di Fulvio Castellani a Ninnj Di Stefano Busà

La poesia che Ninnj definisce la sua seconda pelle, muove il vivere stesso dell’autrice, fa parte del suo io più recondito e solare, vive in lei come un  elemento inscindibile, naturale. Questo emerge, del resto, dal complesso della sua notevole produzione letteraria e dalla prestigiosa biblioteca di momenti lirici, di ritorni all’ieri, di tuffi nel presente, di letture che si proiettano dentro e oltre il finito e l’infinito,. E’ stato evidenziato, a più riprese, come nelle sue opere (non soltanto di poesia) sia sempre presente un risoluto recupero memoriale, e questo come fonte di emozioni che si rinnovano e diventano, o ridiventano illuminanti scoperte. Per rendersene conto, almeno in parte, è sufficiente entrare nei sottofondi e nei perché che si evincono dalla raccolta “Adiacenze e lontananze” o di altre che l’hanno preceduta, pubblicata nel 2002 che contiene un prezioso e simultaneo altalenarsi di situazioni, di atmosfere, di negazioni e di attese, di visualizzazioni, di assoli, di scavi psicologici e di spazi vasti che, forti di un’armonia creativa come poche e ormai consolidata, determinano l’essere e il divenire di un gioco quasi misterioso di suggestioni e di richiami. Da ciò si deduce in parte perché Ninnj Di Stefano Busà che ha visto tradotta la sua opera in diverse lingue, e già nel 1990 è stata insignita di diploma di benemerenza per meriti letterari dalla Società Argentina degli Scrittori in Buenos Aires, venga considerata una voce di spicco nel diorama culturale dei nostri giorni. A lei inoltre sono stati dedicati saggi e note critiche, giudizi e prefazioni da parte di critici di indiscutibile serietà e autorevolezza, come Carlo Bo, Antonio Piromalli che non finiva mai di lodare la sua poetica, Giuliano Manacorda, Aldo Capasso, Mario Sansone, Fulvio Tomizza, Attilio Bertolucci per arrivare ai più recenti Giovanni Raboni e Marco Forti, Francesco D’Episcopo e altri.

E proprio per entrare nel vivo del suo essere donna e poetessa non rinuncio all’idea di intervistarla , quasi obbligarla  a mostrasi col suo vero volto e la sua carta d’identità culturale.

D. Cosa significa per lei scrivere, e in particolare, poesia?

R. Spero non me ne voglia chi non è d’accordo con me, e non appaia retorico che allo scrivere io voglia dare lo stesso significato che respirare, Del resto quando una cosa è congeniale non si fa nessuna fatica a realizzarla. Per me, ma suppongo, anche per tutti quelli che nella scrittura credono come atto incontrovertibile della loro identità, scrivere può significare amare, donarsi in quell’atto di sodale accezione quale è quello della poesia, identificandola come la più accattivante fra le passioni umane, perché è estremamente verosimile che chi tenta la scrittura poetica voglia identificarsi al sogno, alla vita come episodio di trascendenza, o avventura imprescindibile di una facoltà che ci pone ad un gradino più alto del pensiero e, dunque, della storia, se per storia è intesa quella pagina culturale viva che si coniuga all’essere e al divenire, in progress, esulando assolutamente da noi e che però da noi prende l’avvio perché diventi meno episodico il cammino dell’uomo, meno relativista e precario il destino del linguaggio e della propria coscienza di umani. Identificarsi con la storia, poter capire il significato della vicenda umana, l’imponderabile che l’avvolge, diventa allora una personale ricerca dell’infinito mistero, un percorso che vuole realizzare se stesso dentro il fatto testamoniale del proprio bisogno , non solo fisico, ma soprattutto, spirituale. Questa, in breve, la mia opinione per coloro che come me credono e hanno fede nel principio della vita e delle capacità del proprio pensiero illuminante.

D. Il suo dire, come ha felicemente scritto Fulvio Tomizza, sfocia sempre “in visioni di spazi dilatati, amplificati fino allo stremo”. C’è un modello che lei va seguendo o al quale si ispira per ottenere un tale risultato?

R. Il caro Fulvio Tomizza che ebbe a cuore la mia poesia, mi diceva sempre  che la mia scrittura poetica possiede gli spazi dilatati del tempo e della storia, perché non segue le mode, le conventicole, gli ismi più o meno generalizzati delle avanguardie, ma gli impulsi autentci della propria condizione ispirativa. Vi è, a suo dire, nei miei versi la condizione primaria della realtà e dell’esistente che si dilata in un ampio respiro immaginifico, che permea la materia vitalistica dei miei versi. Quanto egli ebbe a precisare per quanto attiene alla mia poetica è vero, suffragato poi da altri innumerevoli critici che ne hanno espresso giudizi similari. Quello che influenza la mia poetica non è mai un episodico atto di scrittura a se stante, ma una presa di coscienza, la consapevolezza che noi viviamo al cospetto dell’Eterno, al quale dobbiamo gli atti più precipui della nostra identità che determina e attua i referenti.

D. Lei potrebbe essere ricordata per tante cose, ma perché ha scritto:” il mio peccato è quello di voler trovare il sole/ dopo fitta pioggia o uragano”? Cosa sottende tale immagine?

R. Trovo che il mondo è privilegiato, malgrado tutto, e per Luce non intendo quella della lampadina, ma la Felicità delle piccole cose, l’apertura nell’oltre che non abbia trucchi o furberie, astuzie né malizie a deturpare l’ardore spirituale. Seppure, dunque siamo costantemente e quotodianamente oscurati dagli uragani e travolti dalle bufere e nefandezze umane, vi è un punto che esalta la nostra crescita, ci fa probabili fruitori di un mondo migliore, come dire: la nostra verità sta sempre oltre, oltre l’ostacolo, oltre noi stessi. Tutte le ipotesi si collegano al vertice di una ragione potente e onnipresente quale la Fede. Per tutti, perciò, può sorgere un nuovo giorno luminoso. La mia è un’apertura alla speranza, vuole essere un’esortazione allo stupore sempre nuovo di un’alba primigenia, cioé alla luce primordiale di un fantastico itinerario, nella consapevolezza dell’esistente e dell’inesauribile fiamma che ci illumina.Se si vuole percorrere fino in fondo il sentiero lungo e insidioso come quello umano, si deve intervenire sulle risorse dello spirito o di quelle facoltà superiori di cui siamo dotati. Se parlo di peccato, mi riferisco al modo piuttosto insano, troppe volte irriverente con il quale ci si rapporta al senso del divino, ebbene la Luce è trascendenza infusa nei nostri cuori oltre che negli occhi, la metafora del voler trovare il sole, indica da parte mia il bisogno inscindibile di individuare dentro il caos la certezza del bene e quel “peccato”cui accenno, è riferito a quel corrotto modus vivendi che mi lascia perplessa. L’avventura umana si compie nei fondali melmosi, dentro tenebre fitte e impenetrabili; lì il cammino si fa difficile, i dubbi inchiodano, occorre trovare la lanterna della sapienza e della saggezza per poter navigare a vista, senza bussola né astrolabio. Dove le acque sono intorbidite di nefandezze, il peccato resta infisso al peccatore, ovvero non ha modo di considerare altre vie di salvezza. Ma per tutti può esserci la resurrezione, la remissione o la risalita dal male verso quella Luce cui accenno; ecco perché  “peccato”, in senso biblico intendo. Questa è la mia versione del processo di realizzazione dell’io nei confronti di un atto apparentemente irrazionale che è la scrittura. Se, dal nulla cui siamo destinati, riusciamo a carpire scintille d’infinito, pochi atomi di vita meno amara, credo valga la pena scrivere, perché nella scrittura si realizza la migliore parte  del nostro vivere-soffrire. Anche il dolore ha il suo atto catartico.

D. Lei ha una cura del tutto particolare nella scelta della parola al fine di creare un linguaggio fluido, coinvolgente, ricco di immagini, suoni che la facciano riconoscere ? la sua è una scelta oppure le è congeniale.

R. La mia è sempre stata una poesia”ricerca”,  che ha saputo cogliere qualche consenso proprio in virtù di questo tentativo di scendere negli abissi più fondi per risalire mondati (idealmente, si fa per dire) alla luce di una purezza anch’essa rivisitata in chiave storica, ontologicamente storica, ovvero libera dal peccato originale. Noi, per nostra stessa natura, non possiamo escluderci da esso, come non è possibile, per nostra limitatezza umana raggiungere la perfezione cui tendiamo. E’ un fatto di origine naturale: la nascita prevede e precede la morte, la vita innesca e partorisce il dolore, il lutto, l’assenza…tutti episodi su cui riflettere, scrivere, dissertare. La mia poesia risente molto di una condizione filosofico-storica che la racchiude. Non mi realazione a nessuno in particolare, pure se sento molto prossima alla mia vera natura la lezione montaliana: Montale mi è congeniale,  ma pure se,  troppe volte sono stata commisurata a lui, affiancata al suo nome non mi voglio minimamente paragonare: da quel paragone ne uscirei a pezzi! Però, mi piace, devo ammettere  quel suo memorabile “mal di vivere” che orienta e convive con la sua produzione letteraria in definitiva è quella stessa di tutti noi mortali.

Ammetto che uno dei miei difetti è quello di tentare la parola vibratile, più incisive e idonea a dare il massimo della potenza al verso, però non me la sono mai imposta, non la perseguo con accanimento, a tavolino, a freddo, perciò, la mia scrittura risulta impegnata nei toni dell’orfismo e della filosofia. Voci, suoni e parole vanno poi a coincidere in un mosaico di rilevante coinvolgenza che io non preparo mai in anticipo, nè tantomeno prevedo. In ciò forse sta la mia spontaneità. Faccio poesia da quando avevo dodici anni, oggi le mie primavere sono tante, ma mi approccio alla poesia con lo stesso stupore aurorale del primo giorno. E’ questa la mia attitudine, non potrei fare diversamente: ne sono convinta.

D. Fra i tanti e importanti critici che si sono occupati di lei chi è riuscito maggiormente ad entrare in empatia, nel cuore del suo essere donna, madre e poeta?

R. Fra i numerosi critici ai quali va tutta la ma riconoscenza, non posso dire quale abbia più profondamente penetrato la mia anima. A tutti devo un profondo rispetto per aver letto i miei versi. Ognuno di loro ha apportato al mio palmarés il giudizio esegetico più avvertito.Tutti mi hanno donato qualcosa, incoraggiata a tirar fuori il meglio di me, a credere nelle mie capacità. A ciascuno di loro io devo molto, a tutti, insisto, vada tutto il mio riconoscente pensiero.

D. Lei si dedica molto anche alla critica letteraria, scrive saggi, prefazioni, recensioni, articoli che credo siano valutabili sulle centinaia e centinaia. E’ più facile essere poeti o saper interpretare la poesia altrui? a  leggere le sue critiche che sono autentiche radiografie c’è da perdersi.

R. Ho prefato centinaia di libri, mi sono interessata di recensioni di autorevoli nomi, ho pubblicato diversi libri di saggistica , di critica letteraria con “pezzi” su Croce, Pavese, MIchelstaedter, Pirandello, D’Annunzio, Raboni, Flaiano…per giungere anche ad autori esordienti, autentici nessuno che, se sanno scrivere, per me contano moltissimo: ad essi anzi, rivolgo la mia particolare cura e attenzione, perché faccio questo lavoro per autentica vocazione e preparazione, senza infingimenti nè speculazioni. A me scoprire un vero poeta dà una gioia immensa. Posso affermare di aver scoperto numerosi talenti nascosti, di averli esortati a credere in loro stessi. Per molti di loro ho intuito un futuro che si è puntualmente realizzato. In ogni modo per me il poeta è sacro e va rispettato. Certo, per quanto attiene ad emettere giudizi su una buona poesia , mi riesce meglio che scrivere su poesia scarsa o mediocre. Credo che il merito chiami merito e la valorizzazione del soggetto poetico riesce meglio se confutata a livelli alti. Mi occupo molto anche di Estetica, ho pronto un lavoro di molti anni di studi, un esercizio interdisciplinare di grande impegno sull’Interpretazione antica e moderna del Bello, che abbraccia l’intera concezione teoretico-filosofica della Bellezza, dall’antichitè fino ai nostri giorni.

D: Che importanza ha un editore nella diffusione del prodotto-libro e nella valorizzazione di un autore?

R: Ne ha, soprattutto, se trattasi di editore autorevole, i mostri sacri: Mondadori, Garzanti, Rizzoli, Einaudi certamente hanno molta importanza nella diffusione del prodotto-libro, specialmente riguardo alla narrativa, meno forse, in poesia. Ma quanti hanno facoltà di giungere a questi? La verità è che soprattutto si pubblica più poesia di quanta siamo disposti a leggerne. Il mercato è saturo: volendo fare una speculazione in termini pratici agli editori di spicco converrebbe fare una carrellata di nomi apprezzabili, perché ve ne sono a centinaia (anche di buon livello), ma la verità è che l’editore non vende il libro poetico, e così vuole per sua scelta restare imporre l’elitarietà come condizione sine qua non. Cioè, non vuole mettersi in gioco con pletore di poeti della domenica che pure sarebbero disposti a levarsi il pane di bocca per giungere ad editori di prestigio. Purtuttavia molti poet emergenti avrebbero le carte in regola per onorare la pagina letteraria che conta, per traguardare la Storia. Però finiscono per entrare nella tana del lupo, sobbarcandosi le spese, anche piuttosto onerose, di pubblicazioni mediocri; così fioriscono e prolificano sottoboschi editoriali, a tirature ristrette, ch tentano di colmare la forte disattenzione dell’editoria di prestigio.

D. Servono a qualcosa le antologie?

R: Anch’esse sono specchietti per le allodole, non hanno nessuna rilevanza culturale, tranne che a farsi passaparola con amici e conoscenti, ma come il cane che si morde la coda girano su se stesse, senza ottenere la finalità di rendere noti gli autori. Dentro c’è di tutto, senza la logica dell’apparato di selezione che conta, che decide il referente e passa alla Storia della Letteratura. Ogni autore pur presente  rimane la nullità in fatto poetico, non si alza di un solo gradino, perchè non vi può essere misura di contenuti, né rigore di giudizio né equità nel fare di tutte le erbe un fascio. Da qui la frustrazione che ha del paradosso, a volte chi vale veramente non rientra nei parametri perché non ha conventicole, conoscenze in alto loco, solo viene portato all’apogeo da una ben azzeccato clientelismo o conoscenza in ambito editoriale. La contingenza o la chiave per aprire queste porte nulla ha a che vedere con la validità dei meriti effettivi.

D: Se la vita è “oltre il suo epilogo” come Lei afferma, come vorrebbe essere ricordata?.

R: E’ vero, intravedo la vita oltre il suo epilogo, questa conduce ad un tal sentiero che non vede soluzione di continuità, interruzioni, o defezioni. La vita è quello che è, inesauribile nella sua sfrontatezza, nel suo scontento generalizzato, nella sua relatività e finitezza, ma se si riesce ad individuare un solo spiraglio di Luce, vale la pena viverla, perché l’estremo limite si dilata, va a congiungersi con un ideale vagheggiato che è bello individuare oltre il suo nulla, infine darsi a quelle superiori entità che si relazionano all’eterno è qualcosa che ci esula dalla finitezza miserevoledi essere solo meccanismi senz’anima: nel gioco delle parti nulla si esaurisce se non la fisicità/materica. Permanendo nell’orbita di un dettato spirituale che va ben oltre il suo nulla, i poeti tentano di entrare nella Storia, superando la parabolica curva del vivere e morire da fossili. Essi creano, si evolvono dalla macchina-tritatutto, diabolica, inconcludente di un destino che segna il vuoto, per donare all’umanità la bellezza di qualche verso. Non saremmo ugualmente ricchi senza Dante, senza Manzoni, senza Leopardi etc. Intendo che i poeti cercano tante epifanie e resurrezioni che presuppongono un lngo cammino verso la speranza. Per quanto mi riguarda e attiene alla mia persona, alla mia poesia, non credo di rientrare nel novero dei poeti storicizzati, pur se in qualcuna di esse sono stata debitamente inclusa. Non sono così autolesionista fino ad illudermi di essere ricordata. E se mai lo facessero, vorrei soprattutto essere ricordata come qualcuna che amava la Poesia al di sopra di se stessa, al di la del successo, delle piccole miserie umane, perché la Poesia è la mia < seconda pelle> come hanno voluto dimostrare i miei tre insigni critici, che hanno eviscerato in lungo e in largo la mia poesia, donandomi (bontà loro) il frutto del loro studio esegetico più accreditato e onesto.