.  Ma, una cosa è certa. Il fenomeno è inquietante: stanno esplodendo le violenze del branco, perché? Ogni giorno assistiamo a situazioni border line che hanno la caratteristica di accumulare debiti di violenza sempre più deliranti e accesi. I giovani sono frustrati, annoiati, pieni di rabbia e di livore verso tutto e tutti. Da dove origina questa rabbia che esplode in episodi  di atrocità inaudita?

I ragazzi che si riuniscono in branco sono frustrati, perché le condizioni della vita non sono fra le più facili, vivendo continuamente in ambienti competitivi che li portano ad essere giudicati in modo spietato, essi si crogiolano nel brodo della loro nefandezza, quasi a giustificare la loro condotta esplosiva con assassini e stupri di gruppo, venendo  in qualche modo a scaricare nella società il disastro motivazionale della loro aggressività con un’azione che non abbia un solo responsabile, ma tanti, quale effetto di una degenerazione socio/culturale, che se non li assolve, ne attenui il dramma, facendoli apparire vittime di episodi epocali che in qualche modo li desponsabilizzano,  riempiendo la loro testa di motivazioni che scaricano il loro io deviato e patologico.

Ma perché il branco? ci si chiede di sovente.  I ragazzi che si muovono in branco hanno la caratteristica di assecondare un capo che li guida, essi sono succubi di situazioni di degrado e di alienazione.  La risposta sta nell’accelerazione di una spinta eversiva che vive dentro di loro e li risucchia, li rode come un cancro, essi non sarebbere singolarmente capaci di decidere e muoversi liberamente, a volte la droga e la bassa levatura del loro stato culturale ottundono in loro ogni senso del giusto, del vero, del decente, ogni sentimento e ogni consapevolezza del danno procurato: insieme, invece, trovano il coraggio di compiere misfatti di cui al singolare non sarebbero capaci.

Il branco solleva la responsabilità del singolo, mette la maschera alle loro nefandezze, li nasconde, sotto il profilo psicologico, li sottrae (pia illusione!) all’immagine deviata di se stessi. Inoltre, trasforma gli atti di violenza in giochi senza frontiere, li assolve da qualsiasi correlazione col mondo esterno, li priva di coscienza. Il fatto che oggi abbiano tutto per divertirsi, che venga concesso loro ogni mezzo, anche economico, per realizzare i loro capricci, accumula in loro un tale debito di violenza che vogliono scaricare sugli altri, sul prossimo, in molti casi sui più deboli., il lato oscura della loro psiche ammalata. Il branco di Nettuno ad es. ha dichiarato chiaramente: “ abbiamo fatto fuori un immigrato di colore per divertirci”. La normalità dei gesti non li attrae più. Intanto, risulta compromessa da una sorte di delirio di onnipotenza, si atteggiano a bulli di quartiere, si mettono al servizio di altri scellerati che li portano  a compiere atti scellerati, delitti efferati per distinguersi, fare il salto di qualità. Perciòhanno bisogno di gesti eclatanti, di comportamenti ad effetti speciali, gesti di ferocia mai sperimentata prima:stupri, seriali,  rapine le più pericolose e violente che siano mai state registrate.

Sembra allora che la società muova in loro una spinta propulsiva verso atrocità per competizione? Sollecitati da una reazione a catena che li spinge sempre di più ai margini e chiede loro il martirio dei più deboli, essi avanzano in branco, senza una visione chiara  di quello che li aspetta. L’elemento che contraddistingue un branco dalla normalità è che il gruppetto di diseredati risponde direttamente a un capo, a un leader, di solito più grande di loro e più disperato, che detta la linea di condotta, spesso vive all’esterno del gruppo e conduce una vita agiata,  ma annoiata, sa osare più degli altri e più d’ognuno sa condizionare e comandare le menti dei più deboli che finiscono col fare i gregari del facinoroso, con esiti straordinari dal punto di vista delle atrocità.

Il dramma è che questa gioventù bruciata, questa turba di reietti e sconfitti sono dominati da una turbolenza aggressiva che li distingue, presi singolarmente questi scatenati  possono  apparire calmi e pacifici come  agnellini, tranne poi passare alla furia diabolica  e paranoica, che li estranea e li fa relitti in una società che li respinge. In gruppo diventano iene, belve assetate di sangue. Il segnale d’allarme è fra i più sintomatici e preoccupanti perché può aggredire la nostra generazione in una forma di devianza sempre più delirante e invadente, creando sconfitte sociali difficilmente recuperabili nel tempo e, tali da dover correre ai ripari nell’immediato, visto che il fenomeno è in crescita propulsiva e sta funestando tanti giovani menti malate, finendo col contagiare  altre giovani vittime.

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Autore: ninnj
• lunedì, giugno 08th, 2009

Ivan Fedeli, Lucio Pisani, Giorgio Bàrberi Squarotti, Guido Zavanone,VenieroScarselli, Antonio Coppola, Giovanna Colonna, Sirio Guerrieri, Giancarlo Borri, Corrado Calabrò, Lia Bronzi, Angelo Manuale, Antonio Spagnuolo, Paolo Ruffilli, Silvana Giacobini, Emerico Giachery, Dante Maffìa, Raffaele Crovi, Claudio Mancini, Giancarlo Borri, Giovanni Barricelli, Sandro Gros-Pietro, Vittoriano Esposito, ArturoEsposito, Ignazio Gaudiosi, Rossano Onano, Silvano Demarchi,  Attilio Bertolucci, Giuseppe Addamo, Gianni Baget Bozzo, Ada Biagini, Enrico Bonino, Rosa Berti Sabbieti, Dario Bellezza, Gina Bonenti Mira D’Ercole, Alberto Caramella, Carmelo. M. Cortese, Sabino D’Acunto, Francesco Belluomini, FabiaBaldi, Alberto Cappi, Marina Caracciolo, Gianni Rescigno, Rino Cerminara, Rodolfo Carelli, Angelo Lippo, Luciano Roncalli, Francesco Dell’Apa, Emanuele Pasquale, Vico Faggi, Giovanni Caso, Giovanni Chiellino, Gianfranco D’Ambrosio, M. Grazia Lenisa,Liliana De Luca, R. Degl’Innocenti, Giovanni Raboni, Vittoriano Esposito, Fabio De Mas, Cristina di Lagopesole, Francesco De Napoli,Mara Faggioli, Eugenio Grandinetti, Vittorio Vettori, Maria Racioppi, Marcella Artusio Raspo, Cesare Ruffato, Nazario Pardini, Laura Rossi Ravaioli, Alberto Gatti, Filippo Giordano, Francesco Grisi, Ettore Mingolla, Nico Orengo, Edio Felice Schiavone, Rosa Spera, Antonio Spagnuolo, Enza Sanna, M. Luisa Toffanin, Liliana Ugolini, Salvatore Veltre, MarioViola, Miranda Clementoni, Massimiliana De Vecchi, Daniele Giancane, Pasquale Maffeo, Vincenzo Rossi, Gianna Sallustio, Antonio Piromalli, Adriana Scarpa, Giovanna Vizzari, Giuseppe Benelli, Lina Angioletti, Ugo Stefanutti,  Rudy De Cadaval, Pasquale Martiniello, Ines Marone, Stefano Fusaro, Edda Gherardi Vincenti, M. Adelaide Petrillo, AldaMerini, Gianni Ianuale, Serena Siniscalco, Adriana Notte, Anna Maria Monchiero, Lorenza Rocco, M. Di Biasio, Milo De Angelis, DomenicoDefelice, Alberto Dell’Aquila, Alberto Frattini, Paolo Valesio, Elio Fiore, Maurizio Gavinelli, Carmine Manzi, Salvatore Veltre,  Ines Betta Montanelli, Roberto Mussapi, Alberto Mario Moriconi, Angelo Mundula, P. Pancaldi Pugolotti, Davide Puccini, Andrea Rompianesi,Ugo Stefanutti, Santino Spartà, Matilde Tecchio, Pina Vicario, Claudio Villatora, Aldo G.B. Rossi, Rino Cerminara, G. Bonomi, Lina Braga, Enzo Cavaricci, Piera Bruno, Antonio Crecchia, Elio Andriuoli, Simonetta Conti, Francesco D’Episcopo, Francesco Fiumara, Mario Viola, Alessandra Marziale, Giovanni Romeo, Raffaele Starace, Gianfranco Arlandi, Nicla Morletti, Claude Fouchecòurt, Rudy DeCadaval, Neuro Bonifazi, Novin Afrouz, Italo Bonassi, Viviana Coruzzi, Pietro Civitareale, M.Grazia Lenisa, Alberto Dell’Aquila, Lida DePolzer, Gigi Gherardi, M.Grazia Maramotti, Benito Ferraro, G. Villa, R. Pasanisi, A.M.Ratti, M. Tecchio, Ferruccio Ulivi, V. Sommovigo Conturla, Lucio Zinna


Autore: ninnj
• lunedì, giugno 08th, 2009

di (Ninnj Di Stefano Busà)

Grande sconcerto e inquietudine sta rivelando il rafforzamento e l’imbarbarimento dell’occidente. Il declino della nostra civiltà appare sempre più un’alba sconvolta da un’alchimia nefasta: l’immaginazione cerca la luce, ma sembra ritrovare quella artificiale, delle balere, dei night, delle luci rosse, dei lustrini e di tutti i  giochi pirotecnici della nuova civiltà del postmoderno. La lunga storia del Cristianesimo ci ha dato la chiave rivelatrice del dolore del mondo. In tempi antichi Roma aveva dovuto affrontare le immani sciagure, i lutti e le devastazioni dei barbari.

Oggi, alle soglie del Tremila, ovvero, a neppure duemila anni dall’avvento del Cristianesimo, l’era tecnologica avanzata e le trasformazioni della soocietà stanno tracciando  una nuova tappa filosofico/storica della specie, trasformando nuovamente in era barbarica  la condizione dell’intera umanità. La nostra civiltà è assediata da contraddizioni, avidità e ingiustizia. Ogni cosa sembra affrancarsi ogni giorno di più dal buon senso. La catabasi introduce una singolare riflessione intorno alla vita e alla morte, che vengono chiamate a testimoni di una dimensione superficiale, eterogenea ma non prodigiosa dell’elemento uomo sulla macchina. Il continuo logoramento del tessuto sociale si esprime in maniera esponenziale verso un non esistere, lanciare uno sguardo abbrutito verso la trasmissione di quei valori che potrebbero ancora salvarci.

Disfarsi della zavorra accumulata nei secoli è impresa assai ardua, non ne intravediamo apertura alare, né recuperi a breve scadenza: la verità viene fraintesa, relegata a ruoi marginali, perché scomoda, soprattutto viene  -anestetizzata-  la sensazione della perdita, la consapevolezza elusa produce infine l’ottundimento dell’inconscio yunghiano, andando a cozzare contro i mostri che  noi stessi generiamo.

Ne scaturisce una forma mentis che vigila solo il prodotto più alieno del pensiero nel quale lo spazio-tempo viene annullato, ridotto a brandelli o anestetizzato per una corsa a ostacoli, senza vincitori né vinti, solo  -perdenti – perché la tensione è tutta rivolta verso la ricerca inesausta di cose che mortificano l’io e lo fanno schiavo di un progresso effimero e insincero che crea irrequietezza e tormento. Il nostro vivere non è più un itinerario di fede , uno scandaglio dell’anima fra la terra e il cielo, ma un mastodontico Moloc che inghiotte ogni moto raziocinante e induce alla frammentazione e alla violenza ogni germoglio di bene.

Il deserto si para innanzi a noi; si addensa sempre più sugli orientamenti interpretativi della condizione umana, provocandone un dolore più intenso e diffuso, sempre più erosivo e allarmante che porterebbe all’esigenza di uno sguardo più attento e riflessivo sulle problematiche del mondo. Invece, tutto infibula un processo verso la sua fine, che l’intricata esistenza dell’uomo non sa cogliere nel suo tracciato storico e umano.

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Autore: ninnj
• lunedì, giugno 08th, 2009

– La via di Emmaus -

Mistero fittissimo, l’incarnazione del male

al suo apogeo di annientamento:

privarlo della sua identità. Cristo non disperare,

Cristo rialzati, solleva il Tuo legno..

Ora sei nessuno al cospetto dei ladroni:

chi potrà scendere più in basso

della Tua crocefissione?

Smarrita la dignità della sofferenza,

in  spalla trascini il dolore del mondo.

Maria di Magdala asciuga il sangue del Profeta:

tutto è perduto, tranne che riscrivere

il coraggio                       la libertà

sulla carne  innocente, dal Padre al Figlio

il regno di Cristo si è compiuto.

Risorgerà domani di stella in stella

il suo martirio.

-   L’inverno -

L’inverno è quasi morte,

una solitudine che coglie

il suo dolore fra le dita,

una penombra che tesse

la sua tela d’infinita pazienza

col filo d’oro delle attese

e sprigiona un motivo di quiete

per le ostinate reliquie del mondo.

L’inverno dispiega le sue tenue luci

sul calmo mare  o s’insinua altezzoso

su acque tumultuose

in terra di nessuno.

Una calma che esilia ogni strappo

e la dimenticanza.

Se tocca la fisicità estrema

è l’inverno a segnarci

d’indelebile nostalgia,

per  la ragione dei contrasti.

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Autore: ninnj
• lunedì, giugno 08th, 2009

di (Ninnj Di Stefano Busà)

Abbiamo ricevuto dall’amico editore Sandro Gros-Pietro il voluminoso tomo di Giovanni Chiellino, del quale sentiamo il dovere di esprimere il nostro giudizio. Un lavoro davvero certosino, che scava nei meandri di una poesia alta, senza imbrigliature o sofismi, la quale per essere valida non ha bisogno di meccanismi interpretativi, di criptiche decifrazioni, riposa autenticamente irrorata da un suo modulo linguistico appropriato e vivido, senza iperbole o rocambolesche contaminazioni di un sistema strutturale che per sentirsi moderno, ad oltranza, corre a defraudare la tradizione classica, per demolirla in allocuzioni strane, incomprensibili e ben lontane dalla poesia, la qual cosa, a nostro parere, conferisce una riduttività espressiva che non va a favore di quel manierismo/minimalista e strumentale tanto sbandierato.

La Poesia nasce da sollecitazione interiore non è il risultato al tavolino di un piano strutturale di potere, né si deve adeguare a marchingegni lessicali che la deturpano e la mortificano. La parola lirica è il frutto dell’intelligenza del cuore , trae le sue origini dal sentimento e dal mito: un mito fatto carne e sangue delle nostre più lucide e interne suggestioni, la cui peculiarità non troviamo sussistano nelle formule moderne, portate ad ignorare il richiamo dello spirito in una frantumazione oggettuale, che ci svuota e ci disorienta. Una poesia non votata allo strappo, alla lacerazione mi pare sia da individuare in Giovanni Chiellino, poeta non esordiente, non nuovo alle pubblicazioni di un certo spessore letterario. Il poeta nell’era tecnologica di oggi scrive poesia, a freddo, quasi strumentale e aggressiva e la necessita di un certo alone d’inutilità concettuale.

Chiellino scrive poesia per disimpegnarla, affrancarla dal tecnicismo imperante e porla su un piano di suggestioni emozionali che la sanno egregiamente interpretare. Il risultato di poter leggere buona poesia è un bisogno intrinseco di recuperare quel segno indefinibile di purezza sentimentale, che proprio è assente nei moduli tecnicistici e aridi del far poesia per enigmi, per smarrimenti e complicanze  o fraintendimento delle ragioni che la orientano. Giovanni Chiellino ci evidenzia in tutta la sua profondità un messaggio onesto e trasparente, in cui si tenti di recuperare la coscienza dell’essere e del divenire . Giovanni Chiellino ha pubblicato diverse opere liriche e tutte hanno ricevuto ampi consensi dal pubblico dei lettori e della critica, per gli intelligenti simbolismi espressivi e i contenuti che sostanziano un processo letterario e culturale di rilievo.

Oggi, questa campionatura di testi vari raccolta in un volume antologico nella collana curata da Genesis ce ne dà atto e ci convince di essere nel giusto, quando affermiamo che la Poesia non sarà mai un urlo nel deserto, una voce spersa nel vuoto. Chiellino ha raccolto in questo corposo volume tutte le sillogi che lo hanno preceduto e sono state la chiave di volta di un’ermeneitica sempre più matura, in grado di non fare di questa poesia un episodio marginale di scrittura. L’autore esprime in questo lavoro impegnativo, ancora una volta, la sua ferma intenzione di interrogarsi sui veri significati dell’esistente e dell’assente, lo fa con adeguate formule scrittorie che indicano non già il labirinto della coscienza, ma piuttosto, le capacità di strutturazione che prediligono significati interiori, in grado di tracciare linee certe in una realtà frammentata come la nostra, sofferente dal punto di vista spirituale.

Tela di parole ci sembra un’antologia preposta a dare dell’autore una fisionomia storica, una collocazione di buon livello nel diorama odierno. Il vecchio e il nuovo modulo espressivo in questo volume si amalgamano, andando a comporre l’ulterire crescita del soggetto in esame e il movimento ascensionale della sua poetica.