Archive for the Category ◊ recensioni ad altri autori ◊

Autore: ninnj
• lunedì, giugno 08th, 2009

Ivan Fedeli, Lucio Pisani, Giorgio Bàrberi Squarotti, Guido Zavanone,VenieroScarselli, Antonio Coppola, Giovanna Colonna, Sirio Guerrieri, Giancarlo Borri, Corrado Calabrò, Lia Bronzi, Angelo Manuale, Antonio Spagnuolo, Paolo Ruffilli, Silvana Giacobini, Emerico Giachery, Dante Maffìa, Raffaele Crovi, Claudio Mancini, Giancarlo Borri, Giovanni Barricelli, Sandro Gros-Pietro, Vittoriano Esposito, ArturoEsposito, Ignazio Gaudiosi, Rossano Onano, Silvano Demarchi,  Attilio Bertolucci, Giuseppe Addamo, Gianni Baget Bozzo, Ada Biagini, Enrico Bonino, Rosa Berti Sabbieti, Dario Bellezza, Gina Bonenti Mira D’Ercole, Alberto Caramella, Carmelo. M. Cortese, Sabino D’Acunto, Francesco Belluomini, FabiaBaldi, Alberto Cappi, Marina Caracciolo, Gianni Rescigno, Rino Cerminara, Rodolfo Carelli, Angelo Lippo, Luciano Roncalli, Francesco Dell’Apa, Emanuele Pasquale, Vico Faggi, Giovanni Caso, Giovanni Chiellino, Gianfranco D’Ambrosio, M. Grazia Lenisa,Liliana De Luca, R. Degl’Innocenti, Giovanni Raboni, Vittoriano Esposito, Fabio De Mas, Cristina di Lagopesole, Francesco De Napoli,Mara Faggioli, Eugenio Grandinetti, Vittorio Vettori, Maria Racioppi, Marcella Artusio Raspo, Cesare Ruffato, Nazario Pardini, Laura Rossi Ravaioli, Alberto Gatti, Filippo Giordano, Francesco Grisi, Ettore Mingolla, Nico Orengo, Edio Felice Schiavone, Rosa Spera, Antonio Spagnuolo, Enza Sanna, M. Luisa Toffanin, Liliana Ugolini, Salvatore Veltre, MarioViola, Miranda Clementoni, Massimiliana De Vecchi, Daniele Giancane, Pasquale Maffeo, Vincenzo Rossi, Gianna Sallustio, Antonio Piromalli, Adriana Scarpa, Giovanna Vizzari, Giuseppe Benelli, Lina Angioletti, Ugo Stefanutti,  Rudy De Cadaval, Pasquale Martiniello, Ines Marone, Stefano Fusaro, Edda Gherardi Vincenti, M. Adelaide Petrillo, AldaMerini, Gianni Ianuale, Serena Siniscalco, Adriana Notte, Anna Maria Monchiero, Lorenza Rocco, M. Di Biasio, Milo De Angelis, DomenicoDefelice, Alberto Dell’Aquila, Alberto Frattini, Paolo Valesio, Elio Fiore, Maurizio Gavinelli, Carmine Manzi, Salvatore Veltre,  Ines Betta Montanelli, Roberto Mussapi, Alberto Mario Moriconi, Angelo Mundula, P. Pancaldi Pugolotti, Davide Puccini, Andrea Rompianesi,Ugo Stefanutti, Santino Spartà, Matilde Tecchio, Pina Vicario, Claudio Villatora, Aldo G.B. Rossi, Rino Cerminara, G. Bonomi, Lina Braga, Enzo Cavaricci, Piera Bruno, Antonio Crecchia, Elio Andriuoli, Simonetta Conti, Francesco D’Episcopo, Francesco Fiumara, Mario Viola, Alessandra Marziale, Giovanni Romeo, Raffaele Starace, Gianfranco Arlandi, Nicla Morletti, Claude Fouchecòurt, Rudy DeCadaval, Neuro Bonifazi, Novin Afrouz, Italo Bonassi, Viviana Coruzzi, Pietro Civitareale, M.Grazia Lenisa, Alberto Dell’Aquila, Lida DePolzer, Gigi Gherardi, M.Grazia Maramotti, Benito Ferraro, G. Villa, R. Pasanisi, A.M.Ratti, M. Tecchio, Ferruccio Ulivi, V. Sommovigo Conturla, Lucio Zinna


Autore: ninnj
• lunedì, giugno 08th, 2009

di (Ninnj Di Stefano Busà)

Abbiamo ricevuto dall’amico editore Sandro Gros-Pietro il voluminoso tomo di Giovanni Chiellino, del quale sentiamo il dovere di esprimere il nostro giudizio. Un lavoro davvero certosino, che scava nei meandri di una poesia alta, senza imbrigliature o sofismi, la quale per essere valida non ha bisogno di meccanismi interpretativi, di criptiche decifrazioni, riposa autenticamente irrorata da un suo modulo linguistico appropriato e vivido, senza iperbole o rocambolesche contaminazioni di un sistema strutturale che per sentirsi moderno, ad oltranza, corre a defraudare la tradizione classica, per demolirla in allocuzioni strane, incomprensibili e ben lontane dalla poesia, la qual cosa, a nostro parere, conferisce una riduttività espressiva che non va a favore di quel manierismo/minimalista e strumentale tanto sbandierato.

La Poesia nasce da sollecitazione interiore non è il risultato al tavolino di un piano strutturale di potere, né si deve adeguare a marchingegni lessicali che la deturpano e la mortificano. La parola lirica è il frutto dell’intelligenza del cuore , trae le sue origini dal sentimento e dal mito: un mito fatto carne e sangue delle nostre più lucide e interne suggestioni, la cui peculiarità non troviamo sussistano nelle formule moderne, portate ad ignorare il richiamo dello spirito in una frantumazione oggettuale, che ci svuota e ci disorienta. Una poesia non votata allo strappo, alla lacerazione mi pare sia da individuare in Giovanni Chiellino, poeta non esordiente, non nuovo alle pubblicazioni di un certo spessore letterario. Il poeta nell’era tecnologica di oggi scrive poesia, a freddo, quasi strumentale e aggressiva e la necessita di un certo alone d’inutilità concettuale.

Chiellino scrive poesia per disimpegnarla, affrancarla dal tecnicismo imperante e porla su un piano di suggestioni emozionali che la sanno egregiamente interpretare. Il risultato di poter leggere buona poesia è un bisogno intrinseco di recuperare quel segno indefinibile di purezza sentimentale, che proprio è assente nei moduli tecnicistici e aridi del far poesia per enigmi, per smarrimenti e complicanze  o fraintendimento delle ragioni che la orientano. Giovanni Chiellino ci evidenzia in tutta la sua profondità un messaggio onesto e trasparente, in cui si tenti di recuperare la coscienza dell’essere e del divenire . Giovanni Chiellino ha pubblicato diverse opere liriche e tutte hanno ricevuto ampi consensi dal pubblico dei lettori e della critica, per gli intelligenti simbolismi espressivi e i contenuti che sostanziano un processo letterario e culturale di rilievo.

Oggi, questa campionatura di testi vari raccolta in un volume antologico nella collana curata da Genesis ce ne dà atto e ci convince di essere nel giusto, quando affermiamo che la Poesia non sarà mai un urlo nel deserto, una voce spersa nel vuoto. Chiellino ha raccolto in questo corposo volume tutte le sillogi che lo hanno preceduto e sono state la chiave di volta di un’ermeneitica sempre più matura, in grado di non fare di questa poesia un episodio marginale di scrittura. L’autore esprime in questo lavoro impegnativo, ancora una volta, la sua ferma intenzione di interrogarsi sui veri significati dell’esistente e dell’assente, lo fa con adeguate formule scrittorie che indicano non già il labirinto della coscienza, ma piuttosto, le capacità di strutturazione che prediligono significati interiori, in grado di tracciare linee certe in una realtà frammentata come la nostra, sofferente dal punto di vista spirituale.

Tela di parole ci sembra un’antologia preposta a dare dell’autore una fisionomia storica, una collocazione di buon livello nel diorama odierno. Il vecchio e il nuovo modulo espressivo in questo volume si amalgamano, andando a comporre l’ulterire crescita del soggetto in esame e il movimento ascensionale della sua poetica.

Autore: ninnj
• mercoledì, giugno 03rd, 2009

di (Ninnj Di Stefano Busà)

Finalmente, dopo una costante intenzione ad occuparmi della poesia di Guido Zavanone, (ritardo dovuto a sovraccarico di lavori e di impegni precedenti), posso disporre di un breve spazio del mio tempo convulso e accelerato da dedicare a Guido. Il quale non ha certo bisogno della mia nota critica per mostrare appieno la sua dovizia e ricchezza di linguaggio. Critici autorevoli e di larga fama si sono da sempre interessati a lui come al poeta valido e interessante, dal punto di vista linguistico e letterario. Purtuttavia, desidero, in questa sede, dare il mio contributo a favore di questa insigne personalità “giuridica” data in prestito alla “poesia”, o meglio dire il contrario? Fatto sta che Guido Zavanone brilla di luce propria nel diorama culturale di questo mezzo secolo letterario per i suoi meriti nell’uno e nell’altro versante. La ricerca metafisica nella poesia di Guido Zavanone vi si dispiega interamente, ogni verso ne è come intriso e s’intride, a sua volta, ad un’attenta disamina del mondo tangibile, del materico, o che dir si voglia delle “cose”…Una terrestrità perseguita giorno per giorno, analizzata e indagata dal profondo, fanno di questa poetica una visione globale del vissuto, che si configura come materia itinerante del percorso dottrinario e ispirativo di questo autore, astigiano di nascita, ma ligure per adozione e per quella linea ligustremente detta, che accomuna gli altri grandi poeti contemporanei illustri, come Sbarbaro, Ceccardo Ceccardi, Mario Novaro, Boine…ed altri. Un’analisi assai motivata fatta di principi non estranei all’uomo, quello stesso uomo che ne insidia e ne condiziona la sorte terrena, inficiando il principio metafisico perpetrato a suo danno da una sorta di maledizione che lo rende ostile al ” cielo” e alla sua bellezza, sottomettendolo ai suoi atroci malefici, rinnegandolo talvolta e ignorandolo con la caparbietà assurda e inquietante del precipizio senza Luce,fatto di contrasti e interrogativi, di incognite e omissioni, in prossimità di colpe non identificabili o di fraintendimenti di coscienza.

La consapevolezza di scavare fra sabbie mobili si dilata nei versi dell’autore come un tuono nella notte, il cui boato fa pensare alla sofferenza di un cielo tormentato e irrequieto che sfoga, come può, i suoi deliranti cataclismi: “Un uomo sempre vecchio e sempre nuovo/ che va gridando io io io/ in bilico nel vuoto/ tra il nulla e Dio.” (Ritratto). Quale definizione potrebbe essere più azzeccata a definire l’uomo contemporaneo, impastato di orgoglio, vestito di arroganza e presunzione che grida al suo stesso ego tutto il disagio delle sue stesse colpe? La latitanza, la soverchiante distanza tra l’uomo e il suo Dio è ripresa come un monologo nell’intera raccolta:” tra le grida soffocate e i lamenti/ di un popolo stremato e fuggitivo./ Vanno verso luoghi sconosciuti, invocano/ un dio che non li ascolta.” oppure ancora.: ” I nostri granai sono colmi, ma vuoto/ è il cuore e la mente/…/tra gli avanzi di banchetti opulenti e vane/ dichiarazioni d’intenti.” (La speranza). L’albero della conoscenza assume talvolta dimensioni pessimistiche, di sottile angoscia per un mondo viziato dalle sue passioni, dai suoi rancori, dai conflitti e dagli smarrimenti, dalle ebbrezze di potere temporale di una coscienza malata, che riducono il sogno della vita in un ammasso di rottami alla deriva.

La precarietà, la vanità del mondo, l’arroganza, la prevaricazione tracotante e ostinata dell’uomo moderno paralizzano l’idea di Dio, quasi la rifiutano e la contrastano in una sorta di irriducibile vituperio per ciò che Egli stesso (il Creatore) ha voluto rivelare nel prodotto umano. Tra il disincanto e il dramma si svolge l’antico interrogativo del poeta, tra ragione e fede s’insinua in questa poetica zavanoniana una sofferta e chiusa malinconia che l’avvolge, se non stravolge la spessa coltre di nebbia e d’indifferenzadel poeta, il quale liberato dal profondo riesce, tuttavia,felicemente a librarsi tra le spire fumose del progetto uomo rinverdendone la speranza:” Della speranza ti nutri come l’albero/ s’apre alla pioggia che lo cresce e lo sfa,/ goccia a goccia gli scende per i rami,/ mala radice sa la verità.” (Con i sogni del mattino).

E vi troviamo ossimori di eccezionale fattura che sono il marchio poetico di Guido, il suo sigillo ragionativo, l’intento più manifesto senza presupponenza né sentenziosità (come giustamente osserva Zanzotto), da uomo consapevole, del quale sia il pensiero che l’azione convergono ad una morale e ad un giudizio fuori dalle righe, ragionato, dignitoso dal quale si evince la validità del canto; un poeta che sa dare il meglio di sé in un linguaggio alto che sublima la necessità del confronto, la giustapposizione della funzione maieutica, che s’imperla di stupore e di sommessa dignità, pur nella crescita gnomica di un progetto folle, o nello smarrimento terreno fatto di rinunce, e di tensioni.

Il progetto allusivo dell’Oltre si fa stada in Zavanone dall’indizio di una presenza divina oltre la storia, oltre la vicenda di ognuno e di tutti. La verità si affida al sentimento, alla fede, pur se talvolta sembra naufragare  nel nulla, altre volte inerisce alla virtù dei probi, dei saggi; il cedimento alla mistificazione è sempre in agguato, istruisce e pure confonde, sollecita e si fa pensiero-conoscenza, si carica di un infinito che è distacco dalla morale comune, coglie ispirazione dall’eternante categoria storica di appartenenza, da strutture etiche elevate. Così come mostrano questi versi:”Al cospetto di Dio e del Creato/ gridava la protesta dell’escluso, l’illusa/ volontà di canto/ il suo deriso desiderio d’amore” (Il rospo).

L’uomo è un mezzo sembra dire Zavanone, non deve ergersi ad arbitro della vita, né assumere posizioni di contrasto nei riguardi di una fede giusta, sacrosanta, che dell’Eterno e dell’Infinito ha l’angoscia prorompente e inquietante  della fine, di una Luce che non vede, di una verità che non tocca e non capta, perché influenzato da una sorte ostile e insincera che lo pone agli antipodi del mondo, tra vita e morte da cui perennemente teme le distanze e l’inganno.

Per dirla in breve, Guido Zavanone possiede una visione sapiente di misurata “perdita“, vale a dire la rassegnata mestizia della fine che gli procura affanno, ma non lo prostra, non lo schiaccia col peso della tenebra. Il suo canto lirico si snoda felice e mai rassegnato, compiutamente mosso da allegorie e metafore, che il linguaggio alto sa trasfondere in tensione lirico-ispirativa. D’ampio respiro poi sono le meditazioni che dal pronunciamento dei nuclei germinativi sanno raggiungere la compitezza formale tensiva e creativa, atta a sviluppare un mirabile esempio di poesia. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, sono fatti di coscienza lucida e determinata a dare un’impronta filosofico-meitativa di stampo moderno, che si è andata sviluppando man mano, fino a dare all’autore una compiuta e felicemente raggiunta esemplarità estetizzante.