Archive del mese ◊ luglio, 2009 ◊

Autore: ninnj
• venerdì, luglio 31st, 2009

di  (Ninnj Di Stefano Busà)

Scrittoio, di Liana De Luca, conclude, o forse completa per così dire il trittico con altri due volumi di saggistica: Donne di carta (1999) e Uomini di penna (2002) entrambi interessanti e strutturati in incastri, riflessioni, meditazioni di chiara e limpida natura linguistica. Luoghi dell’espressione intellettuale dell’autrice che sono il referente biografico e culturale, oltre che un osservatorio di prim’ordine  per la sua naturale inclinazione a tessere pagine per la Storia e per la Letteratura di tutti i tempi. Le tre opere comprendono un repertorio vasto di indagini, momenti che, originanti da un patrimonio intellettuale competente e preparato culturalmente, si staccano nettamente dalla banalità, visitando vasti territori metaforizzati  del tipo filosofico/storico di grande interesse: figure eminenti esposte al vaglio dei lettori, prendono vita e respiro  dallo scavo di ricerca e approfondimento di una scrittrice polisemica, che sa portare in luce taluni aspetti non marginali, collegare i referenti, muovendo dalle contraddizioni, dalle interconnessioni, dalle valenze e assonanze degli strati più interiorizzati degli autori trattati. Scrittrice di grande spessore, ama dare di sé un’immagine ampia, spaziando dalla poesia, alla critica, alla saggistica e alla narrativa. Liana De Luca ha territori immensi da esplorare, al suo attivo numerosi e validissimi lavori, che ne mostrano la validità del giudizio, le capacità tecnico/semantiche, gli studi, e gli approfondimenti critici con un linguaggio ricco e appropriato. La forma piana e limpida insieme alla dialettica ne costituiscono la sigla stilistica che fa la differenza. La scrittrice milita da svariati anni in campo letterario. I suoi scritti sanno far coincidere con elegante ricercatezza ed equilibrio di stile le varie teoresi correlate, che istruiscono un punto di riferimento e di interesse non solo per i suoi lettori, ma anche per i critici. Quello della De Luca non sarà mai uno scrivere sull’acqua che l’onda della storia cancella. La scrittrice resterà a testimonianza di una scittura che avrà un seguito d’echi nella Letteratura del futuro.

Autore: ninnj
• martedì, luglio 14th, 2009

E’ un poeta di un certo rilievo. Professione medico. Nato a Partanna dove risiede stabilmente. Ha vinto numerosi primi premi ed è stato finalista o segnalato di merito in molte rassegne poetiche di questi ultimi anni. La sua poetica è chiara e accattivante, con punte di massima riflessione sulle condizioni che caratterizzano il momento emozionante della poesia a livello individuale. Si avvertono  le tematiche della memoria, il sentimento del tempo che fugge, la inquietudine dell’uomo a fronte del suo vivere. Il verso è orchestrato con ritmi d’intensa partecipazione, e di equilibrio impeccabile tra la rappresentazione del reale che ci circonda e l’aspirazione al surreale, al sogno che ci ispirano in maniera tangibile e viva, apportando alla ragione del cuore quelle sfumature, quei rarefatti momenti di abbandono, le suggestioni, le vibrazioni emozionali  che sono la percezione più caratterizzante e autentica del far poesia. Uno stile impeccabile, un equilibrio di linee e di forme che lascia il lettore partecipe della sua potenza espressiva in grado di interpretarla. Un modello tradizionale che lo istruisce a far poesia senza i cerebralismi estremi e le elucubrazioni esasperate e ingodibili delle avanguardie. Vi riposa nei suoi versi una poesia dolce, quasi intima e chiara che sommuove le corde più profonde di un sentire che si autodefinisce da sè, quale sigla più che convincente per gli esiti fin qui ottenuti, e felicemente risolti in un fortunato connubio tra modernità e classicità. Una poetica ben proporzionata, con metafore che hanno il raro potere di coinvolgere il lettore attento a individuarle, racchiusa in una sua capacità di imprimere al verso non l’episodico nulla, ma la serena visione di un tutto che si fa eternante nell’atto stesso della sua realizzazione. Un linguaggio reso vivido e condivisibile da una sigla personale che è il suo miglior referente in fatto di creatività e di eleganza.

Ancora si fa sera

Ancora si fa sera,

si separa dal cuore un altro giorno.

Ora l’ombre rinserrano e la luna

i germogli consunti delle risa

e del pianto, dell’albe e delle sere

e i meridiani lungo i quali scorre

ogni compiacimento, ogni compianto.

Le madri guardano i figli

nell’ampolla del sonno e si rivedono;

anche noi ci guardammo,

ora che si fa sera, ora che questi

di noi estremi e più morenti volti

sul cumulo degli altri se ne vanno

lungo la scia a finire degli addii.

Autore: ninnj
• venerdì, luglio 10th, 2009

Un solo volo basta

Un solo volo basta ad eguagliare

il cielo.

Oggi ne riconosco il segno,

l’essenzialità della felicità negata.

Ho coraggio di superare

cedimenti e delusioni

nel delineare il mio ritratto,

ricamato dal tempo, sbiadito:

gli anni tenui e incantati

dentro lo spazio eterno dell’attimo.

Credere

Avevano un nome le piccole cose,

minuzie forse a dirci del dono,

riparare le offese.

E il sole persisteva alla beffa

del silenzio, abitava le ore pazienti

dell’attesa. Un  dare e avere

dentro le cave braccia della lontananza.

E’ credere alle cose che ti salva.

La terra e l’anima

Mia terra, io vado

lascio l’anima accesa

ai venti del Sahara,

alle reliquie di mare

che raffrena i grandi silenzi,

verso il deserto che indora

al tramonto le dune di sale.

E’ attesa la mia che insinua

rovenze di strade calcinate.

Lascio alle radici del seme

lo strappo che annuncia

il perdono

e dispiega le ali al mio cielo

la notte e il suo grande mistero.

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Autore: ninnj
• mercoledì, luglio 08th, 2009

di (Ninnj Di Stefano Busà)

Uno degli ultimi baluardi del sistema oscurantista  di regime degli Ayatollah ha i giorni contati. Una folla oceanica, dopo i brogli paventati alle elezioni del nuovo presidente, si è riversata in strada, nelle piazze, chiedendo a gran voce con rudimentali sistemi (pietre in mano), la verifica dei voti, e la liberazione dagli oppressori. Dopo il regno apparentemente pacifista-moderato e illuminato dello Scià di Persia Reza Pahlevi, che aveva delineato una politica più morbida di convergenza  con apertura verso occidente, il rafforzamento dei detentori del regime aveva ripreso in mano la situazione aumentando la dose dei veti con l’esclusione dello stato di diritti umani in ogni sua forma. L’introduzione di una dittatura estremista che aveva individuato in Khomeini una figura determinante per la lotta armata islamica sui diversi fronti, risulta in quest’ultimo caso: l’eliminazione quasi totale e senza battute d’arresto delle donne dalla scena del mondo civile, escludendole da ogni ragionevole diritto: come quello al voto, allo studio, alla professione, a guidare, ad uscire da casa senza il permesso maschile, viene a instaurarsi e a consolidarsi una figura di donna-oggetto, sempre più in subordine alla vita dell’uomo, coperta completamente dal burka, che prevede solo una sottile  feritoia per gli occhi, si attuano un deja vu primordiale, esasparante, che ripristina il medioevo agli inizi del Tremila, un incrudelimento e un veto per ogni forma di riformismo e di autodeterminazione socio/culturale del genere femminile, che non poteva non  determinare negli animi sofferenza e ribellione verso la tirannìa autoritaria di un potere vessatorio insediatosi con strategie infauste e procedimenti di lotta armata. Un diktat su tutti i criteri discernitivi di scelte consapevoli, private di ogni minima apertura alla libertà che  ha catapultato l’Iran nel più retrogrado paese dell’area islamica. Ulteriormente aggravando la già difficile condizione delle donne, espropriandole delle più elementari regole del vivere civile. Da lì, all’insediamento di Akmadinejad il passo fu breve. Questi ha risposto appieno alla determinatezza di ripristinare il piano sospensivo di libertà a chiunque si mostrasse dissidente, o quanto meno, non in linea col potere dittatoriale del suo governo.

Figura insignificante, fisicamente “involuto”, all’apparenza esaltato da un ego smisurato e indifferibile, atteggiamento schizofrenico – senza carisma – sguardo perso nell’aspirazione autolesionista di un’arroganza che inneggia alla sua personalità mediocre, pericolosa ed egocentrica fino al parossismo – ceto sociale basso – caratteristiche somatiche da rifiuto, (non solo dal genere femminile, ma da tutti i generi), odio dichiarato contro gli Stati Uniti d’America e contro l’Occidente, soprannominato in vari modi: nanottolo, scimmia, o colui a cui non piace il sapone - sciatto e narciso, con quel narcisismo proprio dei mediocri che sentono nella subordinazione al potere di uno solo o di pochi la carica emotiva di esaltazione del proprio ego elevato alla sua ennesima potenza. E’, indubbio che, ogni azione atta a ledere la procedure e i metodi di regime risulta di sicuro ostacolo al programma ostentativo dell’arrogante tirannide, toccata da smania di onnipotenza. Così, viene messa a tacere con la forza, ogni segnale di insurrezione e viene soffocato nel sangue ogni tentativo. Sta proprio nella  supremazia dello smisurato  protagonismo di ogni dittatura la dilatazione e la realizzazione di un complesso di inferiorità allo stato puro, perciò il tiranno, chiunque sia non esita a  infierire contro gli episodi riformisti di una popolazione inerme che si fa scudo della sua vita per ottenere un minimo di libertà.

Un protagonismo che andrebbe analizzato nei laboratori di psichiatria, ma a noi serve per delineare la loro condotta ad litteram.

Akmadinejad  introduce da subito lo status quoqualcosa non qualcuna  -non una persona-  ma una sottospecie di umanoide che appartie all’involuzione della specie, pur contribuendo alla fecondazione e alla continuità dell’ essere umano che partorisce, considerato un soggetto “involuto”, una sottomarca, senza capacità di giudizio e di pronunciamiento, scarto dell’uomo che ne può introdurre nei suoi harem quante ne vuole, ed eliminarle con la sola disapprovazione o il ripudio, come ebbe a promulgare persino il più illuminato Scià Reza Pahlevi, quando ripudiò Soraya non in grado di generare.  Schiava per editto o legge della shaaria, sottomessa all’uomo da leggi tribali che la escludono da ogni modernità e progresso, da ogni ordine e grado di istruzione, obbligata ad una vita da reclusa, senza mezzi termini. Nessuna loro partecipazione alla politica, estromesse dalle Università, dalle Scuole, dall’indottrinamento, perché com’è ovvio, ritenuto pericoloso per lo sviluppo intellettuale femminile, che deve rimanere nell’oscurantismo e sotto il giogo discriminatorio del potere, se si vuole attuare la illegittimità  fra i sessi.  Il potere forte di Akmadinejad innesca anche la  corsa agli armamenti per tenere in perenne scacco le Nazioni Unite e instaurare il dominio dell’Imperialismo arabo nei confronti del mondo, dell’oscurantismo più medievale, compromesso da un clima di terrore reiterato soprattutto sulle donne, oggetti di second’ordine rispetto agli uomini, quindi di scarsissimo valore intellettuale, esseri acefali, prive di logica e di principi (secondo il loro basso profilo giudicante): la donna è considerata senz’anima, fattrice destinata a procreare per l’avanzamento induttivo di un accrescimento della specie, aliena, estranea al mondo che la circonda, obbediente alla cieca volontà del maschio che, in tal misura, non fa che mostrarle il suo disprezzo e la sua autorità, in ogni più piccolo particolare, sia che riguardi il sistema di conduzione coniugale e familiare, che i diritti umani, l’amministrazione della casa, l’educazione dei figli, il diritto allo studio, un progetto di lavoro, di realizzazione personale. La donna in quella parte di pianeta non ha voce, non è libera di parlare, di agire, di manifestare in alcun modo il suo diritto sacrosanto di decidere su nulla. Donna, in quell’emisfero mediorientale significa sottospecie, oggetto che spreca l’aria che respira: schema di vita senza angolazione né prospettiva, priva di alcun progetto presente e futuro. “Donna” in Islam è oggetto, un soprammobile che fa parte dell’arredo, una propaggine dell’uomo che ne può decidere le sorti, le condizioni, la vita e la morte. Sottomettersi ai voleri dell’uomo è suo ineludibile destino. Ma le cose sembrano evolversi. Vi sono segnali ad indicare che l’oscurantismo di quelle forme tribali e insufflate di egoismo e di arroganza fino al midollo, stanno per avere vita breve. Le donne reagiscono, non è la maggioranza, purtroppo, ma in ogni modo, il grado d’intelligenza supplisce alla mancanza d’istruzione e così aderiscono alle rivolte, si mescolano alle masse dei rivoltosi coi figli in braccio. Non era mai successo. E per l’Iran si profila un grande movimento rivoluzionario dal quale certamente prenderà l’avvio una qualche riforma, o quanto meno qulche iniziativa dell’ONU per imporre nuovi codici di diritto e nuove procedure per il paese.

Per il momento l’Europa ha chiesto a Teheran un’inchiesta sullo svolgimento del voto. Tutto il mondo è in all’erta. Prima o poi il Consiglio Internazionale dell’ONU si dovrà pronunciare sui metodi da usare per contrastare la corsa tribale agli armamenti.

L’arricchimento dell’uranio è una sordida invenzione e un grossolano eufemismo per mascherare ben più profonde e ingannevoli misure di dominio sugli altri Paesi. Il mondo ai suoi capricci ( Akmanjdejad) è una formula che esce dal contorno geopolitico mondiale, una caricatura riprovevole e obsoleta, atta solo a stabilire la levatura morale e le idee di grandezza in una digressione sul tema degli equilibri internazionali, professata da questo apostolo di Allah che vuole dominare la scena imponendo lo spettro del nucleare sul palcoscenico della razza umana.

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Autore: ninnj
• lunedì, luglio 06th, 2009

Nella sua residenza di Ostiglia presso Mantova, è venuto a mancare, dopo lunga malattia, il poeta, critico e traduttore Alberto Cappi. Aveva aderito al movimento sperimentalista dell’avanguardia letteraria, istruendo però un modulo scrittorio raffinato e affabulante, lontano dagli esperimenti linguistico/rocamboleschi di tanta poesia moderna, eseguita sui toni di un  minimalismo imperfetto, senza costruzione né corpo, solo sull’onda della moda che, ad ogni costo, voleva cavalcare la novità in poesia, contrapponendosi alla classicità e ai modelli tradizionali. La sua poesia còlta, realizzata su registri di onde sonore che reclamavano la partecipazione ad una esigenza  incontrovertibile, quale è il fatto poetico, hanno lasciato molto spazio alla critica. In quest’ultimo scorcio di tempo, mi ero interessata del suo ultimo lavoro: Il modello del mondo, Editore Marietti e ve ne trascrivo il mio giudizio personale:

Poesia compatta, intensa nella quale si avverte la forte lezione dell’ermetismo, ma anche di uno sperimentalismo che non risulta aberrante né fuorviante da quelle che sono le linee del suo percorso personale. Un percorso stemperato a un più audace modernismo, ma senza le impennate, le cerebrali involute linguistiche di una certa categoria lirica, che voleva abbattere a tutti i costi la prassi e la sostanza. Cappi cerca nella vanità del mondo, nei suoi contrasti, nei suoi limiti, e nei disagi una luce ontologica che lo salvi. Se ne ravvisano i segni , le attese di un tracciato divino che trascenda i rudimentali elementi di contrapposizione.

Questa raccolta, a mio parere, indica una svolta, una breccia nell’elemento umano, caratterizzato da un sofferto e intimo significato interiore, una sofferenza che è ricerca di andare oltre la materialità del progetto umano, in una sorta di disvelamento sul prima e dopo, sulle oscurità da superare e capire, prima dell’attesa parusia.

La scrittura prende atto che il mondo è in subbuglio, in una vanesia avventura terrena che incute tutta la negatività del transito terreno, innesca le incognite, l’inadeguatezza dell’uomo a fronte del suo extraterreno: “Cos’hai, cos’è, chi è, chi sono?/La ferita è l’uomo, il vento del/dolore soffia tra le carte. La parte/ che mi tocca è in gioco. Tu sei il dopo.” (Giobbe). Una sensazione di ricerca e di scavo si evincono da una visione dell’oltre che è frammentaria e incerta, (notare: il chi è, il chi sono?), ma apparirebbe troppo poco, a parer mio, per stabilire un contatto diretto con l’Infinito, nel grande Mistero che per altre vie assenti, ci provoca la ferita e la sofferenza della mancata conoscenza, del dubbio. La precarietà sembra fare da sfondo ad una compagine esistenziale che esige un modello nel mondo, un approdo oltre il nostro nulla, in una concentrazione che, seppure non estranea al travaglio, voglia cogliere il disegno di un Dio, o Entità Superiore. Così Alberto Cappi recita: “Mentre le cose fuggono il nome/che ne sarà parola del tuo fuoco?/ Oh, lingua. L’anima è buio /dell’attesa silenziano i colori,/ gli ori del croco. Nel tuo giardino il seme è il resto dell’offesa.” (pag.37) e prosegue:“cammini in un mondo che non ti conosce… Il cuore è carne animata/ il graffio un dono del sale.” Le sue incursioni materiche lasciano presagire l’immaterialità del viaggio che arde dai frammenti. E’ la grande tragedia dell’umanità, distratta, fragile, scandita sulle note basse di un’avventura che non è ortodossia, ma vanesia speranza di un domani, pur nella combustione  di silenzi e voci frante: “Vennero la fame e la sete/ di grandine gelarono i pozzo coi loro pegni di/ lampi scanditi dalla lettura a quale /avventura ci stamo avvicinando a/ che bere o canto di pupilla o segreta argilla.” (pag.61) Un luogo del transeunte per esplicitare il senso della solitudine, del tempo che fugge, degli affetti che cedono, che si spengono: “Quale coltre stellare, Padre, per il puro/ andare del giorno per il mio muto tributo” (pag.55) Vi è una visione cosmica oltre le cortine di nebbia, oltre le paratie dell’agnosticismo e del nichilismo imperanti, una Forma di Verità, di Essenzialità da contrapporre al dolore della terra. Si vuole mettere in evidenza, la necessità di Alberto Cappi di aprirsi ad un Assoluto.  Se ne intuiscono i segni premonitori, se ne ravvisa la tematica che risulta nell’aria, quasi impalpabile in una centralità di riferimenti, di allusioni, dettati da un ermetismo restìo a schiudersi del tutto. Qualcosa lo lascia intuire e tasparire: ” I miei santi e coloro che sono morti,/ forti di tanta vita, dell’astinenza del tempo, / i miei senza astuzia/…/ è che si cerca la voce, si inverna” (pag.41)“.Ora noi siamo la non attesa (pag.101) e ancora:”Perché quando scommetti con la morte/ lei si alza, uccello stupito/ il primo giorno, ruotando intorno/ il rosso occhio di sole infranto” (pag.71) . Alberto Cappi aveva saputo scrivere versi come questi: “Con me si alza la preghiera/ e il respiro del sangue trasuda/ dalla lesa veste del corpo./ Ciò che vi chiedo è che la morte non mi avvolga nella cupa ombra/ della sera che sia viva l’attesa.”

(Ninnj Di Stefano Busà)

Autore: ninnj
• giovedì, luglio 02nd, 2009

da Ivan Fedeli

Trovo nelle poesie di Ninnj Di Stefano Busà vi sia stata una svolta, una maturazione innegabile; ne “La via di Emmaus” ad esempio,  coesistono drammaticamente la ricerca formale caratterizzata da un suo stile impeccabile e misurato in ogni emistichio, con accenti paralleli al respiro e alla forza d’urto di una parola intesa come  rivelazione, catarsi, e il graffio sofferto di Turoldo, la sua brama di un Dio infinitamente umano, nascosto nelle pieghe del dolore umano, nel suo essere incarnazione e pianto, in un equilibrio fra i più difficili da realizzare.

da Tino Traina

Ho avvertito l’urto del prodigioso nella tua raccolta: L’Arto-fantasma”. Originalissimo titolo che tanto bene introduce il tema, che ti è caro, del rimanere congiunti a se stessi. Raboni nella sua autorevole prefazione parla di Montale come tuo mastro. Sono d’accordo, ma mi sembra di cogliere anche Luzi, o sbaglio? Bisognerebbe conoscere cosa ti è stato tolto senza esserti mai stato dato, per comprendere pienamente la tua poesia. Colpiscono la spinta introspettiva e la inesauribile, tumultuante figuralità metaforica, grande segno di profondità di cuore e di mente, nella più straordinaria delle qualità che la poesia chiede alla propria letterarietà e cioé l’ areferenzialità per l’altro o per l’altrove cui rimanda costantemente la tua parola.

Autore: ninnj
• mercoledì, luglio 01st, 2009

di Ninnj Di Stefano Busà

Vi sono elementi che fanno pensare che la Felicità tanto agognata non esiste, è solo frutto della nostra fantasia, del nostro impenitente desiderio di magnificare il nostro   < io > rendendolo responsabile di una situazione paradossale, di un modello eccellente di esser(ci) nel mondo, al fine di caricarlo di tutta quella colpa, di tutta quella assenza che in realtà è dentro di noi. Siamo noi, infatti, i principali artefici della nostra vicenda personale, della nostra felicità negata e siamo sempre noi a sprecare le uniche occasioni che abbiamo per poter usufruire di quella che utopisticamente crediamo possibile ottenere.

Il concetto di Felicità è un concetto astratto in partenza, una marca di abbigliamento che non ci  dà lo sconto promesso, non ci è dato di indossarla, perché siamo incapaci di scrutare i segni della sua eventuale presenza in noi. Siamo sempre noi ad accorgerci che non la possiamo mai afferrare, perché siamo bloccati da una struttura mentale, biologica, fisica, strumentale, una incapacità congenita che non ci consente una dinamica strutturale adeguata. La Felicità e posta su un piano inclinato, più noi ci agitiamo, tentiamo di raggiungerla, più essa si allontana da noi, precludendoci quelle prelibatezze, quelle   altezze miracolistiche che crediamo di poter raggiungere nello sforzo quotidiano di stringerla a noi.Ma come la Perfezione è un puro frutto dell’utopia e non esiste sulla terra, anche la Felicità è una condizione idealizzata della realtà, uno stato d’animo, una condizione evocativa del nostro bisogno di Perfettibile in un mondo completamente privo della Perfezione.  Del resto la creatura terrestre, ovvero l’uomo corrisponde alla tipologia di uno dei più imperfetti misteri planetari.

E’ proprio dell’uomo, dunque, ambire alla tanto agognata felicità , senza possederne i requisiti, avere le pur minime proprietà referenziali. Ritengo la struttura bel suo meccanismo biologico/sensoriale non sia fatta per essere addestrato a percepire i segnali, sue assenze, le mancanze le incongruenze della sua esistenza e che essi siano talmente lontani dal suo modo di gestire le perdenze, da non accorgersi neppure dove sbaglia. Egli sbaglia nel ritenersi un privilegiato a cui si deve la Felicità, perché quest’ultima non è un prodotto che puoi trovare ovunque, la Felicità va conquistata giorno per giorno, va goduta goccia a goccia, va tutelata, va protetta da ogni violenza. La Felicità è fragile, perché non offre mai nient’altro che qualche opportunità da cogliere e questa quasi sempre sappiamo sfuggirci dalle mani, poiché non sappiamo riconoscerla. La felicità sta nelle piccole cose,  nei piccoli interludi dell’attimo che se ne fugge via, sta dentro e non fuori di noi, sta esattamente in quello che vorremmo essere e non siamo, da qui l’eterno scontento, l’insoddisfazione, la delusione, l’amarezza, il disincanto che ci precludono ogni più piccolo tentativo di vederla. La tendenza a voler istruire una pratica di lasciapassare per il paese della Felicità ci porta a commettere atti indecenti, a vivere perennemente con la spada di Damocle sulla testa, a causa di tanta altra  infelicità che ci andiamo a creare, quando entriamo in conflitto con la parte più inconscia della nostra personalità. Ma, ci siamo mai chiesti cosa vogliamo veramente? quale è la forma e la sostanza che perseguiamo per dirci davvero felici? Suppongo che ognuno creda che tale felicità gli venga elargita dall’alto, chissà per quale virtù infusa, o per quale merito o dono di cui siamo i privilegiati, i favoriti del destino. Non  muoviamo un dito per meritare una piccola porzione di felicità, ma pretendiamo che la stessa ci piova dal cielo gratuitamente. La felicità invece, è una strana simbiosi tra il dare e l’avere, è un’alchimia di ingredienti dosati : in eguali proporzioni si può raggiungere la serenità, in mancanza di uno o dell’altro elemento si può essere in presenza di  atarassia o al contrario in preda a quel senso smodato, scomposto della personalità presuntuosa, portata alle estreme conseguenze da un io facinoroso, egocentrico.

La caratteristica peculiare della Felicità non è la perfezione, ma l’uso di essa. Sono convinta che se anche l’uomo possedesse l’universo intero, la fama, il successo, la ricchezza, gli onori, l’amore, l’intelligenza e quant’altro, andrebbe alla disperata ricerca di qualcosa che non possiede che non esiste o non gli è manifesta. Ed è proprio in questa sua inamovibile insoddisfazione, in questa sua distorsione della realtà sta il difetto della sua realizzazione. Egli non può godere mai della Felicità che non esiste, poiché di sicuro la felicità cui aspira è solo il desiderio della felicità, la condizione primordiale del suo innamoramento nei riguardi di un sogno. Sta nel fattore precipuo della limitatezza umana il bisogno di felicità, ma la difficoltà a realizzarla, a goderla sta nell’insufficiente aspettativa, sta nel ricercarla in modo forsennato il motivo più errato per non poterla possedere. Quando il frastuono della vita convulsa e contraddittoria smaschera la fragilità della nostra aspettativa, la sconfitta sembra inevitabile. Quello che ci apre a una piena rivelazione della nostra incapacità di possedere la felicità è un sistema di vasi comunicanti: quando si arriva all’ultimo e non trovi quel che prima ti è apparso raggiungibile, si torna indietro e il percorso della relatività ti trova impreparato e fragile, davanti ad un senso di mobilità del senso della felicità che è smisurato e si trova sempre altrove, lontano da noi, dalle nostre presunzioni, dai nostri marchingegni e atrocità fatti in nome di quella aspirazione così radicata e potente, da non saperla neppure indagare. Insieme  alla felicità che non trova mai, l’uomo è tormentato dal dolore, dalla solitudine e oscilla fra una esaltazione momentanea e un rinnovato abbattimento. La felicità sta in sé, non si agita, non si adatta a stratagemmi, a complicità di sorta, non combacia con il logico bisogno di un refrigerio temporaneo. La Felicità è un Ente transcendente, è una guerra all’ultimo sangue dichiarata e conbattuta ogni giorno nei territori impervi di una città-fantasma, nel cuore di fattori predisponenti che al solo sfiorarli si sfaldano. L’impalpabilità è la sua regola, ed è la logica conseguenza di una condotta che non vanifica la status interiore della consapevolezza, è un modus vivendi che rasenta raramente quei paradisi dell’oltre cui aspiriamo, ma  sta a noi determinare  la dinamica che presuppone un lungo tragitto di esperienze,un forte equilibrio nel gestire l’episodio umano come un evento irripetibile da cui si deve trarre il massimo della saggezza per poter aspirare ad uno solo episodio di felicità.