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Autore: ninnj
• mercoledì, luglio 08th, 2009

di (Ninnj Di Stefano Busà)

Uno degli ultimi baluardi del sistema oscurantista  di regime degli Ayatollah ha i giorni contati. Una folla oceanica, dopo i brogli paventati alle elezioni del nuovo presidente, si è riversata in strada, nelle piazze, chiedendo a gran voce con rudimentali sistemi (pietre in mano), la verifica dei voti, e la liberazione dagli oppressori. Dopo il regno apparentemente pacifista-moderato e illuminato dello Scià di Persia Reza Pahlevi, che aveva delineato una politica più morbida di convergenza  con apertura verso occidente, il rafforzamento dei detentori del regime aveva ripreso in mano la situazione aumentando la dose dei veti con l’esclusione dello stato di diritti umani in ogni sua forma. L’introduzione di una dittatura estremista che aveva individuato in Khomeini una figura determinante per la lotta armata islamica sui diversi fronti, risulta in quest’ultimo caso: l’eliminazione quasi totale e senza battute d’arresto delle donne dalla scena del mondo civile, escludendole da ogni ragionevole diritto: come quello al voto, allo studio, alla professione, a guidare, ad uscire da casa senza il permesso maschile, viene a instaurarsi e a consolidarsi una figura di donna-oggetto, sempre più in subordine alla vita dell’uomo, coperta completamente dal burka, che prevede solo una sottile  feritoia per gli occhi, si attuano un deja vu primordiale, esasparante, che ripristina il medioevo agli inizi del Tremila, un incrudelimento e un veto per ogni forma di riformismo e di autodeterminazione socio/culturale del genere femminile, che non poteva non  determinare negli animi sofferenza e ribellione verso la tirannìa autoritaria di un potere vessatorio insediatosi con strategie infauste e procedimenti di lotta armata. Un diktat su tutti i criteri discernitivi di scelte consapevoli, private di ogni minima apertura alla libertà che  ha catapultato l’Iran nel più retrogrado paese dell’area islamica. Ulteriormente aggravando la già difficile condizione delle donne, espropriandole delle più elementari regole del vivere civile. Da lì, all’insediamento di Akmadinejad il passo fu breve. Questi ha risposto appieno alla determinatezza di ripristinare il piano sospensivo di libertà a chiunque si mostrasse dissidente, o quanto meno, non in linea col potere dittatoriale del suo governo.

Figura insignificante, fisicamente “involuto”, all’apparenza esaltato da un ego smisurato e indifferibile, atteggiamento schizofrenico – senza carisma – sguardo perso nell’aspirazione autolesionista di un’arroganza che inneggia alla sua personalità mediocre, pericolosa ed egocentrica fino al parossismo – ceto sociale basso – caratteristiche somatiche da rifiuto, (non solo dal genere femminile, ma da tutti i generi), odio dichiarato contro gli Stati Uniti d’America e contro l’Occidente, soprannominato in vari modi: nanottolo, scimmia, o colui a cui non piace il sapone - sciatto e narciso, con quel narcisismo proprio dei mediocri che sentono nella subordinazione al potere di uno solo o di pochi la carica emotiva di esaltazione del proprio ego elevato alla sua ennesima potenza. E’, indubbio che, ogni azione atta a ledere la procedure e i metodi di regime risulta di sicuro ostacolo al programma ostentativo dell’arrogante tirannide, toccata da smania di onnipotenza. Così, viene messa a tacere con la forza, ogni segnale di insurrezione e viene soffocato nel sangue ogni tentativo. Sta proprio nella  supremazia dello smisurato  protagonismo di ogni dittatura la dilatazione e la realizzazione di un complesso di inferiorità allo stato puro, perciò il tiranno, chiunque sia non esita a  infierire contro gli episodi riformisti di una popolazione inerme che si fa scudo della sua vita per ottenere un minimo di libertà.

Un protagonismo che andrebbe analizzato nei laboratori di psichiatria, ma a noi serve per delineare la loro condotta ad litteram.

Akmadinejad  introduce da subito lo status quoqualcosa non qualcuna  -non una persona-  ma una sottospecie di umanoide che appartie all’involuzione della specie, pur contribuendo alla fecondazione e alla continuità dell’ essere umano che partorisce, considerato un soggetto “involuto”, una sottomarca, senza capacità di giudizio e di pronunciamiento, scarto dell’uomo che ne può introdurre nei suoi harem quante ne vuole, ed eliminarle con la sola disapprovazione o il ripudio, come ebbe a promulgare persino il più illuminato Scià Reza Pahlevi, quando ripudiò Soraya non in grado di generare.  Schiava per editto o legge della shaaria, sottomessa all’uomo da leggi tribali che la escludono da ogni modernità e progresso, da ogni ordine e grado di istruzione, obbligata ad una vita da reclusa, senza mezzi termini. Nessuna loro partecipazione alla politica, estromesse dalle Università, dalle Scuole, dall’indottrinamento, perché com’è ovvio, ritenuto pericoloso per lo sviluppo intellettuale femminile, che deve rimanere nell’oscurantismo e sotto il giogo discriminatorio del potere, se si vuole attuare la illegittimità  fra i sessi.  Il potere forte di Akmadinejad innesca anche la  corsa agli armamenti per tenere in perenne scacco le Nazioni Unite e instaurare il dominio dell’Imperialismo arabo nei confronti del mondo, dell’oscurantismo più medievale, compromesso da un clima di terrore reiterato soprattutto sulle donne, oggetti di second’ordine rispetto agli uomini, quindi di scarsissimo valore intellettuale, esseri acefali, prive di logica e di principi (secondo il loro basso profilo giudicante): la donna è considerata senz’anima, fattrice destinata a procreare per l’avanzamento induttivo di un accrescimento della specie, aliena, estranea al mondo che la circonda, obbediente alla cieca volontà del maschio che, in tal misura, non fa che mostrarle il suo disprezzo e la sua autorità, in ogni più piccolo particolare, sia che riguardi il sistema di conduzione coniugale e familiare, che i diritti umani, l’amministrazione della casa, l’educazione dei figli, il diritto allo studio, un progetto di lavoro, di realizzazione personale. La donna in quella parte di pianeta non ha voce, non è libera di parlare, di agire, di manifestare in alcun modo il suo diritto sacrosanto di decidere su nulla. Donna, in quell’emisfero mediorientale significa sottospecie, oggetto che spreca l’aria che respira: schema di vita senza angolazione né prospettiva, priva di alcun progetto presente e futuro. “Donna” in Islam è oggetto, un soprammobile che fa parte dell’arredo, una propaggine dell’uomo che ne può decidere le sorti, le condizioni, la vita e la morte. Sottomettersi ai voleri dell’uomo è suo ineludibile destino. Ma le cose sembrano evolversi. Vi sono segnali ad indicare che l’oscurantismo di quelle forme tribali e insufflate di egoismo e di arroganza fino al midollo, stanno per avere vita breve. Le donne reagiscono, non è la maggioranza, purtroppo, ma in ogni modo, il grado d’intelligenza supplisce alla mancanza d’istruzione e così aderiscono alle rivolte, si mescolano alle masse dei rivoltosi coi figli in braccio. Non era mai successo. E per l’Iran si profila un grande movimento rivoluzionario dal quale certamente prenderà l’avvio una qualche riforma, o quanto meno qulche iniziativa dell’ONU per imporre nuovi codici di diritto e nuove procedure per il paese.

Per il momento l’Europa ha chiesto a Teheran un’inchiesta sullo svolgimento del voto. Tutto il mondo è in all’erta. Prima o poi il Consiglio Internazionale dell’ONU si dovrà pronunciare sui metodi da usare per contrastare la corsa tribale agli armamenti.

L’arricchimento dell’uranio è una sordida invenzione e un grossolano eufemismo per mascherare ben più profonde e ingannevoli misure di dominio sugli altri Paesi. Il mondo ai suoi capricci ( Akmanjdejad) è una formula che esce dal contorno geopolitico mondiale, una caricatura riprovevole e obsoleta, atta solo a stabilire la levatura morale e le idee di grandezza in una digressione sul tema degli equilibri internazionali, professata da questo apostolo di Allah che vuole dominare la scena imponendo lo spettro del nucleare sul palcoscenico della razza umana.

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Autore: ninnj
• mercoledì, luglio 01st, 2009

di Ninnj Di Stefano Busà

Vi sono elementi che fanno pensare che la Felicità tanto agognata non esiste, è solo frutto della nostra fantasia, del nostro impenitente desiderio di magnificare il nostro   < io > rendendolo responsabile di una situazione paradossale, di un modello eccellente di esser(ci) nel mondo, al fine di caricarlo di tutta quella colpa, di tutta quella assenza che in realtà è dentro di noi. Siamo noi, infatti, i principali artefici della nostra vicenda personale, della nostra felicità negata e siamo sempre noi a sprecare le uniche occasioni che abbiamo per poter usufruire di quella che utopisticamente crediamo possibile ottenere.

Il concetto di Felicità è un concetto astratto in partenza, una marca di abbigliamento che non ci  dà lo sconto promesso, non ci è dato di indossarla, perché siamo incapaci di scrutare i segni della sua eventuale presenza in noi. Siamo sempre noi ad accorgerci che non la possiamo mai afferrare, perché siamo bloccati da una struttura mentale, biologica, fisica, strumentale, una incapacità congenita che non ci consente una dinamica strutturale adeguata. La Felicità e posta su un piano inclinato, più noi ci agitiamo, tentiamo di raggiungerla, più essa si allontana da noi, precludendoci quelle prelibatezze, quelle   altezze miracolistiche che crediamo di poter raggiungere nello sforzo quotidiano di stringerla a noi.Ma come la Perfezione è un puro frutto dell’utopia e non esiste sulla terra, anche la Felicità è una condizione idealizzata della realtà, uno stato d’animo, una condizione evocativa del nostro bisogno di Perfettibile in un mondo completamente privo della Perfezione.  Del resto la creatura terrestre, ovvero l’uomo corrisponde alla tipologia di uno dei più imperfetti misteri planetari.

E’ proprio dell’uomo, dunque, ambire alla tanto agognata felicità , senza possederne i requisiti, avere le pur minime proprietà referenziali. Ritengo la struttura bel suo meccanismo biologico/sensoriale non sia fatta per essere addestrato a percepire i segnali, sue assenze, le mancanze le incongruenze della sua esistenza e che essi siano talmente lontani dal suo modo di gestire le perdenze, da non accorgersi neppure dove sbaglia. Egli sbaglia nel ritenersi un privilegiato a cui si deve la Felicità, perché quest’ultima non è un prodotto che puoi trovare ovunque, la Felicità va conquistata giorno per giorno, va goduta goccia a goccia, va tutelata, va protetta da ogni violenza. La Felicità è fragile, perché non offre mai nient’altro che qualche opportunità da cogliere e questa quasi sempre sappiamo sfuggirci dalle mani, poiché non sappiamo riconoscerla. La felicità sta nelle piccole cose,  nei piccoli interludi dell’attimo che se ne fugge via, sta dentro e non fuori di noi, sta esattamente in quello che vorremmo essere e non siamo, da qui l’eterno scontento, l’insoddisfazione, la delusione, l’amarezza, il disincanto che ci precludono ogni più piccolo tentativo di vederla. La tendenza a voler istruire una pratica di lasciapassare per il paese della Felicità ci porta a commettere atti indecenti, a vivere perennemente con la spada di Damocle sulla testa, a causa di tanta altra  infelicità che ci andiamo a creare, quando entriamo in conflitto con la parte più inconscia della nostra personalità. Ma, ci siamo mai chiesti cosa vogliamo veramente? quale è la forma e la sostanza che perseguiamo per dirci davvero felici? Suppongo che ognuno creda che tale felicità gli venga elargita dall’alto, chissà per quale virtù infusa, o per quale merito o dono di cui siamo i privilegiati, i favoriti del destino. Non  muoviamo un dito per meritare una piccola porzione di felicità, ma pretendiamo che la stessa ci piova dal cielo gratuitamente. La felicità invece, è una strana simbiosi tra il dare e l’avere, è un’alchimia di ingredienti dosati : in eguali proporzioni si può raggiungere la serenità, in mancanza di uno o dell’altro elemento si può essere in presenza di  atarassia o al contrario in preda a quel senso smodato, scomposto della personalità presuntuosa, portata alle estreme conseguenze da un io facinoroso, egocentrico.

La caratteristica peculiare della Felicità non è la perfezione, ma l’uso di essa. Sono convinta che se anche l’uomo possedesse l’universo intero, la fama, il successo, la ricchezza, gli onori, l’amore, l’intelligenza e quant’altro, andrebbe alla disperata ricerca di qualcosa che non possiede che non esiste o non gli è manifesta. Ed è proprio in questa sua inamovibile insoddisfazione, in questa sua distorsione della realtà sta il difetto della sua realizzazione. Egli non può godere mai della Felicità che non esiste, poiché di sicuro la felicità cui aspira è solo il desiderio della felicità, la condizione primordiale del suo innamoramento nei riguardi di un sogno. Sta nel fattore precipuo della limitatezza umana il bisogno di felicità, ma la difficoltà a realizzarla, a goderla sta nell’insufficiente aspettativa, sta nel ricercarla in modo forsennato il motivo più errato per non poterla possedere. Quando il frastuono della vita convulsa e contraddittoria smaschera la fragilità della nostra aspettativa, la sconfitta sembra inevitabile. Quello che ci apre a una piena rivelazione della nostra incapacità di possedere la felicità è un sistema di vasi comunicanti: quando si arriva all’ultimo e non trovi quel che prima ti è apparso raggiungibile, si torna indietro e il percorso della relatività ti trova impreparato e fragile, davanti ad un senso di mobilità del senso della felicità che è smisurato e si trova sempre altrove, lontano da noi, dalle nostre presunzioni, dai nostri marchingegni e atrocità fatti in nome di quella aspirazione così radicata e potente, da non saperla neppure indagare. Insieme  alla felicità che non trova mai, l’uomo è tormentato dal dolore, dalla solitudine e oscilla fra una esaltazione momentanea e un rinnovato abbattimento. La felicità sta in sé, non si agita, non si adatta a stratagemmi, a complicità di sorta, non combacia con il logico bisogno di un refrigerio temporaneo. La Felicità è un Ente transcendente, è una guerra all’ultimo sangue dichiarata e conbattuta ogni giorno nei territori impervi di una città-fantasma, nel cuore di fattori predisponenti che al solo sfiorarli si sfaldano. L’impalpabilità è la sua regola, ed è la logica conseguenza di una condotta che non vanifica la status interiore della consapevolezza, è un modus vivendi che rasenta raramente quei paradisi dell’oltre cui aspiriamo, ma  sta a noi determinare  la dinamica che presuppone un lungo tragitto di esperienze,un forte equilibrio nel gestire l’episodio umano come un evento irripetibile da cui si deve trarre il massimo della saggezza per poter aspirare ad uno solo episodio di felicità.

Autore: ninnj
• lunedì, giugno 15th, 2009

di (Ninnj Di Stefano Busà)

Tentare di emarginare la Poesia tenendola a distanza dalla struttura mentale, fantasiosa (qualche volta) anche alogica della propria individuale personalità è cosa alquanto inutile. Vessatoria per chi non la vuole considerare un frutto del patrimonio culturale dei popoli, del proprio ingegno e della propria creatività. L’uomo nasce in sè col germe naturale della Poesia, il venire al mondo, quell’attimo stesso in cui vede la luce, emette il primo vagito disperato o felice è da paragonare alla prima alba del mondo. Più tardi, ne avvertirà il differenziale vitalistico che preme sull’anima per voler uscire allo scoperto: l’uomo vorra dire qualcosa, esternare le proprie visioni sul mondo che lo circonda, cogliere immagini di bellezza in un linguaggio differenziato, non banale nè asfittico, l’uomo vorrà sempre tentare il volo, librarsi con la fantasia, esprimere le sue suggestioni/emozioni in un’orbita che è tendenzialente dell’area poetica, se non si vuol cadere nel banalissimo blablabla del quotidiano grigiore e del proprio isolamento/solitudine.

La Poesia è quel tratto peculiare che ci differenzia, ci fa sentire più umanizzati, più spiritualmente pronti ad accogliere la gestazione del mondo che non ci propone vitelli grassi, ci mette dinanzi tutte le nostre debolezze, le nostre conflittualità, le carenze, gli errori, le assenze, le fragilità, il dolorante percorso della crescita e dell’attraversamento del nostro territorio intimo, caratterizzato da lacunose e assillanti strategie di sopravvivenza. Il disincanto sembra la regola comune, il valico in cui andiamo ad incagliare le nostre sofferenze per derimerle, per  differirle dal mondo, per procrastinarci un alibi di <stelle>.

Ecco, allora, la Poesia. Essa intesa come elevazione del pensiero da un mondo asfissiante e monotono, ripetitivo e incurante dei nostri desideri, dei nostri bisogni, dei sogni.

Dall’area memoriale riusciamo a delimitarci uno spazio di Luce, in quel cono di luce residuale entriamo con tutte le nostre aspettative, con le nostre speranze, i dubbi, le divergenze che assillano il progetto-uomo, fino a farlo divenire una macchina, un robot fatto di marchingegni devianti e pericolosi per la psiche e l’anima. In questo deserto dei Tartari, la Poesia si espone al ludibrio di chi non la comprende e non la adotta come rimedio anestetizzante, come fattore di conciliazione e di armonizzazione fra il mondo e il caos esistente: come un fiore che sboccia alla rugiada del mattino, fresco e aulente fatto di riflessioni e di levità che ineriscono al segno, alla scrittura, la Poesia  diventa altro da sé, irrompe la necessità poetica dentro infimi segnali di degrado, dentro le miserie dell’umanità col solo fine di rendere meno disagevole la sosta terrena; ed è un intermezzo di armonie esaltanti e di fantasmagoriche promesse: indagine storica di un percorso che ci vede come principali attori su un palcoscenico inesistente. E infatti, per molti, per tantissimi figli del vuoto e della paranoia esistenziali la poesia è  -perdita di tempo-  un linguaggio destinato al vento, pronto a smarrirsi in luoghi senza tempo, senza anima e senza visione dell’oltre. Nella Poesia la stragrande maggioranza dei detrattori intuisce un pericolo, che è quello di inchiodarli ad una riflessione che essi non vogliono, non cercano, non amano. Perché li mette dinanzi alla vacuità del piano analogico della realtà, che li affligge e che essi sfuggono per non restare intrappolati in pensieri cui, loro malgrado, non sanno dare risposte.Il poeta non ha paura del rischio, s’inoltra nei meandri di una vicenda trascendentale che lo stimola. Anch’egli non sa dare risposte, ma le indaga, le scava, le cerca come il rabdomante l’acqua del sottosuolo.

Il mondo gira intorno agli inermi, ai guastatori della Poesia perché non sanno spiegarsi la ragione del Mistero: la poesia è soprattutto mistero,  dell’elaborazione individuale che ci viene da qualche fonte di energia sconosciuta, in secondo luogo delle caratteristiche peculiari che la rispecchiano e la compongono, facendone una ragione stessa del percorso umano, un binario preferenziale di scorrimento che è per tutti intriso di dolore e di speranza, essa ne fa materia di canto, volo d’albatro e stemperanza di un non ben identificato territorio dell’oltre, ma anche se il dolore per il patimento subìto risulta la sola logica esistente, la poesia serba la  speranza dell’aldilà, della Luce che ci aspetta,  ci indica un gradino superiore di esistente e, infine della corsa, ci dà un’ipotesi di fede, di Eternità. Qui, interviene la necessità di spiegare in termini meno grevi tutta l’importanza vitalistica di un far poesia in termini di elevazione spirituale e di arricchimento. Non si può immaginare cosa meno avvilente e più superflua di un far poesia a freddo, a tavolino. Il risultato è quello di denigrare la parte migliore di noi stessi, caricandola di tutte le vessazioni, umiliazioni e strabismo di cui siamo capaci, pur di non determinare un solo plauso alla poesia che vale. Il poeta sfida il mondo, il poeta sa aspettare, il poeta s’interroga sulle reali condizioni del vivere e del morire, usurpare sul piano logico delle aspettative umane il poeta è come togliere acqua dal mare. Il sorso dissetante lo troverà sempre in se stesso, non gli verrà offerto nè s0ttratto dall’incuria e dalla diffidenza/indifferenza del mondo che vedrà in lui il    <diverso>  dal punto di vista emozionale e intellettuale.

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Autore: ninnj
• martedì, giugno 09th, 2009

di (Ninnj Di Stefano Busà)

In una società nella quale si sono persi i valori e i significati più profondi e umani, sta accadendo un fenomeno di gruppo, detto branco, con le devianze e le caratteristiche di una vera patologia sociale. Il fattore che si è andato delineando e sviluppando in questi ultimi anni è  l’assenza totale di equilibri psicologici che fanno di questi giovani sbandati una piaga per la comunità. Il malessere si è andato allargando a macchia d’olio, causando violenza e disperata solitudine nella gioventù bruciata dei nostri giorni. Quelli che fanno branco, stuprano e uccidono sono ormai divenuti un fatto di costume e di malessere preoccupante.

La droga e la noia sono deterrenti per la frustrazione e l’alienazione di questi figli di satana, che scorazzano a volte indisturbati mescolandosi tranquillamente alla gente comune. La droga è un fattore di rischio indefinibile e sottile che s’insinua nella loro anima, facendo perdere loro il controllo della situazione. La droga a molti di essi ruba la libertà e la coscienza, perché instaura nella loro realtà sogni e situazioni ideali che altrimenti non avrebbero modo di essere. La stessa psichiatria che scava nei meandri della psiche ne rimane a volte sconvolta. Come ad es. il caso di Pietro Maso che uccise i genitori per soldi e per fare la bella vita. Questa potrebbe essere la chiave interpretativa del disagio psicosomatico che attanaglia molta gioventù. Ma non basta per capire chi muove i fili e le competizioni di questi diseredati: l’ambiente, l’educazione, la famiglia vi rientrano, ma certe volte appena di striscio, e suppongo non siano in grado di giustificare  gli elementi di malessere e di frustrazione che muovono le loro menti spingendoli a comportamenti indecenti, corrotti e rabbiosi.

La sede del loro squilibrio mentale è piuttosto da ricercare nella patologia malata di protagonismo dei nostri giorni. Bisognerebbe indagare sul risvolto psicopatico del loro carattere, per estrapolare quegli elementi devianti e allucinanti della loro personalità.  Ma, una cosa è certa. Il fenomeno è inquietante: stanno esplodendo le violenze del branco, perché? Ogni giorno assistiamo a situazioni border line che hanno la caratteristica di accumulare debiti di violenza sempre più deliranti e accesi. I giovani sono frustrati, annoiati, pieni di rabbia e di livore verso tutto e tutti. Da dove origina questa rabbia che esplode in episodi  di atrocità inaudita?

I ragazzi che si riuniscono in branco sono frustrati, perché le condizioni della vita non sono fra le più facili, vivendo continuamente in ambienti competitivi che li portano ad essere giudicati in modo spietato, essi si crogiolano nel brodo della loro nefandezza, quasi a giustificare la loro condotta esplosiva con assassini e stupri di gruppo, venendo  in qualche modo a scaricare nella società il disastro motivazionale della loro aggressività con un’azione che non abbia un solo responsabile, ma tanti, quale effetto di una degenerazione socio/culturale, che se non li assolve, ne attenui il dramma, facendoli apparire vittime di episodi epocali che in qualche modo li desponsabilizzano,  riempiendo la loro testa di motivazioni che scaricano il loro io deviato e patologico.

Ma perché il branco? ci si chiede di sovente.  I ragazzi che si muovono in branco hanno la caratteristica di assecondare un capo che li guida, essi sono succubi di situazioni di degrado e di alienazione.  La risposta sta nell’accelerazione di una spinta eversiva che vive dentro di loro e li risucchia, li rode come un cancro, essi non sarebbere singolarmente capaci di decidere e muoversi liberamente, a volte la droga e la bassa levatura del loro stato culturale ottundono in loro ogni senso del giusto, del vero, del decente, ogni sentimento e ogni consapevolezza del danno procurato: insieme, invece, trovano il coraggio di compiere misfatti di cui al singolare non sarebbero capaci.

Il branco solleva la responsabilità del singolo, mette la maschera alle loro nefandezze, li nasconde, sotto il profilo psicologico, li sottrae (pia illusione!) all’immagine deviata di se stessi. Inoltre, trasforma gli atti di violenza in giochi senza frontiere, li assolve da qualsiasi correlazione col mondo esterno, li priva di coscienza. Il fatto che oggi abbiano tutto per divertirsi, che venga concesso loro ogni mezzo, anche economico, per realizzare i loro capricci, accumula in loro un tale debito di violenza che vogliono scaricare sugli altri, sul prossimo, in molti casi sui più deboli., il lato oscura della loro psiche ammalata. Il branco di Nettuno ad es. ha dichiarato chiaramente: “ abbiamo fatto fuori un immigrato di colore per divertirci”. La normalità dei gesti non li attrae più. Intanto, risulta compromessa da una sorte di delirio di onnipotenza, si atteggiano a bulli di quartiere, si mettono al servizio di altri scellerati che li portano  a compiere atti scellerati, delitti efferati per distinguersi, fare il salto di qualità. Perciòhanno bisogno di gesti eclatanti, di comportamenti ad effetti speciali, gesti di ferocia mai sperimentata prima:stupri, seriali,  rapine le più pericolose e violente che siano mai state registrate.

Sembra allora che la società muova in loro una spinta propulsiva verso atrocità per competizione? Sollecitati da una reazione a catena che li spinge sempre di più ai margini e chiede loro il martirio dei più deboli, essi avanzano in branco, senza una visione chiara  di quello che li aspetta. L’elemento che contraddistingue un branco dalla normalità è che il gruppetto di diseredati risponde direttamente a un capo, a un leader, di solito più grande di loro e più disperato, che detta la linea di condotta, spesso vive all’esterno del gruppo e conduce una vita agiata,  ma annoiata, sa osare più degli altri e più d’ognuno sa condizionare e comandare le menti dei più deboli che finiscono col fare i gregari del facinoroso, con esiti straordinari dal punto di vista delle atrocità.

Il dramma è che questa gioventù bruciata, questa turba di reietti e sconfitti sono dominati da una turbolenza aggressiva che li distingue, presi singolarmente questi scatenati  possono  apparire calmi e pacifici come  agnellini, tranne poi passare alla furia diabolica  e paranoica, che li estranea e li fa relitti in una società che li respinge. In gruppo diventano iene, belve assetate di sangue. Il segnale d’allarme è fra i più sintomatici e preoccupanti perché può aggredire la nostra generazione in una forma di devianza sempre più delirante e invadente, creando sconfitte sociali difficilmente recuperabili nel tempo e, tali da dover correre ai ripari nell’immediato, visto che il fenomeno è in crescita propulsiva e sta funestando tanti giovani menti malate, finendo col contagiare  altre giovani vittime.

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Autore: ninnj
• lunedì, giugno 08th, 2009

di (Ninnj Di Stefano Busà)

Grande sconcerto e inquietudine sta rivelando il rafforzamento e l’imbarbarimento dell’occidente. Il declino della nostra civiltà appare sempre più un’alba sconvolta da un’alchimia nefasta: l’immaginazione cerca la luce, ma sembra ritrovare quella artificiale, delle balere, dei night, delle luci rosse, dei lustrini e di tutti i  giochi pirotecnici della nuova civiltà del postmoderno. La lunga storia del Cristianesimo ci ha dato la chiave rivelatrice del dolore del mondo. In tempi antichi Roma aveva dovuto affrontare le immani sciagure, i lutti e le devastazioni dei barbari.

Oggi, alle soglie del Tremila, ovvero, a neppure duemila anni dall’avvento del Cristianesimo, l’era tecnologica avanzata e le trasformazioni della soocietà stanno tracciando  una nuova tappa filosofico/storica della specie, trasformando nuovamente in era barbarica  la condizione dell’intera umanità. La nostra civiltà è assediata da contraddizioni, avidità e ingiustizia. Ogni cosa sembra affrancarsi ogni giorno di più dal buon senso. La catabasi introduce una singolare riflessione intorno alla vita e alla morte, che vengono chiamate a testimoni di una dimensione superficiale, eterogenea ma non prodigiosa dell’elemento uomo sulla macchina. Il continuo logoramento del tessuto sociale si esprime in maniera esponenziale verso un non esistere, lanciare uno sguardo abbrutito verso la trasmissione di quei valori che potrebbero ancora salvarci.

Disfarsi della zavorra accumulata nei secoli è impresa assai ardua, non ne intravediamo apertura alare, né recuperi a breve scadenza: la verità viene fraintesa, relegata a ruoi marginali, perché scomoda, soprattutto viene  -anestetizzata-  la sensazione della perdita, la consapevolezza elusa produce infine l’ottundimento dell’inconscio yunghiano, andando a cozzare contro i mostri che  noi stessi generiamo.

Ne scaturisce una forma mentis che vigila solo il prodotto più alieno del pensiero nel quale lo spazio-tempo viene annullato, ridotto a brandelli o anestetizzato per una corsa a ostacoli, senza vincitori né vinti, solo  -perdenti – perché la tensione è tutta rivolta verso la ricerca inesausta di cose che mortificano l’io e lo fanno schiavo di un progresso effimero e insincero che crea irrequietezza e tormento. Il nostro vivere non è più un itinerario di fede , uno scandaglio dell’anima fra la terra e il cielo, ma un mastodontico Moloc che inghiotte ogni moto raziocinante e induce alla frammentazione e alla violenza ogni germoglio di bene.

Il deserto si para innanzi a noi; si addensa sempre più sugli orientamenti interpretativi della condizione umana, provocandone un dolore più intenso e diffuso, sempre più erosivo e allarmante che porterebbe all’esigenza di uno sguardo più attento e riflessivo sulle problematiche del mondo. Invece, tutto infibula un processo verso la sua fine, che l’intricata esistenza dell’uomo non sa cogliere nel suo tracciato storico e umano.

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Autore: ninnj
• lunedì, giugno 01st, 2009

La Poesia è sensibilità verso le ragioni del cuore e dell’intelletto

La Poesia è elaborazione interiore che si esplicita nella forma e nel concetto di Bellezza, i quali  esaltano i significati valoriali

La Poesia è affermazione di una coscienza illuminata

La Poesia è  criterio di valutazione che aspira alla categoria pensante nel suo più ampio raggio d’azione

Stiamo cercando di apporre un ruolo nuovo alla poesia? o stiamo piano piano demolendola e aggredendola con l’indifferenza e la esclusione totale dai nostri equilibri di difesa? La Poesia ci salva dall’essere bruti, perché raffina le coscienze e rende meno sensibili al maleche attanaglia il nostro secolo. La nostra società, viene continuamente aggredita e messa a ferro e a fuoco dalla turba volgare e facinorosa di mercanti, paraninfi e teledipendenti, alcolisti e dopati di una forma esistenziale che toglie all’umanità molto dei suoi caratteri essenziali di civiltà e progresso. Una società senza poesia va verso la nullificazione dell’anima. Il segnale più forte, più inquietante in una società moderna è, appunto, la sua assenza o defezione volontaria a causa che altre e ben più accattivanti chimere abitano il sogno. Il risultato è una dispensa priva di cibo: anche l’anima ha bisogno di nutrirsi per profondere energie e investire sul piano umano tutto il suo patrimonio intellettivo che è ricchezza interiore, non materialistica, indottrinata e resa sterile da un processo riduttivo dell’intelletto e del pensiero.

Se la poesia Vola Alta, anche i nostri propositi saranno di ottima qualità, viceversa tutto si riduce ad un vivere allo stato inferiore, da barbari, senza Luce d’intelligenza, di sensibilità, di valori. La forza mediatica di questo periodo storico sta attraversando una fase di netto rialzo. Il poeta non può fare altro che resistere agli attacchi continui che i computer, internet, tecnologie d’avanguardia, rampe satellitari e piattaforme spaziali intravedono come scale verso il Paradiso. Ma, bisogna ammettere che vi è un deterioramento generale del tenore di vita, s’intende del tenore di vita spirituale, interiore, coscienziale che è relegato al ruolo di infimo grado nella scala delle priorità. Come Kant affermava: l’uomo appartiene al regno dei fini, e non a quello dei mezzi, pertanto non deve lasciarsi abbagliare dal clamori e dai lustrini, nè dai meccanismi perversi che, sia pure sotto forma di utile e di mirabilia portentosa, ottundono le menti degli umani e li fanno deviare pericolosamente verso forme e categorie di vita inferiori. La poesia , dunque, che lo crediate o no, continuerà a svolgere il suo servizio di ammortizzatore sociale, pure se creduta inutile e vanesia, ammorbidirà il senso del malessere e dell’inquietudine, la paura e il disincanto per una esistenza acefala, in cui viene a dilagare  disumanizzandosi la mentalità fanatica e violenta, mercificatoria e ingannevole del prodotto-uomo  E vi opporrà resistenza, svolgendo un ruolo che costantemente evince la sua complessa contraddizione e i suoi profondi conflitti, nei riguardi dei sentimenti emanando con la sua fiammella una continua sollecitazione per le ragioni del cuore, meglio dire per le interpretazioni del cuore, il quale non demorde e ci richiama alla vita interiore vissuta all’insegna di un rispetto per la natura e il suo eccezionale potere di governare il mondo.

La Poesia è nel piano di attuazione culturale il vertice del suo disegno più compiuto, affrancato da ogni volontà che la discrimini e la contraddica, tradendo le sue finalità.

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Autore: ninnj
• sabato, maggio 23rd, 2009

di Ninnj Di Stefano Busà)

La filosofia è, in genere, un viaggio intorno a noi, verso quelle teorie vere o ipotizzate che il nostro essere richiede all’intelletto nell’ambito di vita, di morale, di coscienza, di scienza, e sui processi culturali, tendenze sociali, religiose, mutamenti epocali, di gusto, di giudizio. E’ chiaro che ogni epoca ha avuto i suoi filosofi, ma, oggi, ai tempi nostri è ancora possibile pensare alla Filosofia come scienza e studio dell’intelletto pensante e giudicante? Chi si ferma più a pensare, a meditare? a collegare le cose, le correnti, le guide della vita le une alle altre? Non pare esserci più correlazione fra gli insegnamenti e le linee di un tempo, perfino lo studio della filosofia ha cambiato registro.

I giovani pongono ancora qualche domanda (più in generale): chi aveva ragione e chi torto fra i grandi pensatori del passato. Ma è del tutto evidente che in un excursus epocale e nel mutamento stesso dei tempi e delle generazioni si assista a modelli di vita diversificati. Oggi più che mai la filosofia non dà quella risposta che l’uomo della strada si attende:  sono materie difficili la filosofia, la poesia etc; il linguaggio si è andato disertificando accomiatandosi definitivamente da quello che un tempo era la scoperta dell’intelligenza, e dell’intuizione.

L’informatica ha soppiantato tutte le materie che hanno attinenza con il raziocinio. Il meccanicismo e il libertarismo la fanno da padroni in funzione dell’utile. Non è più di moda perdere tempo a dissertare su questa o quella teoria, su questa o quella metafisica che affronti il problema esistenziale dal lato del dolore, della sofferenza, della coscienza, dell’etica. Il mondo ruota entro un’orbita che si è fatta completamente fuorviante ponendoci dinanzi all’estradizione da noi stessi.

Il mondo globalizzato a cui assistiamo, ora, sempre meno, ammetterà di confrontarsi con la coscienza del prima e del dopo.

Tutto si va restringendo  sul piano etico e politico, ma anche sociale ed economico, cioè il rapporto, le dialettiche fra i propri simili diventano sempre più voci nel deserto, senza avventure o aperture d’ali, senza confronti, senza verifiche, perché il tempo è inesorabile: l’umano è soggetto alla perdita del tempo come unità di misura atta a alla ricerca di verità, e il tempo  residuale non dà tregua; è preposto ed esposto al rischio di veder depredata la vita senza averla vissuta, quindi non si rapporta , non si rappresenta nel linguaggio filosofico che prevede tempi lunghi e rapporti collaterali fra simili.

I viaggi intorno al mondo, le scoperte, le ipotesi sono tali da soppiantare in partenza ogni tentativo di scandaglio del mondo reale.

Noi viviamo proiettati nell’irreale, nell’impenetrabile nostalgia dello spirito, che ci rende fragili, spaesati in una terra molto diversa da quella cui eravamo abituati solo sessant’anni fa, ormai un’incolmabile distanza ci rende estranei gli uni agli altri, e mette sempre più inquietudine il fatto che non vi sia più correlazione tra il pensiero e il mondo.

A popolare qualche nostro sogno, a dare qualche guizzo d’ala è solo la Poesia, l’Arte, perché distrae l’atrocità del momento vissuto in solitudine, proiettandolo in un atmosfera onirica, in un sogno che l’uomo vorrebbe fosse attuabile, ma che malgrado tutto resterà tale per mancanza di ossigeno.

La parte più viva del nostro intelletto ne consuma troppo per rincorrere altri sogni effimeri: gloria, successo,  ricchezza. E allora in tale agonia, in tale decadente sistema di linciaggio morale, la forma della filosofia è bandita e ogni accanimento terapeutico è estraneo alla salvezza, inutile al ridimensionamento di una eutanasia in fase terminale.

Ci tocca vivere nel limbo, e non è solo la mia impressione personale, ormai, credo sia la condizione sine qua non in cui ci tocca vivere e il giudizio degli uomini più colti ce ne dà conferma ogni giorno.

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Autore: ninnj
• domenica, maggio 17th, 2009

di (Ninnj Di Stefano Busà)

La contemporaneità corre il rischio di una desertificazione di massa. Chi non ha punti di riferimento, volontà propria e idee chiare asseconda un vento che disperde i semi della cultura, o li orienta debolmente verso quelli che sono i valori cognitivi e prioritari dell’intelligenza e del sapere. Ogni uomo è dotato per sua natura di un quoziente intelletivo almeno di media entità, ma se si lascia inaridire senza apportarvi un minimo di alimento, la cultura, lo sviluppo, la sensibilizzazione  e con essi lo sviluppo cognitivo di ogni individuo tendono ad un deterioramento che può portare alla necrosi del pensiero, alla stasi intelletiva, quanto meno si può assistere ad una desertificazione e ad un allontanamento dallo sviluppo delle idee, dei pensieri e delle memorie che sono il sale della vita.

La tecnologia dall’Ottocento in avanti, fino ai nostri giorni, ha fatto passi da gigante, ma ha lasciato indietro le qualità sublimanti dell’umanità che sono nell’ordine la definizione del suo criterio discernitivo, lo sviluppo e la promozione delle sue cellule cerebrali e l’uso della parola -il linguismo-  che caratterizzano la condivisione delle idee e lo scambio del patrimonio genetico-intellettivo fra i propri simili.

Senza questi elementi l’uomo vive la sua necrosi intellettuale e decade nella scala dei valori, desertificando l’intero patrimonio di conoscenza che,con molte probabilità, ha pure segnato il suo percorso.

Ma come avviene l’elaborazione intellettiva dell’individuo? egli attinge certamente al suo patrimonio genetico/cognitivo, ma sviluppa nel tempo le caratteristiche piene di una (ri)elaborazione culturale che lo porta a crescere.

Siamo circondati dal sapere ad oltranza, da migliaia di libri, da milioni di mezzi interdisciplinari: informatica, internet, rampe satellitari, digitali terrestri etc. che ci portano dritti ad una conoscenza enigmatica, tenebrosa, colma di effetti speciali, di lampadine che si accendono, di imput, di videocips, ma coi tempi che corrono,( accade assai spesso), anche si spengono.

Le turbe di oggi sono questo defilarsi della coscienza e della intelligenza, il non saper o voler più progettare uno sviluppo  -a posteriore-  progredire dall’istruzione primaria, non fermarsi ad un presente che non garantisce lo sviluppo individuale, poiché le facoltà dell’intero sistema cognitivo dell’uomo si arrestano ad uno stadio che vanifica lo studio ulteriore.

E’ come se tutto il sistema si atrofizzasse senza capacità di recuperi. Si vive stentatamente nell’oggi, senza uno spiraglio di luce ulteriore. Del supporto della cultura non si dovrebbe essere sufficientemente sazi, come del cibo lo stomaco per vivere, per star bene, progredire. In realtà le librerie sono stracolme di libri invenduti; vanno al macero tonnellate di volumi obsoleti di tanti autori più o meno validi, che si arenano nella sabbia mobili di una desertificazione senza fine.

Ma altri sono oggi i motivi dell’abbandono della cultura. Anche intellettuali di primo piano amano esporsi in TV a caricature dell’intelligenza, i programmi colti o almeno culturalmente preparati sono pochissimi, si tende a inquinare e contaminare l’intelligenza con aggressivi scenari televisivi, con tolk show, con palcoscenici mediatici che rasentano la leicità, il decoro.

La massa tende alla schizofrenia fra l’individualismo materialistico ed edonistico e il guadagno facile e immediato che, di certo, la vera cultura non dà. Il dramma della nostra cultura è oggi un ripiegamento su se stessa, un pericolo assai fondato dovuto alla mancanza di criteri, di equilibri, di saggezza, ma anche e soprattutto alla diffusione di un modello di vita che da più materialismo che spiritualità, più guadagno e successo, garanzie di risorse immediate, piuttosto che contrappunti di scienza e di intelletto. La sapienza spirituale è divenuta un optional. La contemporaneità offre prodotti di più immediata presa, prodotti luccicanti che aspirano a criteri di valutazione egoistici e meschini, piuttosto che aspettare la fruttuosa eredità del dopo, conviene cogliere l’immediatezza e l’apparenza delle immagini, del presente.

La ricchezza è una scatola chiusa che tutti vogliono scardinare:la trasformazione interiore è divenuta una lotta continua contro la coscienza e il tempo che si fa avaro e ci depreda. La distanza dall’essere a favore dell’avere si accorcia ogni giorno di più e porta le creature del mondo ad appropriarsi dell’attimo fuggente, a proporre come sfida di vita il richiamo materiale in grado di corrispondere alle aspettative con lauti guadagni.

In questo deserto della Cultura, noi guazziamo come pesci fuor dell’acqua, ma quanto possiamo resistere prima di estinguerci? o almeno, le domande più impellenti sono: sapremo impostare la bussola verso un rieducazione delle coscienze? sapremo rispondere alle attese di domani programmando e promuovendo le attese, le aspettative, i programmi  del futuro, senza incorrere nel sistema nichilista che ci sta facendo smarrire  tutte o quasi le coordinate degli umani sentimenti, del buon senso e dei valori che attengono alla palingenesi del processo rigenerativo della specie?

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Autore: ninnj
• sabato, maggio 16th, 2009

di  (Ninnj Di Stefano Busà)

Ai giorni nostri si tende a credere di poter indossare il vestito della laicità solo la domenica. Non è così, per una infinità di motivi che ci portano a considerare il concetto di laicità come concetto di libertà, di privata indipendenza da tutti quei principi confessionali, religiosi e filosofici che sono all’interno delle ideologie della Chiesa.

Vi sono progettualità interne al nostro sistema di vita individuale che non possono essere ignorate, formazioni e culture che intorno al tema del bene e del male non vogliono essere influenzate, perché portano al loro carattere di libertà il vessillo di riconoscimento, la capacità di discernimento, ecomunque, la facoltà decisionale della libera scelta, fissandone il diverso grado di maturità, di stabilità formativa e intelletuale dell’individuo, portato quasi sempre ad invocare il libero arbitrio per farne poi vessillo da sbandierare dove e quando conviene, nei posti e nelle occasioni più impensabili della sua storia privata.

Il termine laicismo ha un’accezione assai vasta, poiché comprende al suo interno molti vistosi atteggiamenti anticlericali, ostili alla Chiesa, così come atteggiamenti più morbidi, fatti di agnosticismo più velato, indifferente al tema di dio, alla sua fede, al suo fine di salvezza soprannaturale. Il processo formativo della persona sa individuare le carenza e le assenze, così come sa interpretare e tradurre la sua più assoluta estraneità al pensiero divino, soprattutto della Chiesa confessionale, troppo rigida nei suoi arroccamenti spirituali,  che persegue la difesa dei valori cristiani nei vari campi della conoscenza: l’insegnamento, la legislazione, la politica, la società, la giustizia, etc.

Soprattutto ai nostri giorni, di un’ingerenza della Chiesa e del clero nei confronti della società civile non c’è affatto bisogno. Il potere della Chiesa deve configurarsi come indicazione programmatica alla salvezza spirituale dell’umanità, non come invadenza nè ostracismo alla libertà degli indivdui (vedi caso Luana Englaro). Gli intellettuali raramente sconfessano la loro natura agnostica per abbracciare ideologie clerico/confessionali di cui non avvertono stimoli. Il termine Laicismo dovrebbe corrispondere a un clima di netta divisione fra i due Enti (pubblico e religioso). Ma spesso contravviene ad un principio di buoni rapporti fra  -politico sociale e privato- , lo zampino della Chiesa.

E qui sta il nocciolo duro. Il contrasto tende ad acuirsi perché intervengono fattori culturali, fra lo stato (diritto civile/politico) e la Chiesa (diritto ecclesiale), che vuole salvaguardare ad ogni costo il patrimoni tradizionale etico di millenni di cattolicesimo. In ogni modo indica quasi sempre l’atteggiamento critico-polemico di certi ceti sociali che si sentono abilitati a differire dalla Chiesa per visuali opposte ad essa. In momenti contingenti possono divenire di stretta correlazione fra le gerarchie ecclesiastiche e la politica vigente, così come può realizzarsi e profilarsi nei contesti totalitari l’insofferenza alla Chiesa e al suo ministero spirituale tout-court.

Sottrarre ad es: la scuola, l’insegnamento all’influenza del Clero, o meglio dire, sottrarre talune categorie ai principi dell’educazione confessionale, equivale a trasferire il potere della conoscenza etico/religiosa alle dipendenze di un potere piuttosto civile che lo ostaggia, laicizzarlo , ovvero farne perdere il carattere sacrale, religioso o confessionale, e altrettanto vale per la parte civile, che equivale, da parte delle istituzioni e dello Stato perdere la liberta civile e i diritti di libera scelta, di cui si faceva cenno più avanti, soprattutto quando le attività culturali o educative lasciano un segno indelebile nella coscienza delle scuole. Ma è in campo politico sociale ed economico che avviene la formazione dei grandi partiti dominant, e la forza dell’esecutivo sta  di fatto nel saper cogliere o meno idee, principi, e regole di vita, che non si ispirino a principi esclusivamente di sudditanza ai dogmi critiani (vedi regimi totalitari).

In altri casi e sono i più, le due realtà si tollerano a vicenda:gli uni regolamentando la base della loro forma confessionale e morale a dichiarazioni libere, al di sopra delle parti, facendo spesso riferimento a concordati precedenti, pur accettando intese e respingendo accuse di favoritismi verso questo o quell’organo di appartenenza. L’ampliarsi di certe forme di censura può costituire un’ingerenza che fa ostile i due rami. E’ ovvio che mostrandosi il Laicismo in evidente contrapposizione con la Chiesa, più netta sarà la reazione degli Organi ecclesiali.

La società civile che non si adegua ai principi confessionali, che vuole autodeterminarsi e autogestirsi non può che essere condannata alla censura da parte della Chiesa. Ma, è altresì vero, che essendo riconosciuta oggi da quest’ultima una certa autonomia di pensiero, ogni concezione a se stante non viene ostaggiata in toto, come avveniva un tempo e , dunque, un dialogo fra il mondo laico e la Chiesa può realizzarsi, senza grandi danni, senza scomuniche come si faceva nei tempi passati, e soprattutto senza dipendere dall’apostolato delle gerarchie ecclesiastiche, per  finta convenienza. Anche il laicato ha il suo decalogo dei diritti/doveri e non può indossare la laicità tanto gridata e sbadierata come un vestito da indossare solo la domenica. Oggi i rapporti sono a fil di lana.  L’intesa tanto auspicata e così faticosamente raggiunta va monitorata e controllata, poiché filamenti delicatissimi determinano equilibri strategici fra le popolazioni e gli uomini che governano, perché i tempi sono cambiati e se entrambi le dualità vogliono convivere senza troppi scossoni, devono venirsi incontro e moderare gli atteggiamenti invadenti ed esageratamente critici.

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Autore: ninnj
• mercoledì, maggio 13th, 2009

di (Ninnj Di Stefano Busà)

Nella quotidianità di ognuno, sembrano entrare di prepotenza, a volte, solo cose minime. Non osiamo apprezzarle, farle  nostre, gioirne in nessun modo, eppure sono quelle che ci inducono ad una maggiore riflessione, ad una serenità nuova, ad un ripensamento di eventi e accadimenti che ci mettono dinnanzi a scelte che altrimenti diverrebbero nulle. Sono quegli attimi sfuggenti che ci qualificano come esseri umani, ci danno la certezza di possedere sentimenti e sensazioni, emozioni e anima. Essi sono la determinazione concreta della nostra temporaneità, del nostro rapporto col tempo che è irrimediabilmente precario, labile, predone dei nostri sogni, delle nostre intime gioie. Sono in realtà le cose minime a fare la differenza: ogni progetto di vita, il porsi in essere di contenuti e programmi futuri passa dalla nostra più o meno attitudine ad assaporare le “pur minime, trascurabilissime inezie”, che in realtà si presentano grandi al momento del disincanto, della delusione, della caduta dei nostri ideali, dei sogni. Allora, quelle piccole/grandi cose ci vengono alla mente per ricordarci un incontro, o un addio, preservare un ricordo, prevenire  una memoria che va verso la sua tragica dimenticanza. Ogni tentativo di rimuovere quelle piccolezze, allora, c’induce ad assaporarle, a rispolverarne il profumo, l’aroma, i colori, la tenerezza. Quante cose minime sono state perse per sempre, sono finite nel dimenticatoio, necrotizzate o annullate come superflue. Eppure, basta un alito di vento per vederle riaffiorare nella nostra memoria, per riammetterle, tutte o in parte, nel ricordo:  Una voragine  ci si apre davanti, sembra divenire insopportabile l’incapacità di trattenerle a noi, farne un supporto di verità interiore, un nodo di saggezza e di prevenzione, perché fintanto che permangono in noi, pur se, inagibili e in parte ignorate o trascurate, esse vivono in noi, fanno parte della nostra esistenza e ci acquietano, perché ci appartengono, ci sensibilizzano ad aver rispetto dell’incomparabile colorazione del nostro mondo, delle qualità più intime e sincere che sono alla base del nostro quotidiano. Come vorremmo che tante cose minime restassero dentro di noi! perché equivarrebbe a non morire, ad avere ancora qualcosa di incolmabile, qualcosa da desiderare, qualcuno  cui riferirci,  cui ancorarci, per non morire lentamente dentro. Sradicare o rimuovere da noi il minimo rimpianto per tali momenti equivale un po’ a scivolare nell’oblìo, nella nebbia dei giorni. Con la perdita del nostro sentire intimo, perdiamo l’attitudine a gustare le leggerezze della vita (già così rare e preziose). Gli attimi fuggenti, le minime sfumature, le dolcezze di pochi momenti sono determinanti per la nostra incapacità di tenere a bada l’incontinenza dei piaceri e il disordine degli istinti, delle pulsioni e delle passioni; possono condizionare un’intera vita e nel sottofondo della nostra incontenibile, perenne, insostanziale scontentezza renderci qualche angolo di serenità o farci assuefare alla noia, alla tristezza e inerzia del nostro essere che si consuma e si appiattisce nella sfera del più profondo disincanto.  Nella corsa compulsiva, avida di possedere le grandi “cose” ignoriamo o cancelliamo la bellezza delle piccole gioie quotidiane, che se non ci ci qualificano, ci danno almeno la certezza di essere vivi, nella condizione di assenza totale di progettualità e di valori, di significati e di forme che è il nostro destino umano.