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Autore: ninnj
• lunedì, giugno 08th, 2009

di (Ninnj Di Stefano Busà)

Grande sconcerto e inquietudine sta rivelando il rafforzamento e l’imbarbarimento dell’occidente. Il declino della nostra civiltà appare sempre più un’alba sconvolta da un’alchimia nefasta: l’immaginazione cerca la luce, ma sembra ritrovare quella artificiale, delle balere, dei night, delle luci rosse, dei lustrini e di tutti i  giochi pirotecnici della nuova civiltà del postmoderno. La lunga storia del Cristianesimo ci ha dato la chiave rivelatrice del dolore del mondo. In tempi antichi Roma aveva dovuto affrontare le immani sciagure, i lutti e le devastazioni dei barbari.

Oggi, alle soglie del Tremila, ovvero, a neppure duemila anni dall’avvento del Cristianesimo, l’era tecnologica avanzata e le trasformazioni della soocietà stanno tracciando  una nuova tappa filosofico/storica della specie, trasformando nuovamente in era barbarica  la condizione dell’intera umanità. La nostra civiltà è assediata da contraddizioni, avidità e ingiustizia. Ogni cosa sembra affrancarsi ogni giorno di più dal buon senso. La catabasi introduce una singolare riflessione intorno alla vita e alla morte, che vengono chiamate a testimoni di una dimensione superficiale, eterogenea ma non prodigiosa dell’elemento uomo sulla macchina. Il continuo logoramento del tessuto sociale si esprime in maniera esponenziale verso un non esistere, lanciare uno sguardo abbrutito verso la trasmissione di quei valori che potrebbero ancora salvarci.

Disfarsi della zavorra accumulata nei secoli è impresa assai ardua, non ne intravediamo apertura alare, né recuperi a breve scadenza: la verità viene fraintesa, relegata a ruoi marginali, perché scomoda, soprattutto viene  -anestetizzata-  la sensazione della perdita, la consapevolezza elusa produce infine l’ottundimento dell’inconscio yunghiano, andando a cozzare contro i mostri che  noi stessi generiamo.

Ne scaturisce una forma mentis che vigila solo il prodotto più alieno del pensiero nel quale lo spazio-tempo viene annullato, ridotto a brandelli o anestetizzato per una corsa a ostacoli, senza vincitori né vinti, solo  -perdenti – perché la tensione è tutta rivolta verso la ricerca inesausta di cose che mortificano l’io e lo fanno schiavo di un progresso effimero e insincero che crea irrequietezza e tormento. Il nostro vivere non è più un itinerario di fede , uno scandaglio dell’anima fra la terra e il cielo, ma un mastodontico Moloc che inghiotte ogni moto raziocinante e induce alla frammentazione e alla violenza ogni germoglio di bene.

Il deserto si para innanzi a noi; si addensa sempre più sugli orientamenti interpretativi della condizione umana, provocandone un dolore più intenso e diffuso, sempre più erosivo e allarmante che porterebbe all’esigenza di uno sguardo più attento e riflessivo sulle problematiche del mondo. Invece, tutto infibula un processo verso la sua fine, che l’intricata esistenza dell’uomo non sa cogliere nel suo tracciato storico e umano.

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Autore: ninnj
• lunedì, giugno 01st, 2009

La Poesia è sensibilità verso le ragioni del cuore e dell’intelletto

La Poesia è elaborazione interiore che si esplicita nella forma e nel concetto di Bellezza, i quali  esaltano i significati valoriali

La Poesia è affermazione di una coscienza illuminata

La Poesia è  criterio di valutazione che aspira alla categoria pensante nel suo più ampio raggio d’azione

Stiamo cercando di apporre un ruolo nuovo alla poesia? o stiamo piano piano demolendola e aggredendola con l’indifferenza e la esclusione totale dai nostri equilibri di difesa? La Poesia ci salva dall’essere bruti, perché raffina le coscienze e rende meno sensibili al maleche attanaglia il nostro secolo. La nostra società, viene continuamente aggredita e messa a ferro e a fuoco dalla turba volgare e facinorosa di mercanti, paraninfi e teledipendenti, alcolisti e dopati di una forma esistenziale che toglie all’umanità molto dei suoi caratteri essenziali di civiltà e progresso. Una società senza poesia va verso la nullificazione dell’anima. Il segnale più forte, più inquietante in una società moderna è, appunto, la sua assenza o defezione volontaria a causa che altre e ben più accattivanti chimere abitano il sogno. Il risultato è una dispensa priva di cibo: anche l’anima ha bisogno di nutrirsi per profondere energie e investire sul piano umano tutto il suo patrimonio intellettivo che è ricchezza interiore, non materialistica, indottrinata e resa sterile da un processo riduttivo dell’intelletto e del pensiero.

Se la poesia Vola Alta, anche i nostri propositi saranno di ottima qualità, viceversa tutto si riduce ad un vivere allo stato inferiore, da barbari, senza Luce d’intelligenza, di sensibilità, di valori. La forza mediatica di questo periodo storico sta attraversando una fase di netto rialzo. Il poeta non può fare altro che resistere agli attacchi continui che i computer, internet, tecnologie d’avanguardia, rampe satellitari e piattaforme spaziali intravedono come scale verso il Paradiso. Ma, bisogna ammettere che vi è un deterioramento generale del tenore di vita, s’intende del tenore di vita spirituale, interiore, coscienziale che è relegato al ruolo di infimo grado nella scala delle priorità. Come Kant affermava: l’uomo appartiene al regno dei fini, e non a quello dei mezzi, pertanto non deve lasciarsi abbagliare dal clamori e dai lustrini, nè dai meccanismi perversi che, sia pure sotto forma di utile e di mirabilia portentosa, ottundono le menti degli umani e li fanno deviare pericolosamente verso forme e categorie di vita inferiori. La poesia , dunque, che lo crediate o no, continuerà a svolgere il suo servizio di ammortizzatore sociale, pure se creduta inutile e vanesia, ammorbidirà il senso del malessere e dell’inquietudine, la paura e il disincanto per una esistenza acefala, in cui viene a dilagare  disumanizzandosi la mentalità fanatica e violenta, mercificatoria e ingannevole del prodotto-uomo  E vi opporrà resistenza, svolgendo un ruolo che costantemente evince la sua complessa contraddizione e i suoi profondi conflitti, nei riguardi dei sentimenti emanando con la sua fiammella una continua sollecitazione per le ragioni del cuore, meglio dire per le interpretazioni del cuore, il quale non demorde e ci richiama alla vita interiore vissuta all’insegna di un rispetto per la natura e il suo eccezionale potere di governare il mondo.

La Poesia è nel piano di attuazione culturale il vertice del suo disegno più compiuto, affrancato da ogni volontà che la discrimini e la contraddica, tradendo le sue finalità.

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Autore: ninnj
• sabato, maggio 23rd, 2009

di Ninnj Di Stefano Busà)

La filosofia è, in genere, un viaggio intorno a noi, verso quelle teorie vere o ipotizzate che il nostro essere richiede all’intelletto nell’ambito di vita, di morale, di coscienza, di scienza, e sui processi culturali, tendenze sociali, religiose, mutamenti epocali, di gusto, di giudizio. E’ chiaro che ogni epoca ha avuto i suoi filosofi, ma, oggi, ai tempi nostri è ancora possibile pensare alla Filosofia come scienza e studio dell’intelletto pensante e giudicante? Chi si ferma più a pensare, a meditare? a collegare le cose, le correnti, le guide della vita le une alle altre? Non pare esserci più correlazione fra gli insegnamenti e le linee di un tempo, perfino lo studio della filosofia ha cambiato registro.

I giovani pongono ancora qualche domanda (più in generale): chi aveva ragione e chi torto fra i grandi pensatori del passato. Ma è del tutto evidente che in un excursus epocale e nel mutamento stesso dei tempi e delle generazioni si assista a modelli di vita diversificati. Oggi più che mai la filosofia non dà quella risposta che l’uomo della strada si attende:  sono materie difficili la filosofia, la poesia etc; il linguaggio si è andato disertificando accomiatandosi definitivamente da quello che un tempo era la scoperta dell’intelligenza, e dell’intuizione.

L’informatica ha soppiantato tutte le materie che hanno attinenza con il raziocinio. Il meccanicismo e il libertarismo la fanno da padroni in funzione dell’utile. Non è più di moda perdere tempo a dissertare su questa o quella teoria, su questa o quella metafisica che affronti il problema esistenziale dal lato del dolore, della sofferenza, della coscienza, dell’etica. Il mondo ruota entro un’orbita che si è fatta completamente fuorviante ponendoci dinanzi all’estradizione da noi stessi.

Il mondo globalizzato a cui assistiamo, ora, sempre meno, ammetterà di confrontarsi con la coscienza del prima e del dopo.

Tutto si va restringendo  sul piano etico e politico, ma anche sociale ed economico, cioè il rapporto, le dialettiche fra i propri simili diventano sempre più voci nel deserto, senza avventure o aperture d’ali, senza confronti, senza verifiche, perché il tempo è inesorabile: l’umano è soggetto alla perdita del tempo come unità di misura atta a alla ricerca di verità, e il tempo  residuale non dà tregua; è preposto ed esposto al rischio di veder depredata la vita senza averla vissuta, quindi non si rapporta , non si rappresenta nel linguaggio filosofico che prevede tempi lunghi e rapporti collaterali fra simili.

I viaggi intorno al mondo, le scoperte, le ipotesi sono tali da soppiantare in partenza ogni tentativo di scandaglio del mondo reale.

Noi viviamo proiettati nell’irreale, nell’impenetrabile nostalgia dello spirito, che ci rende fragili, spaesati in una terra molto diversa da quella cui eravamo abituati solo sessant’anni fa, ormai un’incolmabile distanza ci rende estranei gli uni agli altri, e mette sempre più inquietudine il fatto che non vi sia più correlazione tra il pensiero e il mondo.

A popolare qualche nostro sogno, a dare qualche guizzo d’ala è solo la Poesia, l’Arte, perché distrae l’atrocità del momento vissuto in solitudine, proiettandolo in un atmosfera onirica, in un sogno che l’uomo vorrebbe fosse attuabile, ma che malgrado tutto resterà tale per mancanza di ossigeno.

La parte più viva del nostro intelletto ne consuma troppo per rincorrere altri sogni effimeri: gloria, successo,  ricchezza. E allora in tale agonia, in tale decadente sistema di linciaggio morale, la forma della filosofia è bandita e ogni accanimento terapeutico è estraneo alla salvezza, inutile al ridimensionamento di una eutanasia in fase terminale.

Ci tocca vivere nel limbo, e non è solo la mia impressione personale, ormai, credo sia la condizione sine qua non in cui ci tocca vivere e il giudizio degli uomini più colti ce ne dà conferma ogni giorno.

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Autore: ninnj
• domenica, maggio 17th, 2009

di (Ninnj Di Stefano Busà)

La contemporaneità corre il rischio di una desertificazione di massa. Chi non ha punti di riferimento, volontà propria e idee chiare asseconda un vento che disperde i semi della cultura, o li orienta debolmente verso quelli che sono i valori cognitivi e prioritari dell’intelligenza e del sapere. Ogni uomo è dotato per sua natura di un quoziente intelletivo almeno di media entità, ma se si lascia inaridire senza apportarvi un minimo di alimento, la cultura, lo sviluppo, la sensibilizzazione  e con essi lo sviluppo cognitivo di ogni individuo tendono ad un deterioramento che può portare alla necrosi del pensiero, alla stasi intelletiva, quanto meno si può assistere ad una desertificazione e ad un allontanamento dallo sviluppo delle idee, dei pensieri e delle memorie che sono il sale della vita.

La tecnologia dall’Ottocento in avanti, fino ai nostri giorni, ha fatto passi da gigante, ma ha lasciato indietro le qualità sublimanti dell’umanità che sono nell’ordine la definizione del suo criterio discernitivo, lo sviluppo e la promozione delle sue cellule cerebrali e l’uso della parola -il linguismo-  che caratterizzano la condivisione delle idee e lo scambio del patrimonio genetico-intellettivo fra i propri simili.

Senza questi elementi l’uomo vive la sua necrosi intellettuale e decade nella scala dei valori, desertificando l’intero patrimonio di conoscenza che,con molte probabilità, ha pure segnato il suo percorso.

Ma come avviene l’elaborazione intellettiva dell’individuo? egli attinge certamente al suo patrimonio genetico/cognitivo, ma sviluppa nel tempo le caratteristiche piene di una (ri)elaborazione culturale che lo porta a crescere.

Siamo circondati dal sapere ad oltranza, da migliaia di libri, da milioni di mezzi interdisciplinari: informatica, internet, rampe satellitari, digitali terrestri etc. che ci portano dritti ad una conoscenza enigmatica, tenebrosa, colma di effetti speciali, di lampadine che si accendono, di imput, di videocips, ma coi tempi che corrono,( accade assai spesso), anche si spengono.

Le turbe di oggi sono questo defilarsi della coscienza e della intelligenza, il non saper o voler più progettare uno sviluppo  -a posteriore-  progredire dall’istruzione primaria, non fermarsi ad un presente che non garantisce lo sviluppo individuale, poiché le facoltà dell’intero sistema cognitivo dell’uomo si arrestano ad uno stadio che vanifica lo studio ulteriore.

E’ come se tutto il sistema si atrofizzasse senza capacità di recuperi. Si vive stentatamente nell’oggi, senza uno spiraglio di luce ulteriore. Del supporto della cultura non si dovrebbe essere sufficientemente sazi, come del cibo lo stomaco per vivere, per star bene, progredire. In realtà le librerie sono stracolme di libri invenduti; vanno al macero tonnellate di volumi obsoleti di tanti autori più o meno validi, che si arenano nella sabbia mobili di una desertificazione senza fine.

Ma altri sono oggi i motivi dell’abbandono della cultura. Anche intellettuali di primo piano amano esporsi in TV a caricature dell’intelligenza, i programmi colti o almeno culturalmente preparati sono pochissimi, si tende a inquinare e contaminare l’intelligenza con aggressivi scenari televisivi, con tolk show, con palcoscenici mediatici che rasentano la leicità, il decoro.

La massa tende alla schizofrenia fra l’individualismo materialistico ed edonistico e il guadagno facile e immediato che, di certo, la vera cultura non dà. Il dramma della nostra cultura è oggi un ripiegamento su se stessa, un pericolo assai fondato dovuto alla mancanza di criteri, di equilibri, di saggezza, ma anche e soprattutto alla diffusione di un modello di vita che da più materialismo che spiritualità, più guadagno e successo, garanzie di risorse immediate, piuttosto che contrappunti di scienza e di intelletto. La sapienza spirituale è divenuta un optional. La contemporaneità offre prodotti di più immediata presa, prodotti luccicanti che aspirano a criteri di valutazione egoistici e meschini, piuttosto che aspettare la fruttuosa eredità del dopo, conviene cogliere l’immediatezza e l’apparenza delle immagini, del presente.

La ricchezza è una scatola chiusa che tutti vogliono scardinare:la trasformazione interiore è divenuta una lotta continua contro la coscienza e il tempo che si fa avaro e ci depreda. La distanza dall’essere a favore dell’avere si accorcia ogni giorno di più e porta le creature del mondo ad appropriarsi dell’attimo fuggente, a proporre come sfida di vita il richiamo materiale in grado di corrispondere alle aspettative con lauti guadagni.

In questo deserto della Cultura, noi guazziamo come pesci fuor dell’acqua, ma quanto possiamo resistere prima di estinguerci? o almeno, le domande più impellenti sono: sapremo impostare la bussola verso un rieducazione delle coscienze? sapremo rispondere alle attese di domani programmando e promuovendo le attese, le aspettative, i programmi  del futuro, senza incorrere nel sistema nichilista che ci sta facendo smarrire  tutte o quasi le coordinate degli umani sentimenti, del buon senso e dei valori che attengono alla palingenesi del processo rigenerativo della specie?

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Autore: ninnj
• sabato, maggio 16th, 2009

di  (Ninnj Di Stefano Busà)

Ai giorni nostri si tende a credere di poter indossare il vestito della laicità solo la domenica. Non è così, per una infinità di motivi che ci portano a considerare il concetto di laicità come concetto di libertà, di privata indipendenza da tutti quei principi confessionali, religiosi e filosofici che sono all’interno delle ideologie della Chiesa.

Vi sono progettualità interne al nostro sistema di vita individuale che non possono essere ignorate, formazioni e culture che intorno al tema del bene e del male non vogliono essere influenzate, perché portano al loro carattere di libertà il vessillo di riconoscimento, la capacità di discernimento, ecomunque, la facoltà decisionale della libera scelta, fissandone il diverso grado di maturità, di stabilità formativa e intelletuale dell’individuo, portato quasi sempre ad invocare il libero arbitrio per farne poi vessillo da sbandierare dove e quando conviene, nei posti e nelle occasioni più impensabili della sua storia privata.

Il termine laicismo ha un’accezione assai vasta, poiché comprende al suo interno molti vistosi atteggiamenti anticlericali, ostili alla Chiesa, così come atteggiamenti più morbidi, fatti di agnosticismo più velato, indifferente al tema di dio, alla sua fede, al suo fine di salvezza soprannaturale. Il processo formativo della persona sa individuare le carenza e le assenze, così come sa interpretare e tradurre la sua più assoluta estraneità al pensiero divino, soprattutto della Chiesa confessionale, troppo rigida nei suoi arroccamenti spirituali,  che persegue la difesa dei valori cristiani nei vari campi della conoscenza: l’insegnamento, la legislazione, la politica, la società, la giustizia, etc.

Soprattutto ai nostri giorni, di un’ingerenza della Chiesa e del clero nei confronti della società civile non c’è affatto bisogno. Il potere della Chiesa deve configurarsi come indicazione programmatica alla salvezza spirituale dell’umanità, non come invadenza nè ostracismo alla libertà degli indivdui (vedi caso Luana Englaro). Gli intellettuali raramente sconfessano la loro natura agnostica per abbracciare ideologie clerico/confessionali di cui non avvertono stimoli. Il termine Laicismo dovrebbe corrispondere a un clima di netta divisione fra i due Enti (pubblico e religioso). Ma spesso contravviene ad un principio di buoni rapporti fra  -politico sociale e privato- , lo zampino della Chiesa.

E qui sta il nocciolo duro. Il contrasto tende ad acuirsi perché intervengono fattori culturali, fra lo stato (diritto civile/politico) e la Chiesa (diritto ecclesiale), che vuole salvaguardare ad ogni costo il patrimoni tradizionale etico di millenni di cattolicesimo. In ogni modo indica quasi sempre l’atteggiamento critico-polemico di certi ceti sociali che si sentono abilitati a differire dalla Chiesa per visuali opposte ad essa. In momenti contingenti possono divenire di stretta correlazione fra le gerarchie ecclesiastiche e la politica vigente, così come può realizzarsi e profilarsi nei contesti totalitari l’insofferenza alla Chiesa e al suo ministero spirituale tout-court.

Sottrarre ad es: la scuola, l’insegnamento all’influenza del Clero, o meglio dire, sottrarre talune categorie ai principi dell’educazione confessionale, equivale a trasferire il potere della conoscenza etico/religiosa alle dipendenze di un potere piuttosto civile che lo ostaggia, laicizzarlo , ovvero farne perdere il carattere sacrale, religioso o confessionale, e altrettanto vale per la parte civile, che equivale, da parte delle istituzioni e dello Stato perdere la liberta civile e i diritti di libera scelta, di cui si faceva cenno più avanti, soprattutto quando le attività culturali o educative lasciano un segno indelebile nella coscienza delle scuole. Ma è in campo politico sociale ed economico che avviene la formazione dei grandi partiti dominant, e la forza dell’esecutivo sta  di fatto nel saper cogliere o meno idee, principi, e regole di vita, che non si ispirino a principi esclusivamente di sudditanza ai dogmi critiani (vedi regimi totalitari).

In altri casi e sono i più, le due realtà si tollerano a vicenda:gli uni regolamentando la base della loro forma confessionale e morale a dichiarazioni libere, al di sopra delle parti, facendo spesso riferimento a concordati precedenti, pur accettando intese e respingendo accuse di favoritismi verso questo o quell’organo di appartenenza. L’ampliarsi di certe forme di censura può costituire un’ingerenza che fa ostile i due rami. E’ ovvio che mostrandosi il Laicismo in evidente contrapposizione con la Chiesa, più netta sarà la reazione degli Organi ecclesiali.

La società civile che non si adegua ai principi confessionali, che vuole autodeterminarsi e autogestirsi non può che essere condannata alla censura da parte della Chiesa. Ma, è altresì vero, che essendo riconosciuta oggi da quest’ultima una certa autonomia di pensiero, ogni concezione a se stante non viene ostaggiata in toto, come avveniva un tempo e , dunque, un dialogo fra il mondo laico e la Chiesa può realizzarsi, senza grandi danni, senza scomuniche come si faceva nei tempi passati, e soprattutto senza dipendere dall’apostolato delle gerarchie ecclesiastiche, per  finta convenienza. Anche il laicato ha il suo decalogo dei diritti/doveri e non può indossare la laicità tanto gridata e sbadierata come un vestito da indossare solo la domenica. Oggi i rapporti sono a fil di lana.  L’intesa tanto auspicata e così faticosamente raggiunta va monitorata e controllata, poiché filamenti delicatissimi determinano equilibri strategici fra le popolazioni e gli uomini che governano, perché i tempi sono cambiati e se entrambi le dualità vogliono convivere senza troppi scossoni, devono venirsi incontro e moderare gli atteggiamenti invadenti ed esageratamente critici.

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Autore: ninnj
• mercoledì, maggio 13th, 2009

di (Ninnj Di Stefano Busà)

Nella quotidianità di ognuno, sembrano entrare di prepotenza, a volte, solo cose minime. Non osiamo apprezzarle, farle  nostre, gioirne in nessun modo, eppure sono quelle che ci inducono ad una maggiore riflessione, ad una serenità nuova, ad un ripensamento di eventi e accadimenti che ci mettono dinnanzi a scelte che altrimenti diverrebbero nulle. Sono quegli attimi sfuggenti che ci qualificano come esseri umani, ci danno la certezza di possedere sentimenti e sensazioni, emozioni e anima. Essi sono la determinazione concreta della nostra temporaneità, del nostro rapporto col tempo che è irrimediabilmente precario, labile, predone dei nostri sogni, delle nostre intime gioie. Sono in realtà le cose minime a fare la differenza: ogni progetto di vita, il porsi in essere di contenuti e programmi futuri passa dalla nostra più o meno attitudine ad assaporare le “pur minime, trascurabilissime inezie”, che in realtà si presentano grandi al momento del disincanto, della delusione, della caduta dei nostri ideali, dei sogni. Allora, quelle piccole/grandi cose ci vengono alla mente per ricordarci un incontro, o un addio, preservare un ricordo, prevenire  una memoria che va verso la sua tragica dimenticanza. Ogni tentativo di rimuovere quelle piccolezze, allora, c’induce ad assaporarle, a rispolverarne il profumo, l’aroma, i colori, la tenerezza. Quante cose minime sono state perse per sempre, sono finite nel dimenticatoio, necrotizzate o annullate come superflue. Eppure, basta un alito di vento per vederle riaffiorare nella nostra memoria, per riammetterle, tutte o in parte, nel ricordo:  Una voragine  ci si apre davanti, sembra divenire insopportabile l’incapacità di trattenerle a noi, farne un supporto di verità interiore, un nodo di saggezza e di prevenzione, perché fintanto che permangono in noi, pur se, inagibili e in parte ignorate o trascurate, esse vivono in noi, fanno parte della nostra esistenza e ci acquietano, perché ci appartengono, ci sensibilizzano ad aver rispetto dell’incomparabile colorazione del nostro mondo, delle qualità più intime e sincere che sono alla base del nostro quotidiano. Come vorremmo che tante cose minime restassero dentro di noi! perché equivarrebbe a non morire, ad avere ancora qualcosa di incolmabile, qualcosa da desiderare, qualcuno  cui riferirci,  cui ancorarci, per non morire lentamente dentro. Sradicare o rimuovere da noi il minimo rimpianto per tali momenti equivale un po’ a scivolare nell’oblìo, nella nebbia dei giorni. Con la perdita del nostro sentire intimo, perdiamo l’attitudine a gustare le leggerezze della vita (già così rare e preziose). Gli attimi fuggenti, le minime sfumature, le dolcezze di pochi momenti sono determinanti per la nostra incapacità di tenere a bada l’incontinenza dei piaceri e il disordine degli istinti, delle pulsioni e delle passioni; possono condizionare un’intera vita e nel sottofondo della nostra incontenibile, perenne, insostanziale scontentezza renderci qualche angolo di serenità o farci assuefare alla noia, alla tristezza e inerzia del nostro essere che si consuma e si appiattisce nella sfera del più profondo disincanto.  Nella corsa compulsiva, avida di possedere le grandi “cose” ignoriamo o cancelliamo la bellezza delle piccole gioie quotidiane, che se non ci ci qualificano, ci danno almeno la certezza di essere vivi, nella condizione di assenza totale di progettualità e di valori, di significati e di forme che è il nostro destino umano.

Autore: ninnj
• mercoledì, maggio 06th, 2009

di (Ninnj Di Stefano Busà)

In ogni opera umana, in ogni stralcio o frammento o abbozzo artistico ci preme prima di ogni altra cosa determinare due categorie importantissime dal punto di vista esegetico, esse sono nell’ordine il criterio e la forma. I due atteggiamenti con i quali tutti noi diamo l’approccio a qualsiasi tipo di valutazione artistica è la base di ogni nostro sentire in fatto di ottimizzazione del genere letterario, linguistico, pittorico, musicale. Ogni fattore di esperienza artistico-culturale porta direttamente a valutare le caratteristiche di questi due fondamenti principali dai quali poi si estrinsecano altri elementi valutativi che sono sempre in relazione alla competenza e alla reale progettazione e preparazione artistica di ognuno: Prendiamo ad es. l’arte della parola che è la nostra più intensa e avvertita competenza: vi può essere in tal senso più o meno travisamento, più o meno intendimento, ma il tutto viene finalizzato ad ottenere esiti felici dall’espressione verbale, che s’intensifica con l’intensificarsi del linguismo, ma che necessita di una preparazione adeguata, di un entroterra culturale che abbia avuto esperienze di lettura, di conoscenza intellettuale. Vi accennavo al Criterio e alla Forma perché entrambe queste categorie sono il presupposto di chi intende esaminare un soggetto artistico che ha dalla sua l’esperimento di una profonda competenza nel merito, e di una concettualità vasta che ne sappia interpretare la forma estetica come primaria alla riuscita dell’opera stessa. Ogni esperienza in campo intellettuale o artistico necessita di un’adeguata e approfondita disamina del fattore creativo: se ne determini l’intrinseco valore del manufatto (in pittura, scultura, disegno) o istanza intellettiva in campo lirico, narrativo, saggistico, critico, filosofico, etc.  La verosimiglianza in arte è determinata dal concetto primordiale del Bello in assoluto, ma in epoca moderna il Bello in assoluto si è andato mano a mano trasformando, cedendo il posto al Bello Relativo. Siamo pervenuti ad un sovvertimento di valori, ad un fraintendimento di gusti, di criteri valutativi che non hanno più la componente morale neppure in Arte. Oggi la società dei “valori commercializzabili” è andata affermando un genere diverso di approccio in Arte, contaminato per lo più dall’utile, dal guadagno, dall’economia e dalla commercializzazione del Bene ai fini di una propaganda e di una finanza interscambiabile, subordinata ai diversi gradi dell’interesse più spicciolo e immediato, che sia direttamente dipendente dall’oggetto d’arte. La verità sta a monte della speculazione più abietta. Niente avviene più per meritocrazia e neppure l’Arte che dovrebbe essere superiore a qualsiasi discriminazione di carattere pecuniario ne esce indenne. Il Criterio di valutazione e la Forma con i quali si viene affermando il concetto di Bellezza sono all’antitesi di quello che veniva annunciato ed enucleato come essenziale modello di finalità in Arte, nei secoli passati.