Dopo uno sguardo, più curioso che indagante, alla sessantina di testi che compongono la silloge: Tra l’onda e la risacca di Ninnj Di Stefano Busà, ho letto attentamente la lirica di apertura:” Dal giorno che scolora“, per cercare in essa quelle coordinate emozionali indicative dell’humus sentimentale e psicologico da cui la poetessa prende l’avvio per tracciare questo suo recente sentiero poetico. Vi sono elementi lessicali e sintattici di diversa natura che permettono di entrare nella sfera magica di una creatività tra le più eloquenti e significativamente valide di questi ultim vent’anni. Enucleando alcuni di essi come: settembre, ovattate azzurrità, foglie lasciate a macerare, serena pace, la sosta, restste il cuore…si coglie anzitutto la percezione della fuga del tempo, cui si accompagna il desiderio di una sosta, di una riflessione su ciò che appartiene al recente passato e si trasferisce al presente, che appare una tavolozza di colori e cieli di ovattate azzurrità, sul futuro che si annuncia con un senso di velata malinconia.
C’è in questa lirica d’avvio, tutta una sinfonia di motivi che troveranno collocazione e approfondimenti nelle pagine successive. Il clima assorto e meditativo, ìndice di una quiete che prelude l’accettazione della realtà nel suo evolversi stagionale, trova il cuore deciso a resistere alle sfide del tempo e della vita, a collocarsi nella prospettiva di una serena pace, a non lasciarsi travolgere dai gorghi esistenziali che avanzano come ineluttabile fatalità. Protagonista, dunque il cuore, come sorgente di affetti e di teneri sentimenti, come scaturigine di poesia, che proprio sull’onda d’ineffabili voli si alza, prende il volo e stabilisce le distanze dal linguaggio banale e convenzionale, rivelandone la leggerezza d’ali, il suo respirare l’onda sonora delle stelle.
La Distefano Busà ha chiara la consapevolezza -e ne è prova la sua impressione sul tema della poesia dichiarazione (pag.5-8) che la poesia non è frutto esclusivamente raziocinante e tanto meno di espedienti linguistici per incolonnare parole su parole, che richiamano l’una all’altra come belati di pecore smarrite in una selva di sterpaglie. La poesia è arte, ci conferma l’autrice, è arte del sublime, ma di un sublime ascensionale, che sa cogliere forme, colori, sfumature e valori; che mette in sintonia mente e anima, realtà esteriore e vita interiore. Da qui la sua volontà a salire, a relazionarsi con l’universo, non coi sensi ma con la dolcezza dell’anima, con lo spirito insaziato di luce, con la parola che possiede la cristallina purezza dell’acqua sorgiva. Ed è un fluido refrigerante il suo poetare con la tenera malinconia di una novella Saffo, con la percezione di una realtà magica, senza tempo, trasfigurata in rivoli di luce, in echi di lontananze, in visioni segrete in cui la metafora dell’ineluttabile fisicità si scontra con l’infinito, irrompe da spazi chiusi, limitati e vola nella galassia di profondi, abissali -oltre-
Poesia, quindi, di matrice esistenziale, in cui l’essere poetante traccia la mappa della sua condizione individuale, con i suoi dubbi, i suoi rovelli, le sue angosce e certezze, il suo chiudersi in sè per trovare nella profondità dell’io le ragioni stesse dell’essere e del divenire, della vita e della morte, prendendo l’abbrivio dalla quotidianità, per attraversarla nella problematicità di ordine fisico e ideologico, tra libertà e condizionamento, tra ancoraggi al mondo fenomenico ed espansioni nel mondo della virtualità, dei sogni, del metafisico.
Il tracciato lirico della Di Stefano Busà assume valore ermeneutico di una condizione umana che è individuale e collettiva, che muove dal concreto e trova le motivazioni forti, ispirative per riflettere sul “flusso del divenire che si chiude,/ come fiore reciso o foglia/ strappata al suo ciglio di morte.” Un’eco di pensiero eracliteo aleggia fra le pagine di questa raccolta poetica, che apre spazi all’immaginifico ma anche alla consapevolezza che tutto scorre, tutto sfuma, tutto muta, ed è fatica immane giungere al cuilmine della vita, tra enigmi e misteri, tra solitudini e incomprensioni, tra memorie e attese, momenti di abbandono e pulsioni di fughe:” oltre le soglie oscure / di un altro domani”. Ma la fatica, se ben condotta, e finalizzata a nobili fini, porta alla serenità dell’animo:” alla serena pace, traslucida, quasi assorta.” ossia alla condizione indispensabile, quasi irrinunciabile di interrogarsi sulle ragioni delle cose e il senso della vita, e trovare, inquesto contesto, la via che conduce al tempio della poesia, senza lasciarsi travolgere, sembra il messaggio di Ninnj, né dall’onda né dalla risacca.
