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Autore: ninnj
• domenica, marzo 18th, 2012

CHIACCHIERATA-INTERVISTA di Ester Cecere con Ninnj Di Stefano Busà

Gentilissima professoressa,

prima di tutto Le sono molto grata per aver stilato la prefazione della mia seconda silloge “Come foglie in autunno”. Come Lei sa, io sono una ricercatrice del Consiglio Nazionale delle Ricerche, precisamente, una biologa marina, con la passione, fortissima, della poesia. Mi ritengo a cavallo di due mondi molto diversi fra loro, almeno apparentemente; pertanto, colgo con piacere l’occasione di avere un dialogo diretto con un personaggio di spicco della cultura contemporanea, una rappresentante eminente del lirismo di oggi. Le domande che Le rivolgerò non sono da “addetti ai lavori” ma piuttosto quelle che molti autori, di estrazione simile alla mia, probabilmente Le porrebbero. Iniziamo col parlare un po’ di Lei.

D) Leggendo alcune sue opere ho avuto l’impressione che Lei abbia seguito sempre la parola alta dei grandi maestri della Poesia, più precisamente, il linguaggio novecentesco della grande produzione lirica. Mi è parso che non si sia lasciata fuorviare da mode o stili occasionali, né tentare da sperimentalismi. Quale di questi grandi maestri ha sentito a Lei più vicino? Con quale si è identificata, ammesso che ciò sia accaduto? Ritiene che questo processo di identificazione sia “fisiologico”, almeno inizialmente fino a quando non si trova il proprio modo personale di esprimersi, quello che poi caratterizzerà l’autore?

R) ho letto i poeti francesi, inglesi, americani, tra gli italiani ho prediletto i contemporanei: Luzi, Bigongiari, Spaziani, Zanzotto, Merini, Bertolucci. Ho centellinato Montale, Ungaretti, Quasimodo. Molti mi sono entrati nell’anima, ma non ho mai seguito tracce o ascendenze particolari, ho avuto come modello me stessa in piena libertà di espressione, anche se molti miei critici autorevoli mi hanno avvicinata a Montale. E una grossa responsabilità, un peso notevole essere “testimonial” del Grande Maestro, può essere che ci avvicini “il mal di vivere”. La comparazione al premio Nobel non può che crearmi imbarazzo, data la mia pochezza.

D) Perché diversi suoi critici estimatori l’hanno avvicinata a Montale? Lei si sente effettivamente vicina a questo grande della Poesia italiana?

R) Non saprei davvero cosa rispondere, mi sento affine alla linea del Montale, sua diretta seguace, ma da qui ad essere avvicinata a lui ne corre davvero molto

D) Il suo mi sembra un linguaggio moderno che tuttavia non trascura le regole del classicismo, indispensabili alla Poesia. A quale corrente letteraria ritiene più vicino il suo stile?

R) ai contemporanei, e se posso aggiungere, ho introdotto qualcosa di diverso pur nella moodernità del linguaggio che è divenuta la mia sigla personale

D) Mi tolga una curiosità: qual è il suo parere sulla diatriba “poesia in metrica o poesia in versi liberi”?

R) la metrica ormai è in disuso, quasi del tutto obsoleta come la rima. La poesia moderna si avvale di un linguaggio moderno, una libertà di espressione che la dice lunga sulla vera caratteristica e sul distacco quasi assoluti dall’ermetismo e dagli “ismi”della prima e seconda metà del Novecento. Quando si fa riferimento alla metrica si vuole indicare un procedimento di strutturazione del linguaggio riveduto e corretto da formule di scrittura non criptiche, non farneticanti, modulate alla sintassi, alla grammatica, senza stereotipi di arbitraria strumentalizzazione che non fanno bene alla Poesia.

D) Chi è per Ninnj Di Stefano Busà il poeta?

R) questa domanda me la rivolgono in tanti. Poeta è un privilegiato, poeta è chi sa mettere a disposizione della Poesia strumenti altamente validi, utilizzando un linguaggio in forma d’arte che è il Bello, l’armonia  e la forma uniti insieme in un risultato, se non perfetto, almeno “perfettibile”. Poeta è chi sa usare la parola, attraverso un artificio interpretativo che viene dal profondo, prediligendo quel che sta intorno e vicino al sentimento, magari portandosi più vicino possibile all’altro da sé mancante, all’anello della catena che non tiene, alla misura d’immenso.

D) Nel tempo in cui viviamo, dominato da caos, incertezze, disincanto, da un’apparente caduta dei valori alla base anche della semplice civile convivenza, come ritiene si collochi il poeta e la Poesia? Può la Poesia essere ancora stupore e meraviglia? O è decisamente anacronistica?

Oppure, ritiene che la Poesia possa assumere altre valenze; ad esempio, possa essere, oggi più che ieri, un’efficace forma di denuncia che per prima parla alle coscienze? Nel farLe questa domanda, penso a celeberrime opere di Ungaretti, Neruda, Quasimodo, solo per citarne alcuni. Del resto, anche la Divina Commedia, il poema per eccellenza, può essere vista come una forma di denuncia.

Nel mondo della globalizzazione, la Poesia può facilitare, secondo Lei, l’integrazione tra genti di etnie e religioni diverse?

R) la Poesia deve sempre essere stupore e meraviglia. Oggi, in questo assurdo tempo di solitudine, di esilio di valori, di significati che non collimano più con la morale, amare la poesia può voler dire andare controcorrente, ma essa è la sola ad avere valenze salvifiche, perché ci fa immaginare un mondo migliore, un modus vivendi di associazionismo, di convivenze universali, che proprio in un periodo di globalizzazione si rende necessario per ottimizzare le armonie, le sinergie che sono indispensabili all’integrazione tra i popoli per un mondo migliore.

D) In un articolo apparso su IO DONNA del 29 ottobre scorso dal titolo “Un sonetto (forse) ci salverà”, Giulia Calligaro dice della poesia: “……anche quando la copri con il frastuono lei resiste. E indica il futuro”. Cosa pensa Ninnj Di Stefano Busà di questa affermazione che potrebbe sembrare assurda?

R) il sonetto non salverà il mondo…ma il mondo dovrà salvare la Poesia se vorrà salvare se stesso. Il futuro dell’esistente sta tutto racchiuso nel mistero che circonda la poesia, che è suggestione, emozione, bellezza, politica, religione, anima, anima, anima tanta anima da inondare il pianeta, mettendo al bando solitudine, morte e distruzione, odio e conflitti. La Poesia può, la poesia è altro perfino da se stessa, è quella parte sommersa meno appariscente dell’umanità che c’è dentro di noi e che dobbiamo cementare con l’amore.

D) Da quando ho la mia pagina di FB, realizzata in occasione della pubblicazione della mia prima silloge, mi sono resa conto che moltissime persone scrivono poesie, anche fra i giovanissimi, contrariamente a quanto pensavo. I social network sono pieni di cenacoli e gruppi letterari dove gli iscritti postano le loro opere, chiedono pareri, ecc. Il web pullula di siti personali di poeti, di blog di poesia, di riviste letterarie on-line. Cosa pensa una poetessa, nota ed affermata come Lei, di questo fenomeno. Può essere interpretato come lo “svilimento” della Poesia o può, invece, favorirne la diffusione e attirare l’attenzione anche dei più scettici?

R) quello che mi dice avvalora ancora una volta che c’è un gran bisogno di dialogo, necessità di ascolto, di socialità, di convivenza pacifica. Ogni dialogo parte inequivocabilmente dal fattore umano di ascolto, di attenzione, di riguardo verso l’altrui.

D) infine, una domanda un po’ cattivella! E’ vero che ogni disciplina ha il suo lessico. Tuttavia, non ritiene che se i critici letterari si sforzassero di usare, almeno in certi ambienti, termini più semplici, come faccio io quando parlo delle mie discipline nelle scuole, molta più gente si avvicinerebbe a questa splendida forma d’arte?

R) in poesia si è quel che si è, non si può essere semplici, usare termini usuali, si cerca l’altezza del linguaggio proprio per volare alto, non per niente il grande Luzi disse: “Vola alta Poesia, cresci in profondità/ tocca Nadir e zenith della tua significazione…/” La poesia è “ala” che si libra all’immenso, bellezza che non deve essere intrappolata, ma captare il cielo sopra di noi e saperlo trasmettere a quelli che ne sono privi o incapaci di vedere “oltre”. Questo è il dono e si deve accettare per quel che è, per quello che ogni poeta sa dare, senza artificio, senza limitazioni, senza inganni, soprattutto senza compiacimento di sé.

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Autore: ninnj
• domenica, marzo 18th, 2012

Il DISPREZZO DELLA VITA NON PUO’ IGNORARE LA SALVEZZA DELL’ANIMA

di Ninnj Di Stefano Busà

Vi sono momenti in cui la realtà c’inchioda al nostro ruolo di nomadi, in cui percepiamo più forte il senso, forse anche il pericolo del nostro essere  precari nel mondo, di questa solitudine estrema che ci rende estranei a noi stessi, prima ancora che agli altri.

La riflessione sul tema ci scuote, ci fa chiedere chi siamo? che cosa rimarrà di noi? cosa resisterà di questo nostro peregrinare sulla terra?

La percezione di questo travagliato itinere ci spinge ad analizzare le regole del gioco, la partita aperta con la nostra vita, con l’esistente quotidiano, con l’apertura di un quid, al di là delle nostre frontiere percettibili, delle nostre vaghezze o sostanziali momenti di vita, tra ciò che vale e non vale la pena di vivere,

Diventa perciò, sostanziale il concetto di saper dare una risposta ai ns. quesiti in tempi brevi, perché il nostro soggiorno sulla terra non è infinito, subisce variazioni da individuo ad individuo, ma non è eterno, Così possiamo intravedere tutte le stoltezze, gli inganni, le devianze che caratterizzano il percorso umano in una dimensione di “passaggio”. Noi transitiamo, noi attraversiamo il pianeta-terra, lo abitiamo, abitiamo i nostri sensi, vivifichiamo i nostri bisogni, alimentiamo le speranze, i sogni in una nuvola fumosa di esistenza che ci rende a volte una dimora diroccata, violata dai venti e dalle tempeste, altre volte appena una parabola che ci consente il ravvedimento, l’analisi della ragione, il presupposto della saggezza in termini di perdenza e di salvezza.

Vi sono uomini che costruiscono la loro casa sulla sabbia, sicché un temporale o i forti venti la inabissano, la riducono in un cumulo di rovine, di polvere.

La stabilità o meno dell’individuo sta nella sua forza morale e soprattutto, nella sua saggezza. Da una lettura più approfondita dei saggi, l’individuo può paragonare le capacità di fondo in cui giace, la possibilità di resistere agli assalti del male, contrapporsi alla fragilità della condizione umana, ai limiti materici che la sviliscono, la condizionano, lo può fare con la forza dell’intelligenza, dell’equilibrio e della logica di giudizio, con la pratica quotidiana degli insegnamenti cristiani, (senza essere bacchettoni si può) entrare nell’ordine di idee di rispettare l’altrui, di attuare i comandamenti cristiani, le regole morali e comportamentali dell’umanità senza trascendere in malafede, in corruzione, in iniquità, in malvagità.

Allora, si può dedurre che se vogliamo dare ala nostra vita un riflesso di eternità, di compostezza e armonia, dobbiamo partire dal cuore, dall’amore cristiano, dalla dimensione più elevata e spirituale, dalla consapevolezza di ciò che è giusto probo e leale. Ciò che può rendere saldi i principi di una coscienza,  di sua necessità, deve partire e scaturire da concetti nobili, limpidi, sereni, non sviliti dal consuntivo perverso di un “fare” che si allontani da Dio, non deve esimersi dal contrapporsi ad azioni malvage, che sperimentino le sregolatezze e i vizi, sovvertendo l’ordine e la profondità di buoni principi e della  coscienza. La lotta è ìmpari, la vita ci allestisce piatti sempre più succulenti di perfidia e di inganni, col rischio di farci precipitare sempre più in basso nel baratro fondo del peccato. Al centro della nostra Apocalisse si pone il senso della Storia, la fedeltà ad un Ente superiore, ad un Vangelo che parli la lingua di tutti, che ci ami e ci consoli nelle avversità, ci dia una mano a non allontanarci dal giusto, la cui defezione può diventare il dramma della nostra esistenza.

Autore: ninnj
• mercoledì, marzo 14th, 2012

“Ogni cosa è inizio alla sua fine”: il messaggio di Ninnj Di Stefano Busà
nella sua raccolta: IL SOGNO E LA SUA INFINITEZZA.
La poesia di quest’ultima raccolta di Ninnj Di Stefano Busà si origina dallo stato d’animo proprio di chi ha attraversato un considerevole tragitto di vita e, attingendo alla memoria, guarda il presente disseminato di residui e sogni attraverso di essa, consapevole che i lembi della faglia ( termine spia di questa raccolta), restano separati da una profonda ferita in cui tutto è caduto e cadrà. Niente esce illeso, infatti, scrive la poetessa, mentre dispone nei versi le parole e le immagini che raccontano tutto ciò che resta per un attimo nella luce e nell’attesa per poi precipitare nel vuoto: i germogli che non si aprono, la schiarita seguita dallo schianto, gli uccelli migratori che la morte “attende al varco della rupe”.
I pochi ricordi del passato, trascinati nell’opacità del presente, addensandosi ormai privi di bagliori, non costituiscono fonte di consolazione, poiché vivere è come offrirsi “alla dimenticanza”, e, fra le molte strade tentate, la verità è rimasta un “sentiero inesplorato: l’unica legge che l’autrice abbia imparato è che la vita cammina sempre sulle orme della morte, che la luce porta sempre con sé “il debito dell’usura”
E però questo pensiero non spegne nell’autrice la volontà di un dialogo, seppure senza risposta, con la terra, le sue creature, se stessa, l’altro e, soprattutto, la poesia, dolcezza che “inonda” una solitudine “liscia come gli anni senza vento e bocci”: ne nasce, allora, “un piccolo legame amoroso”, di residua dolcezza, che accompagna i passi fino “al colpo finale”.
Tanto scetticismo non rende, però, opaco il linguaggio in cui la luce lascia le sue tracce labili ma sontuose, e che sembra avere la stessa qualità emblematica del mare: una vastità , un infinito, inadatti alla comprensione e alla definizione, ma anche una distesa di cobalto che affascina la vista. La fioritura delle immagini, spesso accostate con un procedimento d’accumulo, secondo salti analogici, dimostra, infatti, che la lingua poetica può registrare e nominare ma non comprendere il mistero del mondo e, dunque, anche di se stessa. E, tuttavia, proprio la poesia, pur non sapendo nulla, in quanto, però, costituisce l’unica forma d’espressione che possa opporsi “al turbinio dei giorni, / al turbamento delle minime cose, alle assenze”, riesce in qualche modo, vegliando sulla crepa della faglia, a salvare la vita, a darle significanza. In questo modo essa viene restituita, come scrive Walter Mauro, “alla sua più vera, autentica e alta connotazione.”
Franca Alaimo
(Marzo 2012)

Autore: ninnj
• venerdì, marzo 09th, 2012
Il grande poeta Giorgio Bonacini nella sua ultima Opera: POESIA SCRITTA

Pubblicato il 09/03/2012 | da Ninnj Di Stefano Busà

LA POETICA DI GIORGIO BONACINI vista da Ninnj Di Stefano Busà

POESIA SCRITTA di Giorgio Bonacini
a cura di Ninnj D Stefano Busà

E’ il respiro di un’ombra la forma che sento, che vedo/…/
sono parole di Giorgio Bonacini, ma denotano l’eccezionale intuizione e spessore di un “incipit” espressivo che ne costruisce con chiarezza e illuminante lucidità un progetto ispirativo, sottolineando la levatura linguistica, lo stile saldo e rigoroso, che la dice lunga su un autore di spicco, che ha il vantaggio della peculiarità impalpabile dentro una figuratività di immagini assai avvertita. Giorgio Bonacini sa abbinare una cifra lirica assai variegata e complessa, fatta di sospensioni e di interrogativi irrisolti, ad un’ansia di accostamenti vivaci dentro uno scandaglio d’introspezioni interiori ed esteriori molto ampi.
L’autore scrive la poesia come un atto compiuto dalla mente per esorcizzare il dubbio, l’assenza di pensiero, il caos; ne derime i fili, ne costruisce i rapporti, le interconnessioni, gli strazi di una trascorrenza precaria e transitoria dell’esistente, lasciandosi guidare dal “pensiero” , che istruisce il suo itinerario umano e intellettuale in una sorta di scrittura “crittografica” al cui interno riesce a captare i sensi, ovvero, quella forma apparentemente interna all’esistente che è anche -sinolo- della sua metafora stlistica. Tra allitterazioni, assonanze e consonanze l’autore raggiunge una misura simbolica suggestiva e scorrevole, che non sempre in altri autori è l’esito felice di una scrittura decriptata attraverso sigle e ismi moderni.
Bonacini raggiunge toni alti in cui si snodano spunti di grande effetto, ineccepibili dal punto di vista stilistico. Un repertorio che consente al lettore una vasta gamma di orchestrazioni, a cominciare dal verso, quasi sempre ampio, avvolgente, sinuoso, affascinante e particolarmente dotato di grande spessore linguistico, di una profonda analisi introspettiva, in cui l’autore provvede a dotarsi di uno speciale percussore acustico, per avvertire meglio le vibrazioni che provengono dall’anima. Il pensiero è quasi sempre individuato in un coinvolgimento emotivo che contribuisce ad una stringente indagine di fondo. Dentro ed oltre la Poesia, Bonacini coglie l’occasione di una ricostruzione mnemonica, fatta di suoni e di segnali, di apparenti catarsi e di sorgenti di luce.
La poetica di Giorgio Bonacini tende a decifrare i segnali e gl’interrogativi dell’esistenza per calarsi in una roggia speleologica di grande e arrischiato scoscendimento, un abisso dentro una concatenazione logica che va dall’astratto all’allusione, ed evidenzia il tentativo di farsi carne e sangue rinverdendo una musicalità a volte appena sfiorata, (perché l’autore non è di stampo elegiaco), che sublima le sfumature esistenziali:

“Portare a compimento una scoperta o farne parte
non è solo il capriccio di un poeta, né un destino che rimanda
a una parola affaticata – a volte l’invenzione è inopportuna…”

Qui, la vulnerabilità dell’io sfiora l’essere in senso totale, rivela un’eleganza preziosa nel cogliere la condizione frustrante dell’umanità.
La conflittualità col reale, la percezione dolente dell’essere sforano quasi sempre in una malinconia e poi nell’ombra inquietante della parola mancante, nel suo illusorio perire e risorgere come Araba fenice, coerente visione della propria coscienza magmatica, eppure poetante, allusiva, condividibile col mondo.
Vi è in questa poetica una lungimiranza, una maturità di ritmi e di esperienza fuori dal comune. Si vuole qui, ricordare la teoria degli opposti: se da un lato l’uomo e il suo epicedio, dall’altro vi si oppone la poesia con la sua motivazione profonda, col suo essere strappo e carezza, lenimento e lacerazione, perdenza e infinitezza.
Una configurazione poetica che attiene ai grandi nomi del nostro secolo: Luzi, Zanzotto, Giudici, Bigongiali tanto per fare qualche nome, ma che da essi si distacca per volare alto nei cieli iperuranei della sua emblematica essenza.
Una voce potente e alta quella di Bonacini, un poeta tutto da leggere, da approfondire, da studiare, perché può dare enormi sorprese al lettore.
Roland Barthes è il suo autore d’elezione, ma dentro l’astrattismo proteiforme dell’immaginazione, Bonacini ne individua i dintorni, i contorni, ne delinea le linee, la sonorità, i segnali che lo rendono autonomo e assolutamente se stesso.

Autore della pubblicazione:
Ninnj Di Stefano Busà
Responsabile per Lombardia Unione Naz.le Scrittori
Unione Nazionale Scrittori
Autore: ninnj
• martedì, febbraio 28th, 2012

di Ninnj Di Stefano Busà x 4 persone

INGREDIENTI: un petto di circa 800 gr. di tacchino in un sol pezzo, 4 cucchiai di miele, 3  cucchiai di aceto balsamico, 350 gr. di fichi scuri sodi e maturi, 70 gr. di burro, il succo di mezzo limone non trattato, 2 ciuffetti di prezzemolo, 2 spicchi d’aglio, 1 rametto di rosmarino, olio extravergine di oliva, sale e pepe.

Mettete in una terrina il petto di tacchino, marinatelo con gli spicchi d’aglio schiacciati, 8che poi toglierete), l’aceto, il succo di mezzo limone, il rosmarino e il miele. Lasciatevelo per circa 2 ore. Sgocciolatelo e tenete da parte il liquido della marinata. In un tegame, fate rosolare con 4 cucchiai d’olio il petto di tacchino per 10 minuti da tutte le parti a fuoco vivace, Eliminate l’olio di fondo, unite il liquido di marinatura e fatevi insaporire i fichi non sbucciati, ben lavati e asciugati tagliati a metà. Irrorate con il Brandy e fatelo evaporare. Estraete i fichi e lasciate il pezzo di carne cuocere ancora 20/25  minuti. Il tacchino è  pronto quando è ben rosolato di fuori e color roseo di dentro. Tagliate il petto di tacchino a fette, sistematelo in un vassoio contornatelo coi fichi e irroratelo tutto col fondo di cottura e il trito finissimo di prezzemolo.

Autore: ninnj
• sabato, febbraio 25th, 2012

PREMIO INTERNAZIONALE TULLIOLA 2012

Premio di Poesia Renato Filippelli

XXI EDIZIONE

L’associazione culturale “TULLIOLA”,


bandisce  il concorso della XXI edizione

del premio “Tulliola” .

Regolamento:

Il Premio di Poesia porterà il nome del Poeta Renato Filippelli che per diciannove  anni l’ha presieduto,  contribuendo alla sua fama e al suo prestigio.

Specificamente all’ opera  del Poeta è dedicata la  seconda sezione del Premio.

L’associazione Tulliola ha, inoltre, istituzionalizzato un Riconoscimenti d’Onore da consegnare ad indiscusse Personalità impegnate nella lotta alle mafie ed a Personalità del mondo della cultura  e della società civile.

Il Premio comprende 5 sezioni:

1)    Premio di Poesia Renato Filippelli: Poesia edita (inviare 10 volumi );

2)    Opere edite o inedite che comprendono monografia, saggio o articolo giornalistico dedicati alla Poesia di Renato Filippelli (8 copie);

3) Romanzo edito (inviare 8 volumi )

4) Saggistica edita (inviare 8 volumi );

Non è richiesta tassa di lettura per nessuna delle sezioni.

5)Premi  d’Onore :

a)Medaglia del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano;

b) Medaglia del Presidente del Senato, Renato Schifani;

c) Medaglia del Presidente della Camera, Gianfranco Fini;

d) Due preziose incisioni del Maestro Gerardo De Meo verranno consegnate a personalità che hanno dedicato la loro vita alla lotta alle mafie, alla diffusione della cultura o all’ impegno nel recupero dalla tossicodipendenza.

Giurie.

Giuria della sezione Poesia edita o monografia,  saggio o articolo giornalistico dedicato a Renato Filippeli .

Giuria:

Presidente:  Ugo Piscopo;

Segretario:   Mario Rizzi;

Componenti:  Mimma Formicola, Marina Argenziano, Silvano Cuciniello, Franco De Luca, Erasmo Magliozzi,  Mario Rizzi, Manfredo Di Biasio.

Giuria  sezione Saggistica:

Presidente: Mary Attento;

Segretario: Barbara Vellucci;

Componenti: Maria Pia Selvaggio, Manfredo Di Biasio, Giuseppe Napolitano, Giuseppe De Nitto, Tommaso Pisanti.

Giuria  sezione Romanzo :

Presidente:  Ninnj Di Stefano Busà;

Segretario: Barbara Vellucci

Componenti: Antonio Spagnuolo, Michele Graziosetto Alessandro Petruccelli, Mario Rizzi, Manfredo Di Biasio,Domenico Pimpinella.

Il giudizio della Commissione è insindacabile e le opere non saranno restituite.

Carmen Moscariello è la  presidente e fondatrice del Premio;

Presidente onorario Erasmo Magliozzi.

Le opere dovranno pervenire entro e non oltre il 16 maggio 2012 presso  Carmen Moscariello, Via Paone S.Remigio, 04023 Formia -LT- .

All’interno di ogni singolo libro o articolo giornalistico inviato devono essere indicati tutti i dati del partecipante, compreso numero telefonico o indirizzo mail. Si prega di allegare anche una dichiarazione scritta e firmata con cui si autorizza la pubblicazione sul sito del proprio nome in caso di vincita o di segnalazione.  Per informazioni: tel. 320/8597966 mail: carmen.moscariello@yahoo.it barbara.vellucci@libero.it ;

Ai vincitori andrà un’opera d’arte degli artisti : Salvatore Bartolomeo, Giuseppe Supino, Raffaella Fuscello,  Antonio Scotto,  Franco De Luca , Antonio Conte, Celestino Casaburi e Francesco Paolo Stravato. .

Per aver diritto al premio bisogna essere presenti alla cerimonia di premiazione. Tutti coloro che non saranno presenti non potranno ritirare il premio successivamente;

I vincitori saranno avvertiti telefonicamente, o con lettera, o tramite mail . Dovranno dare conferma della loro presenza  alla cerimonia di premiazione;

La premiazione si avrà a fine ottobre  2012 nella splendida cornice del  Castello Miramare di Formia;.

Il Premio non chiede contributi ad enti pubblici, né a privati;

tutti i membri della Giuria operano senza compenso alcuno;

Il numero dei premiati varia ogni anno, nel precedente concorso sono stati premiati circa 40 autori (Il Premio ha sempre avuto una funzione di incontro felice tra autori e artisti provenienti da tutta l’Italia).

Ogni informazione e tutti gli aggiornamenti saranno prontamente pubblicati anche sul sito del premio http://digilander.libero.it/premiotulliola/

La presidente del Premio

Carmen Moscariello

Autore: ninnj
• lunedì, febbraio 20th, 2012

BANDO DEL PREMIO LETTERARIO INTERNAZIONALE DI POESIA E NARRATIVA

“L’INTEGRAZIONE CULTURALE ATTRAVERSO LA LETTERATURA”

Il “CEACM” Centro Ecuatoriano de Arte y Cultura a Milano ed il Consolato Generale dell’Ecuador a Milano bandiscono il 2° Premio Letterario Internazionale “L’Integrazione Culturale Attraverso la Letteratura”, aperto a tutti gli autori italiani e stranieri, senza distinzione alcuna. Il premio si articola in 4 sezioni e puó partecipare ogni genere letterario (noir, thriller, horror, rosa, fantasy, storico, poliziesco, religioso, narrativa per bambini, ecc…). I testi possono essere in lingua italiana, inglese o spagnola. Questo premio nasce dalla responsabilità civica che come cittadini immigrati avvertiamo fortemente, ed è il segno che si può vivere in un’altra società facendone parte a tutti gli effetti, a partire dall’io più intimo e non solo come forza lavoro. Per far questo abbiamo utilizzato uno dei maggiori mezzi espressivi, “la Letteratura”, come linguaggio universale nel quale si avvertono i migliori segnali dell’esigenza culturale e si esprime la capacità del dialogo più universale.

LA PARTECIPAZIONE È GRATUITA –  SCADENZA 17 MARZO 2012

Sezione A – Poesie edite o inedite a tema libero.

Sezione B – Libro edito di Poesia.

Sezione C – Libro edito di Narrativa.

Sezione D – Libro edito di Narrativa per bambini. (fiabe, favole, racconti)

GIURIA Ci teniamo a precisare che il premio è senza fini di lucro, e il costo del medesimo è autofinanziato grazie alla collaborazione degli sponsor che sostengono l’integrazione culturale.

Presidente del premio è Guamán Allende, Addetto Culturale in Italia, che coordinerà i lavori della giuria presieduta dalla Prof.ssa Ninnj di Stefano Busà e dai componenti: scrittrice Sveva Casati Modignani, Prof. Maurizio Cucchi, Dr. Corrado Calabrò, Prof. Davide Rondoni, Prof. Alessandro Quasimodo, Prof. Michelangelo Camelliti, Prof. Franco Loi, Don Alessandro Vavassori, Prof. Haidar Hafez.

REGOLAMENTO

Art. 1 -  Sezione “A” Poesia edita o inedita a tema libero: si partecipa inviando massimo 2 poesie in 3 copie, una delle quali dovrà essere corredata dalle generalità dell’autore. Oltre al cartaceo, si dovranno fornire via e-mail le 2 poesie per l’eventuale pubblicazione a: premioletterarioga@hotmail.com

Art. 2 – La partecipazione comporta il contributo/acquisto anticipato di almeno una copia dell’antologia del premio del valore di 15 euro ciascuna (é garantita la presenza dei CV di 10 righe all’interno dell’antologia di tutti i partecipanti). I contributi saranno donati per il 50% al CEACM per l’acquisto di materiale scolastico per gli alunni che frequentano i corsi del CEACM presso l’Istituto Leone XIII di Milano, e l’altro 50% sará invece destinato all’acquisto di testi scolastici per bambini, che saranno donati a una biblioteca scolastica delle zone rurali dell’Ecuador.

Art. 3 – Le opere di ogni sezione devono essere inviate in tre copie. I dati anagrafici dell’autore (nome, cognome, luogo e data di nascita, indirizzo, telefono, ed e-mail) saranno accompagnati da una dichiarazione firmata, della proprietà e originalità della propria opera, nonché dell’autorizzazione all’eventuale pubblicazione senza richiedere compenso alcuno, e del consenso al trattamento dei dati personali, nell’ambito del premio, ai sensi dell’art. 11 del D.Lgs. 192/03.

Art. 4 – Inviare un breve curriculum vitae di 10 righe a: premioletterarioga@hotmail.com

Art. 5 – Tutte le opere dovranno essere inviate entro e non oltre 17 marzo 2012 (farà fede la data del timbro postale) accompagnate della ricevuta di versamento di 15 euro, con causale “contributo antologia 2012”, versato sul C/C EXTRABANCA Via Pergolesi, 2/A – 20124 Milano IBAN: IT60X0339901600000010101292.   Pacco postale “PIEGO DI LIBRI” intestato a:

CEACM Premio Letterario

c/o Consolato Generale dell’Ecuador a Milano

Via Vittor Pisani, 9  -  20124 Milano – Italia

Art. 6 – Sono previsti premi in denaro per i primi classificati di ogni sezione, nonchè trofei, targhe e menzioni d’onore. I premi dovranno essere ritirati personalmente o da persona munita di delega e non è previsto nessun tipo di rimborso spese per i premiati.

Art. 7 – Possono aderire autori italiani e stranieri con testi in lingua italiana, inglese o spagnola, è possibile partecipare a più sezioni e con più opere.

Art. 8 – Gli autori, per il fatto stesso di partecipare al premio, cedono il diritto di pubblicazione all’interno dell’antologia del premio, senza avere nulla da pretendere come diritto d’autore. Tutti i diritti rimangono dei singoli autori.

Art. 9 -  Gli scritti non dovranno contenere frasi o riferimenti offensivi verso, persone, enti o istituzioni varie.

Art. 10 – Le opere edite pervenute, non saranno restituite, rimarranno alla biblioteca del CEACM, catalogate e messe a disposizione dei lettori.

Art. 11 – Il giudizio della giuria sarà inappellabile e insindacabile, gli autori premiati saranno avvisati tramite e-mail e telefonicamente entro il 26 aprile 2012, saranno pubblicati sul sito www.ecumilan.org www.guamanallende.com www.agorafutura.net e inviati alle riviste e ai quotidiani nazionali. La cerimonia di premiazione si terrà a Milano, sabato 26 maggio alle ore 15:30 in luogo da stabilire.

Art. 12 – Info: premioletterarioga@hotmail.com www.guamanallende.com www.agorafutura.net www.ecumilan.org Tel: 3341425818

Autore: ninnj
• domenica, febbraio 19th, 2012

DAVIDE RONDONI a cura di Ninnj Di Stefano Busà

Il suo modulo linguistico non è dei più semplici, appare tale solo di primo achitto per la familiarità a mostrare parole usuali, ma che pure hanno un loro incantamento e quella scorrevolezza di fondo che sanno tradurre la specifica orditura, in assiomi di grande e talentuosa disposizione spirituale. Lo spessore verbale  in un discorso di riferimenti inventivi, sa mantenere la sua ricerca euristica entro guizzi fascinosi e simbolismi mai astratti, ma puntualmente vivificanti entro il nucleo del linguaggio.

Davide Rondoni è il poeta di oggi per eccellenza, calato nel quotidiano vulnus che attizza a quella maestrìa di fondo le sue osservazioni spontanee, ora sottili, ora visionarie: oggetti, luoghi, strade, città, bar, periferie acquistano una loro simbiosi primitiva e reale di luoghi dell’anima. Davide Rondoni si rivela un poeta moderno, ma di quella modernità pensosa e inaspettatamente originale che sa calarsi in una retrospettiva di tempi e sensazioni, operati all’insegna delle sue sagaci e puntuali osservazioni del mondo.

Quello che si evince dalla sua poetica è la persuasiva opera di penetrazione in una scrittura composita che è, al contempo, evocativa di sè medesima e attinge ad un simbolismo e ad un particolarismo suoi propri.

Davide Rondoni è un poeta complesso che sa ingenerare nel lettore quel senso di immaginaria sospensione, quella sorta di frammentarismo che s’interseca con l’oggettuale ritorno di sè agli altri. Gli oggetti, sotto il suo sguardo,s’intersecano, sembrano materializzarsi, prendere forma e vigore, lungo traiettorie immaginarie in cui tutto apparentemente  è  -non poesia-

Invece, di carne e sangue è frammisto il suo verbo e attinge di frequente ad una frammentazione diasporica di sintagmi che si frappone al ricordo, per ritornare alla dimensione di figurativismo e relativismo propri del linguaggio moderno.

Rondoni sa interpretare l’uomo comune, chiuso in un suo labirinto condominiale, alle prese coi problemi e le difficoltà del quotidiano,con la fragilità e l’ossessione del suo percoso solipsistico, colmo dìincognite, di assenze, ma anche avulso da quel metropolitanismo convulso delle grandi città che egli intuisce nel suo immaginario..

Attraverso itinerari abituali: bar, tram, stazioni, autogrill, dove tutto transita senza sosta, corre, percorre, si defila in una sua estraneità ossessiva, fatta di lampeggiamenti , di note stonate, di panni stesi, di velocità, di panorami visionari e non.

Vita, anche quella notturna con la sua incantata necessità di rapportarsi, di narrarsi. Ed è un racconto d’anima quello che  Rondoni fa nelle giornate apparentemente senza storia, ma che hanno la sorvegliata consapevolezza dell’essere lì, ora, sic et ninc: l’uomo vagolante, inconsapevole del suo itinere, incosciente della sua presenza nel mondo attraverso le piccole cose si riscatta, tonifica la sua ingerenza all’esterno, ne coglie i frammeti, fa sua la sua storia in un assemble tortuoso e fobico.

Il poeta percorre in lungo e in largo l’incanto delle mattine ansanti, già affannose alla prima ora… il bar lungo la stazione, i camerieri che trattengono la lucida tunultuosa ilarità del giorno inquieto, e poi i sogni, l’amore, la vita quale appare dai lacerti di dolore e dal pensoso “repescage”

Proprio dal rimestare la luminosità delle percezioni-suggestion che si evidenzia l’Ulisside che è in lui. Sempre alla ricerca di se stesso, di un’Itaca lontana, un viaggio all’interno di sé, nei mattini bitumati dal dolore, dalla noia, alla ricerca di ciò che può essere il mezzo e non il fine per giungere alla verità “oltre”: una verità inamovibile e affrancata da remore metafisiche, quasi opaca, annoiata, ma tremendamente incantata dinanzi al mistero dell’essere.

I luoghi familiari gli consentono d’interpretare l’esistenza con grande maestrìa e far rivivere attimi scialbi con l’intensa luce della fantasia. Un’esistenza parallela si diparte dal poeta per raggiungere la trasfigurazione lirica di un paesaggio endemico, che chiude in un cerchio gli oggetti in una sua impalpabile aurea.

Il suo lirismo combacia col realismo sinergico delle sue emotività, si appropria di una tensione emotiva che è in Rondoni il suo “alter ego” .

Il poeta non si lascia mai irretire da sperimentalismi aberranti, nè trovano posto in lui gli intellettualismi un po’ demodé della neoavanguardia letteraria. Rondoni è un mostro sacro del linguismo che riposa in un suo “subliminale” entroterra cilturale, pure se, a volte, gliaciale: momento individuale che appartiene solo a se stesso.  Per il resto penserà la Storia a collocarlo nei podii alti di un gradimento che, della contemporaneità ha il gusto, la sagacia e i toni, mostrando a chi lo legge la maestrie delle sue doti poetiche comunicative e condivisibili in tutti i suoi lavori letterari..

Ninnj Di Stefano Busà

Autore: ninnj
• domenica, febbraio 19th, 2012

Ninnj Di Stefano Busà

Il sogno e la sua infinitezza

La poesia è nel destino,

sinapsi ascensionale che sublima.

(Come a un cielo l’ala),

dagli abissi spicca il volo

e il mondo viene avvolto d’assoluto.

l’autrice

Prefazione di

Walter Mauro

La silloge di poesie di Ninnj Di Stefano Busà: Il sogno

e la sua infinitezza, la cui titolazione si configura come

una sorta di offerta al lettore, perché partecipi e si faccia

compagno di strada dell’intero percorso, si presenta come

una densa e sottesa rinascita di proposte, drammaticamente,

e gioiosamente, umane nel contesto del riscatto liberatorio,

che soltanto l’esercizio della parola, della lingua poetica, in

questo caso molto suadente e al contempo diretta, senza

sovrastrutture, riesce a realizzare. Non casualmente, la silloge

si apre con l’Evento che ha segnato inequivocabilmente la

vita e i destini dell’uomo, sì che da quel momento d’avvio il

discorso poetico – nella sua sottesa umanità di linguaggio e

di proposizioni – procede e si sviluppa come crinale e sentieri

percorsi con una nuova e umanizzata dizione, proprio da non

lasciar scorgere una ormai superata distinzione tra sostanza

e forma, attraverso la quale l’eloquio stesso va slargandosi:

“il mio sogno ha sassi e licheni/ sfrangiati dal troppo rinascere/

fiore e radice./ Ora è seccume di ramo”.

Ciò vuol dire che il doppio tracciato dell’aspettazione

e della speranza, alla parvenza così distanti e univoci al

contempo tra loro, si apre a prospettive coniugate tra fissità

e movimento, un percorso che consente a questa raccolta di

esibirsi vincente nei confronti di tanta produzione di oggi:

“Rinascere poi è come tentare/ quel poco che non conosciamo,

la verità/ è sentiero inesplorato, sasso duro che divide,/ eppure à

chiaro il giorno, c’è tanta luce intorno”.

È la milizia terrena che combatte la sua impietosa

guerra conto la fuga del tempo, nella dimensione di quelle

scatole cinesi, che pur nella loro ricorrenza, continuano a

configurare la sostanza concreta di quel tempus fugit che non

è solo quella pura e semplice riflessione che cronologia e

storia ci hanno tramandato, bensì molto di più, nell’azione

coinvolgente che riguarda l’intero e integro percorso del

nostro diurno tracciato, compreso dall’equazione vita/morte

fino all’ultimo grido di difesa. “Così la morte, una lingua

muta/ che sbianca carne e sangue,/ fin dove scorre il soffio della

linfa,/ a sciame cattura il brusìo tenace della vita”.

In questa silloge risulta essenziale, fondamentale in

termini non equivoci, quel moto circolatorio che è forse

troppo riduttivo definire -tempo-.

Felicità o via di fuga? (la definisce l’autrice), la suggestione

di questi versi è tutta in questo dilemma duro e implacabile,

che richiede tentativi continui e tenaci uscite di sicurezza,

ardue da recuperare e ancora più tenaci da aprire: “Si compie

poi la dolcezza che inonda,/ la vanità della parola che non

cede/ alla mestizia rassicurante della carne,/ al rosso del sangue

e al miele/ fino al colpo finale che toglie e non dà,/ al respiro

vicino alla resa breve e convulso/…/

Il fantasma poetico, sempre così vivo e presente, serve

a consentire scadenza d’ordine all’interezza del quadro,

altrimenti lacerato e slabbrato: in quest’ultima esigenza,

il ricorso ad una lingua poetica semplice e naturale, come

sempre si addice alla poesia vera e autentica, è presente,

restituisce bagliori e slanci, ombrosità e ritrosìe ad una

scrittura che con coraggio va ad occupare uno spazio non

indifferente nel diorama di oggi, non soltanto per il perenne

discorso sull’uomo, ma anche sulla preziosa consuetudine

di restituire alla parola poetica la sua più vera, autentica e

alta connotazione. “La vita che viene, dici, non è scritta/ per

darci la facoltà della meraviglia,/ la fioritura fuori stagione,

l’anelito/ dell’aquila alla rupe” e ancora: “Qualcosa poi resta a

segnarci il silenzio,/ un fiore reciso o la sera che ci lascia/ come

un pensiero mai nato, (solo sognato)”.

Walter Mauro

Non che io conosca la geometria dell’aria

il volo del coleottero sul ramo,

dentro la morte dell’estate è il suo flagello,

la linea di demarcazione, la palude stigea

la foglia che marcisce e alimenta la notte

incombente, senza volto e nome.

Una luce, la nostra, che ha il debito dell’usura,

l’orizzonte sempre lontano.

Possediamo il godimento, il ramo stento,

la fitta del rovo: ogni vascello naviga a braccio,

lo scafo affonda, eppure sfaglia la memoria,

la sua radice mortale di lussuria.

Rinascere poi è come tentare

quel poco che non conosciamo, la verità

è sentiero inesplorato, sasso duro a spezzarsi,

eppure è chiaro il giorno, c’è tanta luce intorno.

Respirami in limine di campo,

dove le spighe non maturano,

regalami lo strappo dell’abbraccio,

il fiore d’innocenza, la melagrana spaccata

al solleone.

Lo sfaglio della terra ci rende calvi di vento,

col ritmo di meraviglia pronto a morire,

ad offrirsi alla falce della carne,

alla forma che cancella tutte le altre forme

nella minuscola gola di farfalla,

dove la minima distanza è dolorosa,

taglia in due il seme e la sua storia:

la visuale delle cose diventa già memoria.

Poggio le mani sul tuo cuore

sono falce e spiga che fiorisce e lenisce,

m’invento l’ostinazione delle pieghe,

mentre i tuoi ventricoli sanguinano,

anche la vita con le sue distanze minime,

è un giro di valzer scordato.

La tenebra avanza

col passo stanco del plotone senza obbedienza,

in ordine sciolto o in fuga,

come dai giorni di dolore o dall’inverno

che non ha fuochi per scaldare.

Così la morte, una lingua muta

che sbianca carne e sangue,

fin dove scorre il soffio della linfa,

a sciame cattura il brusio tenace della vita.

Anche il giorno si oscura,

senza sussulti, senza saziare la fame

che indaga tutte le varianti del pasto.

Possediamo una sola geometria di sguardi,

un germogliare labile di cieli,

che incrocia flussi migratori,

ancora col fiato sul becco,

quando la morte li attende al varco sulla rupe,

dove il viaggio si fa memoria d’aria,

sorriso di radici inquieto,

alghe e rocce che portano in mare aperto.

E non è che io cerchi l’altra metà del cielo,

un ritorno d’erba dell’età primeva,

Il mio sogno ha sassi duri e licheni

sfrangiati dal troppo rinascere

fiore e radice. Ora è seccume di ramo.

Nell’incavo delle tue braccia un sussulto,

veglia che induce l’un l’altro

a godere dell’amore,

nell’attesa del tutto compiuto che artiglia

la minima gioia, l’edera tenace della storia,

sono onda di tenerezza sul volto.

A tratti, ci restituisce l’innocenza, l’amore,

mentre calziamo l’ipotesi del volo,

ma non abbiamo ali che ci spingano

in mare aperto, lì dove si compie

il miracolo di luce, lo spoglio della vita

che ti respira e ti perde, come il sole d’inverno…

In un minuscolo filo d’erba

tutta la dolcezza che ci resta.

Respiriamo la vita come zolla dopo la mietitura,

mordiamo l’aria secca, la solitudine

del vento, fino a sperderci nel volo breve

di una rondine di mare.

La solitudine, liscia come gli anni

senza vento e bocci, solo radici nodose

e il groppo in gola che ricorda

il pesce sott’acqua, la sete sulla pelle.

Si compie poi la dolcezza che inonda,

la vanità della parola che non cede

alla mestizia rassicurante della carne,

al rosso del sangue e al miele,

fino al colpo finale che toglie e non dà,

al respiro vicino alla resa breve e convulso.

Ho radici che percorrono linee d’acqua,

come il vaso di Pandora tendo a scoperchiare

la vena del cuore, la perfezione di un ritorno,

la nostalgia del germoglio sotto il sasso.

E non vi è viaggio che inizi con altro viaggio,

binari in disuso, sentieri inconoscibili,

disavanzi da poveri guitti.

Morde la fame come un giorno senza requie,

sfaglia vite logore,

un declino che ha l’attraversamento dello Stige,

la caparbia bellezza dell’inverno

dentro la morte disseccata e scabra.

Ogni gesto si connette all’altro,

ogni vocalizzo-parola entra nella memoria,

la perfora, come lume che ristora la tenebra.

Dalla geometria del fango origina

la nostra prima sete.

Ci lasciamo alle spalle

un debito di radici e foglie,

le nostre prime schermaglie d’amore,

un sistemico accavallarsi di germogli,

senza la facoltà di disvelarsi, di aprirsi

in boccio alla faglia del cuore.

Resta un desiderio inesplorato

quel cercarsi, quell’esplorarsi

con la caparbietà della logica,

che s’apre all’ostinazione dell’autunno.

Cancelliamo i giorni dal calendario,

ci offriamo alla dimenticanza.

La vita che viene, dici, non è scritta

per darci la facoltà della meraviglia,

la fioritura fuori stagione, l’anelito

dell’aquila alla rupe.

Ogni cosa è realtà di assenze:

valori nominali azzerati,

persi i contatti minimi con la felicità,

ci resta la tracotanza dell’asfalto bagnato,

la grandine o l’immagine crepuscolore,

il sole a perpendicolo.

Ritmi tentacolari,

mannelli di dolore come giaculatorie.

Intercediamo a comando, sommando l’ordine degli addendi

i dividendi: la dimensione ultima strapiomba,

cerca gli appigli necessari

per trattenere le cose mai avute.

Qualcosa poi resta a segnarci il silenzio,

un fiore reciso o la sera che ci lascia

come un pensiero mai nato, (solo sognato).

Solo un abbraccio chiesto e ridato,

un piccolo legame amoroso,

la folle mestizia della notte a rischiarare

il biancore delle crepe, quando il buio

è senza riparo, una distanza dal solco

o dal binario che scinde la vita,

l’ostinazione del morso nella carne.

Ogni cosa è inizio alla sua fine,

un sole che ride al mattino e cerca

la sua massima concentrazione

nelle nuvole alte della stratosfera.

Nomadi e gitani, senza riparo

né codice di comportamento.

La nostra casa il vento, la necessità

di essere fedeli al poco come insetti

di un tempo limitato, di una gioia ostinata

che si ramifica fino a lacerti d’acque sotterranee.

La fatica del viaggio ci rende

corpi inospitali all’amore.

Azzardi, sul filo del tempo sospesi.

Allo sferragliare dei treni,

l’ultimo addio si ripete e stordisce.

Spariscono i vagoni nella ressa,

col fazzoletto sventolato in aria,

– più nulla – una canzone slitta

nei pochi metri quadri della nostalgia…

Si resta ancora un po’ a infilare

le parole non dette,

il crescente sobbalzo,

il soprassalto nelle vene.

Si dirada come un vento che preme

la voce rotta dal silenzio

e incontra il profilo sfuggente dell’altro

ad inseguirla.

Assenza o afasia, il viaggio

ha suoni stonati, vene di terra e fosforo.

Nel gorgo del pensiero nessuna certezza

va oltre lo splendore azzurrino degli occhi.

Quando ingemma la melagrana, è ròsa

dal buio anche la valle sfogliata dalla tramontana.

Presagio di malinconia il riflesso ambrato,

sulla solitaria cuspide del borgo.

Dalla scogliera che taglia a ponente,

ogni profilo è una mobile palma

che lambisce orli di mare.

Ogni sogno ci lascia dietro di sé

scie di felicità incompiuta.

Per trattenerla, inventiamo

oniriche e affrante consolazioni.

Tutto ostinatamente insiste, dai vagheggiati amori

alle viuzze del borgo

a tastare i suoi prodigi, la percezione viva

di essere vanità che gonfia le vene.

Ora mi doni la rischiarante certezza

del tuo canto, oh terra,

compensi il turbine di vita

con l’inquieta levigatezza di un dolore sordo,

più cupo dell’immenso vuoto che lasci.

Questo mi porta il mare: la liturgia

del suo silenzio, la pacatezza dell’umida sera,

il suo cobalto.

Eppure, niente ci accomuna, o tutto:

c’insegna la luce il suo morire,

di una pelle nuova abbiamo nostalgia,

o di un approdo senza agguati che ci stringa

al suo infinito.

Mi adombra la semina degli uragani,

il confuso grondare di cascata sulla pelle.

L’offerta è come un graffio che tormenta

e acquieta, se appena accosti alle labbra

l’incomprensibile preludio del sangue,

il bicchiere col sapore del sale.

Incalza già il silenzio, ad evocarlo,

è tempo che ha schiuso i suoi candidi gigli.

Ci pensano gli anni a puntellare

l’agguato delle ali, la liturgia

che imporpora il sonno alle ortiche.

Vi è un dolore talvolta sottile che spacca

le argille, spande i suoi silenzi

nei grumi, come il vento tra i rami.

Vi rovista il cuore nella follia degl’interludi,

ha sandali di rovi, tutta la solitudine

degli oceani, qualche seme tenace di orgoglio

a incarnarsi al libeccio, a ferire

il disavanzo della carne che deterge il dolore.

È sempre un pensiero dominante quello

che svia l’erotismo da bocche sigillate,

da maschere chiuse nella temibile misogenìa

del cuore.

La percezione è quella che fiorisce

dall’immenso vuoto, la compensi col poco

“dare e avere”, come una morte sospetta

che vigila quieta il tuo respiro e sa attendere.

Non vi è maestrale che non gonfi

i silenzi notturni, i viottoli stretti,

l’edera sui muri.

Tu, annegata nell’oceano dell’anima,

sei solo creatura d’infinito,

alba che si oppone al turbinio dei giorni,

al turbamento delle minime cose, alle assenze.

Il mondo e a lui difforme la morte

và sfuggendo come rosa di maggio

sui capelli.

Spenta è la memoria dei giovani corpi distesi,

l’acuminato grido degli uccelli,

la beltà del fiore e delle aurore

che imporporano la pietra della luna,

il sonno misterioso su rocce di arenaria.

Qui canta l’ultimo passero,

esulta la lepre, s’infiamma come amore

la città eccelsa con nuvole di pianto:

ogni cosa duole o si fa simulacro di dolore,

ombra furtiva, immenso fiume lungamente

atteso dal suo mare.

Oh tu dispiùmati come stella polare

sull’orlo di un pozzo abissale,

terra,

continua a lastricare di morti la breve distanza

tra noi e la vita.

Tu, cielo che conti le stelle, solleva lo sguardo

alle debite lontananze, tu che appari e scompari

dal fragile volto corrugato dei cipressi:

tu, solitudine desolata, incolmabile orizzonte

dei nostri desideri: fosti l’oriente e l’occidente

del mondo, la piuma docile e levigata dei sogni,

tu, terra promessa, zenith delle contratture,

delle offese, delle festevoli voci.

È tempo di monologhi, di trasparenze,

di venti incorrotti e incorruttibili

che schiantano implacabili i fortilizi.

Non può che giungere da te l’inestinguibile

oblìo.

Il cielo penetra a fatica nell’azzurro,

lento e perseverante come una frana a valle,

ad esso si avventa il precipizio d’ali,

nella sommossa vanità della grandine.

Oltre l’azzurro delle cime, le nubi incoronano

altri mondi, migrano gli uccelli

dal lungo sonno da cui rinasce l’abbrunata stagione,

l’erranza o l’avventura degli steli e dei rami,

le radici della schiarita e poi lo schianto.

La notte ha il passo sciroccato del sonnambulo,

filari d’anime in catena:

ognuno col suo fardello di sogni,

di pietre aguzze e afa,

ognuno scende verso il fiume

con la sua avventura, il suo refrain molteplice

di felicità negata, di neve e dolore.

La notte spiana l’erta, è difforme nel ricordo

l’immagine del giorno, tace il karma,

si riavvia la recrudescenza ambigua della notte

che ti denuda e risorge,

come un dio minore dalla sua croce.

Ognuno sa, ognuno vede il florilegio

farsi fosforo e porpora, svagato amore,

come di passeri al loro cielo agostano.

La notte deterge il becco degli uccelli,

li avvia alla schiusa delle meraviglie,

a rive senza riparo, senza percettibile pietà.

Si resta ormai insensibili alla solitudine

che dispiuma i nembi odorosi di memoria,

Nulla di ciò che traspare è riconducibile

alla felicità, eppure tace

o muove al delirio la linfa dei giorni,

misura la pienezza del battito alle tempie.

Niente esce illeso.

Autore: ninnj
• domenica, febbraio 19th, 2012

Via CARD: SCHUSTER, 6   20090 SEGRATE (MI)

tel 02 26921007 cell. 3384551235

E-mail ninnj.distefano@teletu.it

Ninnj Di Stefano Busà, nata a Partanna, laureata in Lettere, è tra le figure più note e rappresentative della pagina culturale dei nostri giorni, tra le più conosciute e qualificate scrittrici a livello internazionale.

Poetessa, critico, saggista e giornalista. Inizia a scrivere poesia a 13 anni. Si occupa di Estetica e di Letteratura, di Storia delle Poetiche, oltre che di Critica e di Scienza dell’Alimentazione.

La sua vasta opera è raccolta in saggi, studi critici e articoli di varia natura.

Della sua attività si sono occupate molte tra le più qualificate personalità della pagina letteraria contemporanea.

Incoraggiata da Salvatore Quasimodo, (Premio Nobel) suo corregionale e amico di famiglia, inizia a scrivere la sua prima raccolta poetica che avrebbe avuto l’avallo dello stesso, se da lì a poco, non fosse deceduto.

L’infausto evento non la ferma, pubblica la sua prima opera senza l’avallo di nessuno e ottiene l’approvazione di Carlo Bo, successivamente di Mario Sansone, Franco Fortini, Giorgio Bàrberi Squarotti,  Walter Mauro, Alberto Frattini, Antonio Piromalli, Davide Rondoni, Giuseppe Benelli, Fulvio Tomizza, Attilio Bertolucci, Dante Maffìa, Sirio Guerrieri, Ferruccio Ulivi, Marco Forti, Pasquale Maffeo, Geno Pampaloni, M. Luisa Spaziani, Giovanni Raboni, Silvano Demarchi, Vittoriano Esposito, Emerico Giachery, Paolo Ruffilli,  Sandro Gros-Pietro, Guido Zavanone, Antonio Coppola, Edoardo Sanguineti, Carmine Chiodo, Francesco D’Episcopo, Antonio Spagnuolo, Alda Merini e molti altri che, a vario titolo, e in diverse occasioni, le hanno dedicato prefazioni, recensioni, saggi critici, monografie etc.

Ha presieduto  le XX edizioni del Premio  “INIZIATIVE LETTERARIE- Unione Nazionale Scrittori” e ne presiede inoltre dal 1991 il Centro internazionale delle poetiche. Collabora con un progetto culturale di letterature tra i popoli, attraverso il Consolato Generale dell’Ecuador in Italia. Fa parte di numerose e qualificate Giurie. Dirige la nuova collana “Magister” dell’Editrice Tracce di Pescara.

In Poesia ha pubblicato 20 raccolte, quasi tutte premiate o, in forma inedita con pubblicazione-premio al vincitore, o successivamente, come libro edito (a pubblicazione avvenuta). Si segnalano i seguenti titoli:

OLTRE IL SEGNO TANGIBILE (1986, 2° ed. 1987 esaurito)

LO SPAZIO DI UN PENSIERO (1988 Ed. Gabrieli vince il Premio editoriale L’Ala della Vittoria, con la pubblicazione)

QUEL LUCIDO DELIRIO, (1989, vince il Premio “Editrice Il Grappolo”con la pubblicazione)

SORTILEGIO DI RIFLESSI, (1989, vince il premio “Cinque Terre” La Spezia, con la pubblicazione)

LA PAROLA ESSENZIALE (1990)

ABITARE LA POLVERE  (1990, pref. di A. G. Brunelli, pubblicazione-premio al vincitore, Editore Agemina, Firenze)

L’AREA DI BROCA (1993, tradotto anche in francese e presentato a Parigi, pref. Antonio Piromalli, vince il Premio Città di Pontinia, 1994)

L’ATTIMO CHE CONTA (1994, pref. Vittorio Vettori, vince il Premio “Cinque Terre” stesso anno)

CERCATORI D’INFINITO  (Belgrado, 1994, tradotto interamente in serbo-croato)

ANCHE  L’IPOTESI (1995, pubblicazione-premio vince il Premio Histonium, Vasto)

QUELLA DOLCEZZA INQUIETA (1997, pref. Vittoriano Esposito, vince il Premio “Atheste”  della Regione Veneta 1998)

LE LUNE OLTRE IL CANCELLO (1998 pref. Giorgio Bàrberi Squarotti, pubblicazione-premio al vincitore “Libero De Libero, Fondi )

IL DESERTO E IL CACTUS (1998, pref. Maria. G. Lenisa vince il premio -pubblicazione R. Micheloni, Lunigiana)

IN ALTRO LUOGO (2001 Sanremo, pluripremiato)

ADIACENZE E LONTANANZE (2002 pref. Neuro Bonifazi – postfazione Dante Maffìa)

L’ARTO FANTASMA (2005, Ed. Lineacultura, pref. Giovanni Raboni, vince il Premio “Maestrale, Sestri)

TRA L’ONDA E LA RISACCA (2007, Ed. Bastogi, pref. Marco Forti, introduzione di Francesco D’ Episcopo, pluripremiato)

L’ASSOLUTO PERFETTO (2010, Kairos, pref. Antonio Spagnuolo, vincitore dei Premi “Franco Delpino” e “Histonum” Vasto)

QUELLA LUCE CHE TOCCA IL MONDO (2010, Ed. Bastogi, pref. Emerico Giachery, pluripremiato)

NELLA ROSA DEI VENTI (2011, ed. Ursini pref. di Giorgio Bàrberi Squarotti) .

Ha pubblicato:

IN SAGGISTICA :

IL VALORE DI UN RITO ONIRICO (1989, ed Il Ponte New York)

L’ESTETICA CROCIANA E I PROBLEMI DELL’ARTE (1986 vince rispettivamente i Premi La Magra “, La Spezia, il Premio G. Parise   di Bolzano e il Premio “Nuove Lettere ” dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli, tutti nel 1997, una sez. di esso consegue il Premio “T. Casini” dello stesso anno.

La scrittrice è Presidente della Lombardia dell’Unione Nazionale Scrittori

E’ stata inoltre insignita di attestato di Benemerenza per la Cultura da parte della Società Argentina degli Scrittori, per i suoi meriti letterari in un Convegno di Studi a Buenos Aires nel 1990. Le è stato conferito il Premio “Giano” quale riconoscimento alla Carriera Critica nel 2006.

La sua produzione ha riscosso molti consensi anche all’estero, presso Sedi Universitarie e Istituti Italiani di Cultura: a Rio De Janeiro, a Parigi, a Buenos Aires. Tradotta in francese, inglese, tedesco, spagnolo e serbo-croato. Ha tenuto molte conferenze in vari paesi esteri, partecipando a Convegni di Studio e Ricerche sulla Letteratura: Rijeka, Trieste, La Spezia, Roma, Bari, Parigi, Buenos Aires, Napoli, Milano.

Fa parte o è Presidente di molte prestigiose Giurie in varie parti d’Italia.

In qualità di Docente ha tenuto per molti anni Corsi di Letteratura e Storia delle Poetiche presso l’Università Terza di Milano.

Le sono state dedicate tre monografie da critici molto apprezzati e competenti.

E’ collocata nella Storia della Letteratura Italiana, in sei volumi dell’Editore Simone per le Scuole Superiori e i Licei.

Tra gli ultimi premi alla Carriera e alla Cultura, vanno almeno annoverati il prestigioso Premio dell’Assessorato alla Cultura della sua città di origine Partanna, dalle mani del Sindaco; il riconoscimento del Senato della Repubblica dalle mani del Sindaco di Chiavari, il Premio alla Carriera all’Histonium di Vasto e quello dell’Accademia internazionale di Paestum ricevuti tutti nel  2010. Inoltre vanno almeno menzionati i Premi: “Pegasus” di Cattolica; “ScrivereDonna” Editrice Tracce-Pescara; Finalista ai Premi: “Alfonso Gatto”; “Mario Luzi”Festival-Evento e LericiPea tutti del 2011.

E’ Presidente di uno programma culturale internazionale con L’Ecuador, con il quale l’Italia vanta rapporti di integrazione e amicizia attraverso il Consolato e l’Istituto Italiano di Cultura e per il quale è stata insignita di onorificenza di “Gran Dignitario” di Letteratura, (l’equivalente del ns. Cavalierato) nell’ottobre 2011.