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Autore: ninnj
• mercoledì, maggio 13th, 2009

di (Ninnj Di Stefano Busà)

Nella quotidianità di ognuno, sembrano entrare di prepotenza, a volte, solo cose minime. Non osiamo apprezzarle, farle  nostre, gioirne in nessun modo, eppure sono quelle che ci inducono ad una maggiore riflessione, ad una serenità nuova, ad un ripensamento di eventi e accadimenti che ci mettono dinnanzi a scelte che altrimenti diverrebbero nulle. Sono quegli attimi sfuggenti che ci qualificano come esseri umani, ci danno la certezza di possedere sentimenti e sensazioni, emozioni e anima. Essi sono la determinazione concreta della nostra temporaneità, del nostro rapporto col tempo che è irrimediabilmente precario, labile, predone dei nostri sogni, delle nostre intime gioie. Sono in realtà le cose minime a fare la differenza: ogni progetto di vita, il porsi in essere di contenuti e programmi futuri passa dalla nostra più o meno attitudine ad assaporare le “pur minime, trascurabilissime inezie”, che in realtà si presentano grandi al momento del disincanto, della delusione, della caduta dei nostri ideali, dei sogni. Allora, quelle piccole/grandi cose ci vengono alla mente per ricordarci un incontro, o un addio, preservare un ricordo, prevenire  una memoria che va verso la sua tragica dimenticanza. Ogni tentativo di rimuovere quelle piccolezze, allora, c’induce ad assaporarle, a rispolverarne il profumo, l’aroma, i colori, la tenerezza. Quante cose minime sono state perse per sempre, sono finite nel dimenticatoio, necrotizzate o annullate come superflue. Eppure, basta un alito di vento per vederle riaffiorare nella nostra memoria, per riammetterle, tutte o in parte, nel ricordo:  Una voragine  ci si apre davanti, sembra divenire insopportabile l’incapacità di trattenerle a noi, farne un supporto di verità interiore, un nodo di saggezza e di prevenzione, perché fintanto che permangono in noi, pur se, inagibili e in parte ignorate o trascurate, esse vivono in noi, fanno parte della nostra esistenza e ci acquietano, perché ci appartengono, ci sensibilizzano ad aver rispetto dell’incomparabile colorazione del nostro mondo, delle qualità più intime e sincere che sono alla base del nostro quotidiano. Come vorremmo che tante cose minime restassero dentro di noi! perché equivarrebbe a non morire, ad avere ancora qualcosa di incolmabile, qualcosa da desiderare, qualcuno  cui riferirci,  cui ancorarci, per non morire lentamente dentro. Sradicare o rimuovere da noi il minimo rimpianto per tali momenti equivale un po’ a scivolare nell’oblìo, nella nebbia dei giorni. Con la perdita del nostro sentire intimo, perdiamo l’attitudine a gustare le leggerezze della vita (già così rare e preziose). Gli attimi fuggenti, le minime sfumature, le dolcezze di pochi momenti sono determinanti per la nostra incapacità di tenere a bada l’incontinenza dei piaceri e il disordine degli istinti, delle pulsioni e delle passioni; possono condizionare un’intera vita e nel sottofondo della nostra incontenibile, perenne, insostanziale scontentezza renderci qualche angolo di serenità o farci assuefare alla noia, alla tristezza e inerzia del nostro essere che si consuma e si appiattisce nella sfera del più profondo disincanto.  Nella corsa compulsiva, avida di possedere le grandi “cose” ignoriamo o cancelliamo la bellezza delle piccole gioie quotidiane, che se non ci ci qualificano, ci danno almeno la certezza di essere vivi, nella condizione di assenza totale di progettualità e di valori, di significati e di forme che è il nostro destino umano.

Autore: ninnj
• domenica, maggio 10th, 2009

profilo biografico

Poeta, giornalista, critico, saggista. Laureata in Lettere, ha due figlie e quattro nipotini. Nata a Partanna. Ancora giovanissima si trasferisce a Milano con la famiglia dove risiede permanentemente . Si occupa di Estetica e di Storia della Letteratura oltre che di Poesia. La sua vasta opera è raccolta in saggi, studi critici e articoli di varia natura. Ha collaborato con qualificate Riviste letterarie:Vernice, Il Corriere di Roma, Silarus, Oltre il muro, Dibattito democratico, Feeria -Tra esodo e avvento- La Vallisa, Poeti e Poesia, Diva e Donna e altre anche straniere.

In Poesia si segnalano sedici volumi pubblicati, quasi tutti premiati in forma inedita con la pubblicazione-premio al Vincitore,  oppure in forma edita a pubblicazione avvenuta.

Diamo i titoli:

Oltre il segno tangibile /1968, ristampa 1987)

Lo spazio di un pensiero (1988 premiato dall’Editore  Gabrieli, Roma)

Quel lucido delirio (1989)

Sortilegio di riflessi (1989)

La parola essenziale (1990)

Abitare la polvere (1990, premiato da Agemina Firenze)

L’area di Broca (1993, tradotto anche in francese)

L’attimo che conta (1994)

Cercatori d’infinito (Belgrado, 1994, premiato inedito)

Anche l’ipotesi (1995, premio Histonium, Vasto con la pubblicazione)

Quella dolcezza inquieta (1997, “Atheste” Regione Veneta 1998)

Le lune oltre il cancello (1998 premio Libero de Libero premiato con la pubblicazione)

Il deserto e il cactus (1998 premio con pubblicazione R. Micheloni, La Spezia)

In altro luogo (2001 premiato a Sanremo)

Adiacenze e lontananze (2002)

L’Arto-fantasma (2005, pref. Giovanni Raboni ,pluripremiato)

Tra l’onda e la risacca (2007, pref. Marco Forti, pluripremiato)

Opere saggistiche e critiche

Il valore di un rito onirico (1989, opera monografica Ediz. Il Ponte, New York)

L’Estetica crociana e i problemi dell’Arte (1996, premiata alla Magra (Sp), G. Parise di Bolzano e Nuove Lettere Istituto Italiano di Cultura di Na, tutti conseguiti nel 1997).

La sua produzione è stata tradotta in francese, inglese, serbo croato. Ha curato diverse edizioni di una prestigiosa antologia contemporanea dell’ultimo Novecento Poeti e Muse. Ha tenuto conferenze in campo nazionale e internazionale, convegni di studio e ricerche sulle poetiche. Molti illustri critici si sono interessati della sua poesia dedicandole recensioni, prefazioni, saggi critici, monografie. A cominciare da Salvatore Quasimodo suo corregionale che la incoraggiò in primis e le avrebbe firmato la sua prima prefazione, (purtroppo non giunta in tempo, per sopravvenuta morte del poeta). Successvamente ha ricevuto riconoscimenti importanti da M. Grillandi, N. Abbagnano, Carlo Bo, Mario Sansone, E. Filippo Accrocca, P. Bigongiari, Silvano Demarchi, A. Capasso, F. Fortini, Emerico Giachery, Giorgio Bàrberi Squarotti, Corrado Calabrò, P. Maffeo, Rosa Berti Sabbieti, F. Tomizza, A. Piromalli, P. Ruffilli, Attilio Bertolucci, Vittoriano Esposito, A. Coppola, V. Vettori, Giovanni Raboni, Marco Forti, F. Ulivi, S. Guerrieri, D. Maffìa, Francesco D’Episcopo, M. Grazia Lenisa e moltissimi altri. Ha vinto prestigiosi premi letterari e conseguito numerosi riconoscimenti per la saggistica, la critica, la poesia. Le è stato assegnato per meriti culturali diploma di benemerenza dall’Istututo Italiano di Cultura di Buenos Aires e dalla Societad Argentina des Escritores nel 1990, il premio “Giano” nel 2006 per la critica letteraria. E’ storicizzata sulla Grande Enciclopedia Letteraria per i Licei e le Scuole Superiori dell’Editore Simone, oltre che in numerose rassegne, antologie, studi critici e articoli che la riportano come una delle più interessanti e autorevoli figure del diorama culturale odierno..

Autore: ninnj
• sabato, maggio 09th, 2009

La poesia di Ninnj Di Stefano Busà si è fatta sempre più alta, sollevandosi dalla liricità al sublime della solenne sentenza, dalla ricerca del significato dell’esistenza alla riflessione più profonda e lucida, distaccata e sofferta delle vicende e delle esperienze attraversate, che talvolta sono riprese, (ri)narrate, (ri)esposte per spiegarne appieno il valore e la perdita, le sconfitte e le tensioni, l’esemplarità e l’inquietudine. Il titolo di questa pregevole raccolta è subito indicativo: QUELLA LUCE CHE TOCCA IL MONDO. La luce è quella della parola poetica: senza di essa tutto sarebbe confusione, incomprensibile caos, impossibilità a trovare valore e verità negli accadimenti così contorti, ambigui, contraddittori per il tempo umano che attraversiamo. La parola, allora, è sempre faticosa, dolorosa, ardua da tirar fuori dal magma della vita per portarla appunto alla luce del mondo, e il testo che apre il libro si conclude proprio in quella che è una dichiarazione di poetica e una confessione di accettazione di pene, tenerezze, grazie e affanni, lacerazioni e suggestioni: “Poeta, grido di sciacallo, pelle d’angelo,/ fiore pesto, t’inventasti la vita/ dall’impasto verbale, fosti tu l’infinito/ della grazia di Dio che tocca il mondo.” Ecco, il programma poetico dell’autrice è di una totalità estrema: tutto ciò che al mondo può essere sperimentato con l’anima e con i sensi, perché la parola è dunque l’infinito strumento che può rivelarlo, raccontarlo, spiegarlo, al tempo stesso alacremente variandone le visioni, le esperienze, le capacità, gli stati d’animo del poeta, di mostrarne l’antica sua eco e la nuova scoperta. La costruzione dei testi si avvale di costanti analogie, per giungere a manifestarsi poi con ricchissime varianti, affermazioni, metafore, visioni, sentenze, similitudine, allegorie, usi e interpretazioni della parola che non mancano mai di stupire. Il punto di partenza è la constatazione di una forma o di un aspetto, di un’emozione, di una suggestione che la natura, la stagione o quant’altro trasmettono al suo repertorio. Un luogo anche minimo che la vita ci propone, e da lì, a poco a poco il discorso si sviluppa, quanto è stato visto o sentito si rivela come un messaggio, un emblema, perché il mondo non è quello che appare realistico e naturale, quando lo affronta il poeta lo sente ingannevole e denso di incognite, caotico, contraddittorio, e non è mai ingenua e sentimentale la poetica che origina da una sensibilità extra, quasi in interiore, scavando nelle ambiguità dell’essere la sostanza fruibile della sua bellezza e del suo canto. La poesia, quando c’è va al di là degli oggetti e delle apparenze visibili, è costituita da Exsempla che sollecitano immediatamente ad essere identificati. La natura si rivela, allora, come una sequenza affollata di segni, di tracce e Ninnj Di Stefano Busà li scopre pressocché sempre quali rivelazioni di malessere, di disagio, pur con le dovute aperture d’ali, pur col minimo segno di luce o di tenebra. Il raffronto fra le presenze naturali delle scoperte è il riconoscimento della condizione umana di pena, il male di vivere montaliano. Penso a Il PUNTO CIECO: “il vento soffia forte sopra il mare./ ha suoni sbriciolati di conchiglia/ grida il suo dolore in vene d’acqua, /una solitudine che strazia i suoi fondali.”Vento e mare sono i dati di un giorno di vita, che sembrano descrizioni, considerazioni metereologiche; invece, per la potenza e la forza del pensiero e della parola, si rivelano subito come visioni metaforiche  di trafitture, di disagio, di pena, che l’anima coglie in piena consapevolezza del suo status, e ne esce profondamente turbata dalla sua condizione di analogia col mare. La metafora della conchiglia, la sua forma perfetta e mirabile non sono la realtà in sè conclusa, ma emblemi dell’eterno dolore del mondo. Continua  la rappresentazione: “Così s’impara la lezione di vivere,/ il punto circoscritto in cui tutto si tramuta,/ tutto diventa leggerezza  di sguardo / perso al mondo”. Svanire è la ventura delle venture, ma è quello che all’uomo non è concesso, ottenerne una spiegazione forse è quello che fa la differenza, perché: “ il tutto è circoscritto da anonimi gravami,/ a tentar luce dalla trasmigrazione/a ritardare almeno un po’ la ruga”. La ruga è l’incrinarsi dell’essere, della vita, il trasfigurarsi nell’altro cielo, quello pacificato e rasserenato che è poi l’aspirazione frequente nel discorso poetico dell’autrice, ma a fronte ha sempre la consapevolezza della caducità, del dolore e della fatica del quotidiano. Nell’ INDISTINTO, testo pregevole, dichiara: “dunque è qui l’indistinto, / è fatto per accelerare i silenzi/ o naufragare nelle mani vuote/ nele malinconie di foce che non sbocca, di eco che non torna, eppure, veglia/ il sonno delle cose, si fa miracolo d’erba/residuo il rinverdirsi lieve a nettare di giorni.”C’è inquesta poetica l’aspirazione a un labile conforto, a un’apertura di luce, pur se il verdetto è: ”Siamo esuli da noi stessi/ con l’abito che mogstra il taglio banale/ senza cuciture né occhielli, /solo per coprire lo stretto necessario.” L’allegoria è particolarmente grandiosa e rivelativa, il nostro corpo è l’abito minimo, perché a stento copre l’anima che aspira all’altezza dello spirito partecipe del divino, e l’ascensione alla trasfigurazione celeste è difficile, precaria, contraddittoria, mai ampiamente conclusa, perché il mondo offre minimi episodi di chiarezza, pochi modelli di perfezione per il conforto del cuore. Per emblemi il discorso di Ninnj Di Stefano Busà giunge all’esemplarità dei concetti. Intorno c’è il turbinare delle apparenze, delle forme e delle vicende della natura, degl’innumerevoli episodi, esperienze umane, e di fronte ecco le sentenze, le verità, le aspirazioni e il dolore. VIVO NEL NON TEMPO è uno dei testi, a mio avviso, più significativi. Non è, (si badi bene) un giudizio e una considerazione sulla propria vicenda di vita e di pensiero, ma la suprema spiegazione più logica della condizione di tutti gli uomini, fra pena che trascina l’anima nella violenza confusa delle situazioni e il volo verso il cielo, cui l’anima semplicetta di cui parla Dante è orientata, ma è la tensione irresistibile, eppure sempre così difficile, faticosa, delusa, ferita. Si espongono i versi:” Vivo nel non tempo, /limbo di trasmutazione, /spirale d’anni a stringere indizi,/ mutazioni d’oro falso/ spese a imparare il respiro della spiga, o dello stelo/ incantati a gemme di silenzio./ Rispondo come posso a questa vita/…/ Sul corpo segni di ferite, /sul volto la cipria aurorale di giunchiglia,/ come Euridice mi volgo indietro,/ mentre mi sbarazzo delle ali.” La costruzione poetica di Ninnj Di Stefano Busà è costantemente dichiarativa, per poi svolgersi fino alla sequenza degli emblemi, delle metafore che tendono ad accogliere da un testo all’altro, e da una raccolta all’altra, gli aspetti e le forme dell’esperienza esistenziale, che si mantengono  sempre a livelli molto alti, (bontà della poesia quando è vera!) con toni sacrali, ma anche dolorosi fino a concludersi in una compresenza di immagini, di indizi che anelano alla profondità dell’anima. Il discorso non è mai dettato dalla vicenda personale del poeta, ma si esplicita come significato universale, per i tempi e i luoghi che sono del tempo stesso di contraddizione, di crisi, di assenza di valori, e quasi privi del tutto del sacro e del sublime. Cito per l’occasione altro testo esemplare: IL ROSSO DEL RUBINO, che inizia da un concetto generale, per piegare quasi subito dopo all’evocazione emblematica e naturalistica dell’inverno, come analogia con l’umano, e proprio con quella stagione che preannuncia il germoglio della rinascita (splendida l’immagine della stella alpina, fiore del gelo e delle Alpi), evoca la melograna come luce che avvampa la vita:”Il nostro andare è tutto in una relativa conquista,/ una piccola distesa verde che fa la differenza, tra il dare e l’avere./ Qualcuno vi respira l’aria rarefatta/ dell’inverno, il mistero di un brivido/ appena percepito che lascia prevedere/ il suo germoglio, la sua stella alpina/ al vertice del suo camminamento./ Lontano si accende il rosso del rubino/ perché il rischio del morire, /non coincida col dolore./La vita si arrota intorno alla pochezza/ del suo tragico specchio, tu lascia che si compia il cupio suo dissolvi/ e detti le linee di confine quell’attimo giocoso,/ il più propizio per non dimenticare”. Questa raccolta poetica è, allora, un supremo modello di varianti che si commisura con l’abbondantissima scrittura del pensiero e delle proposte, uno spartito denso di concetti e di immagini, di indagini e scavi intorno all’esistente e all’assente. La poesia di quest’autrice è un florilegio che si avvale di un ritmo particolarmente efficace, fascinoso, che dà esiti felicemente raggiunti, ma è anche una lezione di poesia per le molteplici varianti che adotta nell’endecasillabo, che a seconda dell’esigenza del discorso, a volte, si contrae o si prolunga, altre si armonizza e si allinea ad un’atmofera intensa, di grandissime aperture che fanno molto riflettere. Un componimento dedicato a Silvio offre una siglia meravigliosa e potente: “Ora vedi, ci sconfigge il nulla,/ un briciolo di pietà forse ci eternerà./ Poi l’alba ripeterà canti nuovi… (il verso riprende i canti nuovi della Bibbia?). E’ il segno che stabilisce in modo forte e deciso la verità della poesia indefettibile, straordinaria, forte e potente di questa scrittrice che, lo andiamo ripetendo da anni ormai, è giunta a segnali altissimi di lirismo.  (Giorgio Bàrberi Squarotti)

Autore: ninnj
• mercoledì, maggio 06th, 2009
  • Lettera-Prefazione

Gentile Signora, conoscevo già la Sua poesia per averla avuta in lettura dall’amico comune Attilio Bertolucci che già l’apprezzava da lunghi anni. Di primo acchito, mi aveva sorpreso il tratto sicuro e lo stile limpido e appassionato: una voce che ha nel suo sfondo il mistero della parola fuori dalla routine e qualche rovello nel cogliere i soprassalti di memoria nei ricorrenti motivi che ne esprimono forme intelligenti, smaliziata strategia di linguaggio. Sin dagli esordi, la Sua poesia mi pare rientri in un filone di modernismo moderato, senza arbitrarie oscillazioni nelle quali è facile smarrirsi. Rare volte, devo ammettere, capita di leggere poeti di una certa struttura, e la sua poetica     -se mi consente-  è poesia dal profondo. Vi è un’autentica vocazione che la determina, come un flusso magmatico che fuoriesce dalle viscere della terra e scopre la vena inesauribile del territorio, lo scava, lo trasforma in panorami in cui è riscontrabile la traccia del passaggio di lava incandescente. La coscienza, pur sofferente, non si esime dal cercare quei brandelli di luce, di verità cui anela, forse per redimerli dalla finitudine terrestre  o dalla condizione di naufragio, o che altro non so, Le abbia maturato in seno la malinconia dell’assenza, dell’innocenza violata o mutilata da un protocollo esistenziale di profondo disagio. Nel conoscerLa più da vicino, al Premio “Penisola Sorrentina” , in occasione del conferimento alla mia persona del  premio per l’edito Tutte le poesie (Mondadori), nel quale Lei era componente dell’autorevole giuria, mi sono trovato dinanzi un poeta-donna di rare capacità, non il monumento di poesia privo di matrici ideologiche o aspirazioni. Lei mi è parsa, da subito, una garanzia contro l’occasionale raffazzonamento, una chiara testimonianza di come si possa fare poesia con l’eredità privatissima di un patrimonio di interessi intatto, di intelligenza, di umanità e nel cui ordine di scrittura risaltano e splendono di luce propria le marcate unità di fondo, che sono nell’ordine: lo stile, la novità di un modernismo non aberrante, non raggelato o afflitto da spettrale figurativismo né minimalismo che ne denuncino il disabitato conflitto coi significati interiori più spirituali. La matrice mediterranea che integra un linguaggio quasi unico nel diorama odierno (in fatto di donne poetesse), mi pare non abbia gran bisogno di necessari avalli o testimonianze ulteriori. La sua poesia è scevra dall’assillo riformista ad ogni costo, dall’inerzia fuorviante senza capacità riflessive , dalla difficile impresa di dover rappresentare alcunché; credo che a nessun’altra allusività e necessità essa voglia mirare, se non a quella della Sua voce attenta a non spargere inchiostro di sregolatezza e stravaganza in episodi di scardinamento della poesia stessa. Attraverso la filigrana autobiografica, l’incidenza delle suggestioni è offerta con la dovuta moderazione, fuori da iperbole, incline alla metafora, senza mai debordare o uscire dal solco di una perfetta misura di fughe e di ritorni; si va quasi a saldare a quella linea immaginaria tra il reale e il sogno, tra l’unità dei temi vita-morte e il nichilismo, che sono in definitiva l’assillo e il referente mancati di tanta poesia al femminile. Lei si dibatte in un limpido assolo fra i drammi privati e quelli più universali che fanno il consuntivo di una sperimentazione in limine di ottimo livello. Vi sono nei Suoi versi varie sfaccettature, che a misura di forti assenze, ingenerano uno stupefacente stupore (me lo lasci dire). Ma quel che trovo interessante è come i grandissimi vuoti dell’anima non vengano intrinsicamente violati dalle condizioni germinali di disagio, che riescono ad incarnarsi con naturalezza a quella sorta di imprendibile felicità negata, e ad esse si richiamino: l’accento, il contrappunto, la matrice e il significato della Sua scrittura. E in questa direzione, suppongo, Lei stia trovando il più grande apprezzamento nel rapportarsi ad un pubblico più vasto, oltre che a una critica più esigente, ottenendone l’attenzione e l’ascolto che merita. Una stratificazione profonda fatta di malinconie,  maturata -a mio parere- al fuoco del distacco, come ebbe a sostenere Antonio Piromalli nell’interessante prefazione al Suo L’aire de Broca (1993), nel quale la nostalgia dei sensi che diventano sbiancati e in cui si era scesi in solem et pulverem la fa da padrona sul dramma inquietante delle occasioni mancate. Vi è in questa Sua <parola> modulata, permanente e anche lenitiva che si adegua ai mutamenti e alle attese che cadono, finché si giunge all’ assenza, a un’altra estraneazione, a un’altra lucidità ragionata, coinvolgenti e ben salde, come in questo Suo: “un’altra stagione germina/ il tempo, senza filigrane/”. Appaiono sfumature, ma si tratta di concetti più sottili per esprimere nelle ultime grandi liriche la perdita dei sogni e il “sorriso che sfuma”. Alcune poesie toccano vertici davvero alti, il senso sacro dei valori umani sembra tradursi in sofisticati meccanismi di relatività, dentro i quali la parola resta ammutolita o tronca e ove impianta le sue nullificanti ipotesi l’istanza oggettiva di quell’assenteismo, assediante che si manifesta in immagini diffrante, in nostalgia dell’incompiuto, nell’inadeguatezza che incombono in figure trasparenti, quasi evanescenti, o sul punto di scomparire, tranne in seguito, scoprirsi esiliate e defraudate da lacerazioni, da escoriazioni che sono sempre pronte a ferire. il Suo maestro è Montale (se mi consente di fare un paragone di affinità elettiva), la Sua stagione aulente è la fanciullezza, il Suo momento fecondo ristà nella convinzione necessaria del distacco dalle cose materiali, un’atarassia che consente una memoria malinconica di fondo, con le sue crepe, i suoi malesseri, le cadute inevitabili in cui la dialettica si fa serrata e il limite estremo è valicabile nell’ottica di un coinvolgimento pensoso, pur se l’occasione può apparire un trobar clus  ostinato per tutto ciò che in modo persistente condanna al buio isolamento, in questo deserto di oscurità che è il mondo. Un male di vivere di montaliana memoria che però trova il suo estuario nel deflusso di una parola amata, cercata e sofferta fin nelle più intime pieghe, attraverso una fede che l’assolva:”oggi è tanto se il giorno smaglia rughe./ E’ qui che a fiotti ti rapina la morte,/ qui è il tempo del piombo e della rosa.” (Il senso è altro). Mi pare che vi sia infine in questa Sua ultima raccolta di versi, la padronanza di un verso fatto a misura di crudezza -nudità non esibita fino in fondo, ma che fa la differenza, per quel grado superiore di trovare un esito di minor turbamento nel clima dell’irregolarità poetica di oggi, fatta di < ipernovità> che stravolgono certi ismi. Un certo equilibrio si nota nella Sua poesia ed è quel ritorno alle regole, al linguaggio convenzionale, naturalmente rinnovato e reso nella sua fluttualità etimologico-innovativa del post-moderno, che ridiventa necessità di proporzioni, di bilanciamento, di forza; parola che traduce la progettualità armonica, senza rimanere vittima dell’eccessiva sintomatologia un po’ maldestra di certa avanguardia. Scorrendo i Suoi versi si ha l’impressione di trovarsi in un clima diverso, quasi di sospensione fra la ragione dello strazio e il suo superamento.  Una tensione che oppone la necessaria resistenza al male del mondo, e che Lei rende con estremo controllo, scalpellando qua e là gli accenti più traumatici della Sua vicenda privata, e in ciò ravvedo il dominio artistico e il sapore dolceamaro dell’esistente nella dimensione pragmatica del quotidiano. Proprio sul terreno sintattico che in quello d’ordine tecnico-espressivo, la Sua poetica risulta autonoma, sebbene inerisca, pur con le dovute incidenze, ad aspetti e suggestioni della poesia meridionale del Novecento. In queste geometrie di pensiero emergono i temi di fondo di gran parte del malessere contemporaneo, in una sorta di saggezza occhiuta e ironica che guarda dal palcoscenico della vita, la stessa fuggire, dileguarsi, a cominciare dalla poesia alta, che passa da Quasimodo, Cardarelli, Gatto etc. Si tratta quasi sempre di indagini e letture rigorose (ri)visitate da una coinvolgenza che da innocente diventa oculata, smaliziata, in una dimensione di error aequivocus ineluttabile, o del declino di un immaginario che in cambio presti la parola al suo sgnificato più autentico. Lei ha saputo inserirsi in un progetto di sperimentazioni multiple senza perdere di vista la regolarità cantabile che Le è congeniale; l’orchestrazione armonica del dettato le è necessaria a riconvertire il fattore primario del Suo estro creativo in segno unitario della ragione pensante, senza nulla togliere al criterio discernitivo dell’interno scavo psicologico. Pur nella frattura più o meno palpabile della dissipazione o del dolore, il Suo pudore è fatto salvo dalla libertà del cuore, che pervade il silenzio e ne fa vibrare i pensieri, le emozioni. Quell’ assenza di cui è permeata la Sua pagina non è disertificazione o estinzione , interloquisce nell’ordine degli eventi a una rara e impalpabile  relatività di rango che è la poesia. Ne consegue una personalità evidente, una consumata estraneità alla condivisione di stilemi arbitrari di certa letteratura dell’ultima ora, che danno al suo linguaggio lirico la bellezza e l’eleganza del processo da Lei già avviato, che è l’avvenire irrinunciabile della palingenesi della vita. (Giovanni Raboni)

Autore: ninnj
• mercoledì, maggio 06th, 2009

di (Ninnj Di Stefano Busà)

In ogni opera umana, in ogni stralcio o frammento o abbozzo artistico ci preme prima di ogni altra cosa determinare due categorie importantissime dal punto di vista esegetico, esse sono nell’ordine il criterio e la forma. I due atteggiamenti con i quali tutti noi diamo l’approccio a qualsiasi tipo di valutazione artistica è la base di ogni nostro sentire in fatto di ottimizzazione del genere letterario, linguistico, pittorico, musicale. Ogni fattore di esperienza artistico-culturale porta direttamente a valutare le caratteristiche di questi due fondamenti principali dai quali poi si estrinsecano altri elementi valutativi che sono sempre in relazione alla competenza e alla reale progettazione e preparazione artistica di ognuno: Prendiamo ad es. l’arte della parola che è la nostra più intensa e avvertita competenza: vi può essere in tal senso più o meno travisamento, più o meno intendimento, ma il tutto viene finalizzato ad ottenere esiti felici dall’espressione verbale, che s’intensifica con l’intensificarsi del linguismo, ma che necessita di una preparazione adeguata, di un entroterra culturale che abbia avuto esperienze di lettura, di conoscenza intellettuale. Vi accennavo al Criterio e alla Forma perché entrambe queste categorie sono il presupposto di chi intende esaminare un soggetto artistico che ha dalla sua l’esperimento di una profonda competenza nel merito, e di una concettualità vasta che ne sappia interpretare la forma estetica come primaria alla riuscita dell’opera stessa. Ogni esperienza in campo intellettuale o artistico necessita di un’adeguata e approfondita disamina del fattore creativo: se ne determini l’intrinseco valore del manufatto (in pittura, scultura, disegno) o istanza intellettiva in campo lirico, narrativo, saggistico, critico, filosofico, etc.  La verosimiglianza in arte è determinata dal concetto primordiale del Bello in assoluto, ma in epoca moderna il Bello in assoluto si è andato mano a mano trasformando, cedendo il posto al Bello Relativo. Siamo pervenuti ad un sovvertimento di valori, ad un fraintendimento di gusti, di criteri valutativi che non hanno più la componente morale neppure in Arte. Oggi la società dei “valori commercializzabili” è andata affermando un genere diverso di approccio in Arte, contaminato per lo più dall’utile, dal guadagno, dall’economia e dalla commercializzazione del Bene ai fini di una propaganda e di una finanza interscambiabile, subordinata ai diversi gradi dell’interesse più spicciolo e immediato, che sia direttamente dipendente dall’oggetto d’arte. La verità sta a monte della speculazione più abietta. Niente avviene più per meritocrazia e neppure l’Arte che dovrebbe essere superiore a qualsiasi discriminazione di carattere pecuniario ne esce indenne. Il Criterio di valutazione e la Forma con i quali si viene affermando il concetto di Bellezza sono all’antitesi di quello che veniva annunciato ed enucleato come essenziale modello di finalità in Arte, nei secoli passati.

Autore: ninnj
• martedì, maggio 05th, 2009

Prefazione

Accogliere un nuovo libro come un evento dal quale ricomincia il mondo di un poeta è possibile in un libro come questo, così colmo, intimamente organico, e così se stesso pur nel lungo e celebrato cammino di Ninnj Di Stefano Busà. Giova, comunque, prendere atto di qualche lampo interpretativo degli eminenti maestri che si sono espressi su opere precedenti.(Piromalli, Manacorda, Bàrberi Squarotti, Bertolucci, Forti, D’Episcopo, Guerrieri, Sansone, Tomizza, Ruffilli, Maffìa, e non pochi altri), e poi andare avanti. Non dimenticare, soprattutto, la densa e scavata Lettera-Prefazione attagliata al volume l’Arto-fantasma (2005) della stessa poetessa. Il prefatore è uno dei personaggi più apprezzati del secondo Novecento letterario, Giovanni Raboni, poeta militante, capace egli stesso come pochi di capire altri poeti e di parlarne con avveduta penetrazione e competenza. Certe sue espressioni e formulazioni sulla poesia di Ninnj Di Stefano Busà restano decisive. Per es: “una voce che ha nel suo sfondo il mistero della parola fuori della routine; oppure: “la novità di un modernismo non aberrante, non raggelato da spettrale figurativismo né minimalismo che ne denuncini il disabitato conflitto coi significati interiori più spirituali”. O ancora: un limpido assolo fra i drammi privati e quelli più universali che fanno il consuntivo di una sperimentazione in limine, di ottimo livello”. Infine: “l’impressione di trovarsi in un clima diverso, quasi di sospensione fra la ragione dello strazio e il suo superamento”. Ricordiamo anche la nota con cui l’autrice spiega il titolo, davvero singolare per un libro di poesia, come L’arto-fantasma: “in campo scientifico-medico quella particolare condizione nella quale, nonostante l’assenza fisica, sembra permanere nell’individuo, al di là dell’atti amputativo, la sensazione di reperibilità immanente, di persistente disagio o turbamento, che indichi l’indivisibilità, quale scaturigine di una sua irrinunziabile adesione all’atto unico e irripetibile dell’esistente”. Spiegazione minuziosa, questa, di una ruvida immagine, e quasi allegoria della condizione d’assenza, di un’assenza quasi mutilazione dolente, che è anche al fondo, nostalgia di totalità, aspirazione all’unicità del tutto. Secondo l’autrice, proprio questa è “la condizione della poesia e della parola nell’attuale società tronca, violentemente amputata o che appare tale, assente, eppure ancora vitale nelle rappresentazioni e nelle sensazioni che riesce ad evocare”. Interessante anche l’annotazione, certo come scelta della poetessa, alla coinvolgente riproduzione in copertina di una terracotta di Laura Rossi Ravaioli dal titolo emblematico Decostruita: “indica la bidimensionalità dell’anima divisa e moltiplicata dall’assenza”. E’ stato rilevato a lungo il tragitto della poetessa nel libro precedente, perché Musa generatrice anche di Quella Luce che tocca il mondo risulta la costante assenza in Ninnj Di Stefano, però, “non è disertificazione o estinzione, precisa Raboni. Nostalgia, semmai, dell’Essere perduto, degli Dei fuggiti o nascosti, delle stagioni consumate, che diventa appello alla necessità della parola, o pausa musicale, o respiro di leggerezza e quiete ritmica. Ha forse qualche affinità col vuoto interiore che il guru meditante consegue perché necessario all’auspicata irruzione del divino. Il proposito è ora incontrare senza ipotesi pregiudiziali il nuovo libro nella sua unicità e singolarità, come se si affrontasse un’opera figurativa adespota da attribuire. è un suggerimento di Gianfranco Fortini al quale volentieri mi attengo di fronte a un nuovo testo ancora inedito o fresco di stampa. Stavolta, tuttavia, era necessaria un’eccezione per il grande motivo dell’assenza, radicata nella poetica stessa dell’autrice e nella sua concezione del mondo: averne già nozione e disporre come di un privilegiato frammento di “avantesto”. Che però -ecco- ci introduce già nel nuovo. Che poetica costellazione d’immagini vi ha generato e profuso la nozione-chiave di assenza! Assaporiamone alcune: “vuoto lasciato dalle cose”; “echi senza voce”; “le cose dileguate/ o assenti”: scalmi alla deriva, senza approdi; “la salvezza che non cogli”; “i giorni senza incensi, senza méte; “lande disabitate, indizi cancellati”; “un diario senza pagine”; “giorni che non tornano”; “guizza dall’anima il lamento/per le cose assenti”; “un dire senza attese” etc. Di notevole interesse l’implicito protendersi dall’assenza verso “l’altrove”: una sorta di etimologico exsistere: Forse per tentare voli verso un ipotetico Oltre, “la terra ci fa germoglio d’ali”? L’impari, è perciò tanto più intrepida, sfida della parola e della scrittura al vuoto è comunque un suggello impresso al libro. Eccolo:”le parole sfilano/ e non sanno che sistemarle per poco, /seppure sulla carta, serve a dar loro ancora/un po’ di senso una voce un corpo/ che leghi e perduri oltre l’assenza”. Libro compatto, omogeneo è dunque Quella luce che tocca il mondo. Da recepire e godere come unità. Unità poematica? “Poema lirico-filosofico”, si potrebbe dire con un pò d’enfasi, soltanto se mirasse a divulgare una dottrina e se del poema avesse la struttura, con palesi svolgimenti diacronici. Il suo, invece, è un tempo quasi ciclico, un perdurare di virtuali ritorni ab origine. Assomiglia a ricorsi di stagione: analogia o affinità ad essi in sintonia con la grande natura universale, – niente è uguale ma tutto è simile nelle stagioni dell’esistente/assente. Si articola in riprese, approfondimenti, pur nel costante clima diffuso. “variazioni” si potrebbe dire con allusione musicale (richiami a situazioni musicali sono qui pertinenti e illuminanti). Non su tema unico, come in musica, bensì su un coerente plesso tematico, che ne rappresenta la sua stessa struttura, e la scansione di una fondante concezione del mondo, che corrisponde, mutatis mutandis, a quello che è la tonalità per una composizione musicale. La concezione del mondo non è compendiata né compendiabile in formulazioni (giacché si pone anzitutto come effuso sentimento del mondo). Non proclamata né sbandierata, si accende, e più spesso traspare in controluce, qua e là. Il segno cristiano, accennato appena nella prima poesia del libro (”tu non sai perché questo giorno/ è inchiodato al legno della croce”), compare esplicitamente in Sarà pane, in una generosa visione escatologica: “Gli angeli laveranno il peccato della croce, / il pianto sarà acqua benedetta,/ di Cristo avrà voce la salvezza”. Il sintagma “il cielo sopra di noi/ è un dono che non finge”. L’”esserci” è certa allusione al Dasein di Heidegger: “dunque è qui l’indistinto, il minimale, l’esser(ci)”. I vocaboli :”cose” e il “mondo”ci immettono in aura fenomenologica. Singolare, infine, la ricorrenza del termine “implosione”  una sola volta usato il termine “esplosione”/ delle spighe” che richiamano l’estroso monologo di un Amleto dell’era spaziale nelle Cosmicomiche di Italo Calvino. “Esplodere o implodere – disse Qfwfq- questo è il problema: se sia più nobile intento espandere nello spazio la propria energia senza freno, o stritolarla in una densa concentrazione interiore e conservarla ingoiandola. Trattenere dentro di sé ogni bagliore, ogni raggio, ogni sfogo che è come dire soffocare nel profondo dell’anima i conflitti che vi si agitano scompostamente, dar loro pace, occultarsi, cancellarsi: forse risvegliarsi altrove, diverso”. Anche il termine “arsura” (non l’arsura in giro” topica di Ossi di seppia), in quest’autrice è connotazione esistenziale suggerita in diversi modi: nel primo caso tendente a crudezza assetata (”arsure di sensi, volti e nomi”), nel secondo a tensione emotiva, vibrazione:” la parola chiusa nel suo brivido”, o “inesplorati brividi”. Pensiero poetante, dunque? Poesia pensante? Preferibile parlare di concezione del mondo, non sistematica e tuttavia coerente; incarnata, come è proprio del dire poetico, in immagini, in ricorrenze tematiche armonicamente variate e in una felicità ritmica e metrica senza sbavature, commisurata al respiro del contemplare, del meditare e del rammemorare. Raboni suppone, almeno per quanto concerne il libro da lui prefato.:”aspetti e suggestioni della poesia meridionale del Novecento”. Nel libro che qui ci si offre, una sola volta è ricordata la Sicilia natìa: “la mia terra di zagare e uragani”: “Tratturi” ci trasportano al pastorale Sud abruzzese pugliese molisano:”respiro lento di fiumi a segnare tratturi etc. “Chitarre” potrebbero evocare  -ma è soltanto una supposizione-  l’area della “matrice mediterranea”di cui ha parlato Raboni: “Vegliano chitarre nelle aie estive”, in Paese senza tempo (poesia d’alta pregnanza!) che ritorna in “Quella forza”: Una memoria, un fuoco hanno i giorni appesi/ alle chitarre d’infanzia” che per il contesto melodico e ritmico, con quegli adagi e larghi, magistrali enjembements, ci fa immaginare un orecchio che abbia assimilato la vitale lezione metrica del Quasimodo postbellico, in cui più di un poeta del Sud ha riconosciuto una misura congeniale. A volte offrono spunti propizi avvii come: “Ogni giorno è votato al suo silenzio”, oppure “Silenziosamente tutto splende e ancora” “D’altro naufragio è l’età che non torna” di vago sapore ungarettiano. Tra i maestri capitali di Ninnj Di Stefano Busà, con l’eco del quasi proverbiale anello che non tiene, presente nel verso:”e il rammendo non tiene. Tutto è stato”, e anche altrove. Non manca il “varco”, forse non immemore di quello esemplare della Casa dei doganieri. “Questo varco, la sua ipotesi/ ti porti dentro/ il mondo è racchiuso in sé, senza varchi provvisori”. Parecchie poi e non necessariamente montaliane le altre ipotesi di Ninnj, le condizioni temporali, le occasioni: “Le occasioni poi scorrono in un fluire/ d’acqua e neve…” Infine il Tempo, altro elemento portante dell’universo e non solo immaginario e semantico di questo libro. La parola tempo vi compare a più riprese, come anche il silenzio, ma per lo più al pluraleLeopardi, con i suoi sovrumani silenzi ha suggerito un orizzonte di spazialità. Ecco due significativi endecasillabi: ” L’eco è breve, gia chiama dai silenzi” e “albe chiare ritornano ai silenzi” e poi c’è il  -vento -”che muta le sembianze” “odissea di vento”. La spiegazione meramente statistica delle concordanze, già in sé stimolante, è in sé un altro avvio, una prima chiave. Uno dei piaceri del testo, che è quello di esplorarne percorsi e sensi per goderne la poliedrica compiutezza, si accresce nel riconoscere le metamorfosi semantiche dei segni, il loro combinarsi, intrecciarsi e corrispondersi per dar vita alla sinfonia del tutto. Un tutto, in questo caso, segnato fortemente dalla luce, forse proteso verso la luce. Di Fronte ai segni all’ombra: ” E’ troppa l’ombra che ti passa / addosso e ti nega il profilo del sole” ecco la luce che già signoreggia dalla posizione potente del titolo del libro. Evidentemente non si tratta soltanto di una parola-nucleo, ed è più che un tema tra altri temi. La tradizione biblica, e soprattutto neoplatonica e mistica, è così impastata nella cultura europea, nell’anima europea, nel nostro immaginario, che non è facile dissociare la luce dal senso del divino e dell’assoluto. Dal I secolo in poi si forma la metafisica della luce, in cui avrà notevole parte Dionigi Aeropagita, poi il francescano di Oxford Roberto Grossatesta col suo De luce (”la prima forma corporea è secondo me la luce”) contemporaneo del luminismo trionfale del Paradiso dantesco. Poi, l’elemento poetico della luce nella pittura europea, soprattutto da Caravaggio in poi, e ancora ad es. “il lungo viaggio verso la luce” di poeti come Mario Luzi, più che mai poeta della luce da Per il battesimo dei nostri frammenti al Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini. In questo libro il segno luminoso ha valenza per lo più positiva: “evoca spore in attesa di luce”, “a tentar luce mai vissuta”, “generiamo luce d’amore , “L’emergenza di luce, “epifanie di luce”etc. E quando è negata è forse anche nostalgia e sgomento per una pienezza ontologica minacciata o perduta, e perciò implicitamente riaffermata.Per concludere la prefazione luminosamente si può ricorrere a questo verso (ancora un endecasillabo!), che sembra renderci partecipi alla tensione spirituale del libro: “ognuno porta l’onda di una luce”, il più alto livello che si possa raggiungere in poesia. (Emerico Giachery)

Autore: ninnj
• lunedì, maggio 04th, 2009

Dove la terra chiama, il vento si dissolve

Alle sorgenti torno

del tempo e del silenzio,

 appena dietro l’erba

e sotto il sasso riscopro

più allusiva la magìa del sogno.

Noi che aspettammo l’alba

per dipingere ai prati il grido dell’infanzia,

dai naufragi salvammo il seme d’innocenza.

Ora è lontano il fuoco di stupore,

niente più eguaglia il respiro della zolla.

Così sapremo di altre notti spalancate

a brezze incandescenti, a stelid’erba

dove grida il tumulto d’esistenza,

e vi opporremo il canto dei ruscelli,

oltre la soglia del dolore,

per cercare la spiga del perdono

che ne ricolmi il grido.

Autore: ninnj
• lunedì, maggio 04th, 2009

Prefazione

Il suo lavoro lirico mi ha interessato, incuriosito e affascinato, e avuto non pochi miei apprezzamenti per la sua compattezza, la linearità verbale, la liricità continua e continuamente minacciata di riassorbimento, da un Suo bisogno ulteriore, che non potendo essere metafisico si dibatte a incidere nel reale, che è tanto Suo quanto estraneante, fino a mischiare la calce e la pietra di un esito sublimante, tranne poi rivisitarlo con relativo e ulteriore vuoto quotidiano. Pertanto, fin dal suo primo testo poetico, sono stato colpito da una continua specularità di luce e di ombra che vi si mischia, di letterarietà di immagini e di parole che vi s’innervano e si fondono, fino a convogliare “l’oro” dei Suoi mattini poetici, in un finale “corpo morto” che palpita conclusivamente, per poi annichilirsi in un dolore latente che è del mondo, inteso in senso universale. I Suoi testi alternano le più felici aperture “fra un rastremare d’anima infinito” e “il gorgo che rincorre la sua foce” con quel senso velato di malinconia del quale Lei tende a definire le soste di un viaggio ancora da compiere. Un viaggio poetico, naturalmente, che pur ritmato da una parabola di movimenti e da una musicalità sorprendentemente percepibile, che passa dal novenario endecasillabico che assume spesso il passo di un doppio settenario nitidamente cromatico, per poi sfumare in un’asprezza di valichi, aperti a tutti i venti, spesso ardui da superare. Un’alternanza di toni sempre alti, più che definibili nel verso squillante e metaforico che imprevedibilmente si macera nel disagio esistenziale, per raggiungere talvolta esiti felicissimi in bagliori di luce che si schiudono a vertici incredibili di vera, alta poesia:” E più vanisce il cielo in cima ai desideri, / più s’abbrunano i sogni suo roveti./La levità dell’ora concede alla notte/ solo i suoi frammenti.” (La levità dell’ora). Desidero confermarLe che la Sua poesia autonoma, nuova, (di una novità non solo formale, ma intrinseca nei contenuti), personale, quanto sottile e limpida, vive e si alimenta di un suo pensiero lirico-metaforico fra i più felici e apprezzabili, poiché balugina e risplende di luce propria, senza peraltro voler regredire in veri e propri simbolo o esempi primonovecenteschi. Così non sorprende in Lei il ricorso alla grande centralità montaliana, che Le permette in piena autonomia, di sviluppare la necessaria lucidità di pensiero e di parola, la relativa asciuttezza di flash paesistici o figurali, o il murmure ulteriormente poematico di componimenti di memoria o speculari, resistenti fin nel loro continuo serpeggiamento animistico:”Quando l’attino franfe l’oscurità/ il vento ha eco di preghiera in ogni plaga/ di memoria abbandonata.” (Era vento di nuovole e di tigli). Si può, a mio parere , ben evidenziare l’affinità elettiva col nostro grande Montale, ma riassorbita e resa fluida docilmente da un miele materno che nutre le radici mediterranee, muovendosi fino a conoscere .”l’orma dell’oblìo” e scomparire in fondo a sé, senza lasciare tracce:”Vedo la vita fuggire in orizzonti di ragioni assenti” (Una zolla di terra fra gli ulivi).Un mondo poetico, dunque, molto ben strutturato, che ben conscio letterariamente della lucidità linguistica e metrica che ne ingloba l’impegno e la volontà, non manca poi di registrare la spirale interiore di un esito che ne coinvolge l’anima, fino a un proprio annullamento, o fino a cogliere un gioco ossimorico affacciato a un proprio insuperabile e statuario muro. Vedere in proposito il fascinoso movimento in tante variazioni nelle poesie centrali della raccolta, forse le più culminanti e intense del libro. L’assenza continua a essere il tema che ha attraversato gran parte del libro con la sua antitesi creativa di fondo, con i suoi intrecciati motivi di lirismo e realtà narrati ad un tempo, di corpo e anima, dell’io che parla e del continuo dialogato lirico che rifluisce dal narrato. Non sorprende allora che la molteplicità delle metafore, la fruibilità degli esiti, s’intersechino fino al limite della favola e della visionarietà, quando non sull’orlo emblemastico e montaliano del flash, o di una memoria poematica dell’infanzia, che anch’essa attraversa tutta l’opera, finché non venga infine superata dalle poesie conclusive, in cui senza più emblemi e misteri il sogno s’incarna e si acquieta. Cosi la poesia si troverà a significare solo se stessa, o la voce narrante di Ninnj Stefano Busà che crea le ragioni del suo urgente affondo, mentre incide la consapevolezza di un no limit, ovvero il superamento della condizione d naufragio. Forse solo ora fissando e rievocando l’enigma metafisico dell’esistente percettivo o no, della sua vera essenza lirica, Lei s’interroga sulla materia cantabile, sull’unicità del concetto di essere anima/corpo di un tutto drammaticamente nudo che si trasfigura per sconfiggere la frammentazione, la divisione, il relativismo, l’assenza. Un esisto cui solo l’inafferrabile emblematicità degli ormai lontani Mallarmè o Valery, e da noi più prossima la lezione di un Montale, opportunamente indicata da Raboni nella prefazione alla precedente raccolta, ha potuto offrirle un quadro più generale, un fondo di scena verso cui proiettare la Sua pur bene individuata e sentita ricerca, fino a rifonderla in un esito completamente (ri)strutturato, e risolto liricamente. Mi corre obbligo, infine, evidenziare che mi ha molto interessato la Sua straordinaria autonomia frammista alla Sua grande originalità, nonché l’identificazione Sua propria e la distanza dai corpi poetici altrui. Lei, come ha affermato Raboni, è notoriamente se stessa, unica e irripetibile. Mi auguro di poterLa incontrare e di conversare con Lei di quanto così straordinariamente ànima la Sua poesia e me la fa leggere e rileggere con sempre rinnovato interesse e ammirazione.  (Marco Forti)

Autore: ninnj
• lunedì, maggio 04th, 2009

Prefazione di (Ninnj Di Stefano Busà)

Un libro che caratterizza uno stile particolarmente magistrale, una cadenza e un’orchestrazione liriche fortemente improntate alla fascinazione della parola. Un connubio felicissimo con esiti straordinari di grande effetto, questa nuova silloge di Giovanni Caso, dalla quale si evince, in ogni suo dettaglio, la forza prorompente eimmaginifica di un far poesia alta, qualificata, che esalta la dovizia della scrittura, proiettandola in un afflato sofferto di metafore, di allusive forme che traducono appieno le capacità liriche dell’autore. La suddivisione del libro in cinque parti, secondo un’andatura musicale in crescendo, come è rilevabile dalle epigrafi in apertura d’ogni singolo segmento raggiungono esiti più pacati e sereni verso la fine, dove sembra quasi che lo spitrito si acquieti dopo un cammino dolorante, faticoso. Giovanni Caso è uno di quei rari ersempi di melica poetica che non stanca, striata appena da un senso minimalistico di amaro ancestrale. Una personalità che sa interpretare l’allusivo percorso e sa bene accordare le dicotomìe di un progetto concettuale vasto, mai avulso, però, da una capacità dindagine e di governo della parola profonda di pensiero, che sa volare fino al raggiungimento di una verticale fra le più alte. Un lirismo, quello di Caso, che sa ben individuare la nostalgia della bellezza valoriale dell’anima, quando è colma di sentimenti e di suggestioni con un notevole travaglio timbrico e lessicale. La sua istanza lirica si allinea a un processo sillogico dei più risolti, felicemente approdata ad una ricchezza verbale fra le più fortunate, che sanno gestire il verso senza farlo debordare di una sola sillaba. Niente è  superfluo in questo libro, dotato di una capacità semantica sorprendente e una metafora fra le più individuate e le più valide. Vi è la nostalgia di un progetto utopico che sa la funzione liberatoria e catartica della parola, fatta luce e mistero di un’avventura che si mostra senza scarti, senza sbavature, in un cammino interiore marcatamente sfrondato di residue scorie, dove le rivisitazioni appaiono coinvolgenti, e la voce dell’anima detta le parole adatte all’esperienza fatta sulla carne viva. Vi sono i ricordi, le memorie: “Qui sarò/ a respirare il cielo del frumento/ e indosserò mantiglie di papaveri / e mi farò pannocchia di granoturco/ e stelo di libellula” (Nel salice abbattuto): e vi è dolore per i primi abbandondoni:” Mi grida già un silenzio dal silenzio:/ I primi amici adesso se ne vanno/ ad una terra d’erbe e d’agrifoglio/ dove più dolce è il vento della sera” ( I primi amici adesso se ne vanno); vi è un anelito all’infinito:” Voglio un segno/d’amore in ogni gesto,/ in ogni viso/ la voce del perdono che s’innalza/ come un sussuro ad incontrare Iddio” (Questo voglio). E poi vi sono i simboli dell’infanzia e dell’avventurosa giovinezza, che il poeta proietta sule cose circostanti, sulle liturgie intime di una religiosità quasi panica, fatta d’introspezioni e di florilegi interiori, dentro una sacralità di sentimenti che vivificano le suggestive immagini memoriali. Un poemetto che si potrebbe immaginare eseguito e giocato tutto su un lirismo ermetico, che tocca vertici alti di universalità. Parole che paiono costellazioni di un cielo alto, interpellato sulla carne viva, sul sangue degli avi, in sintonia coi frutti, con la terra, coi fiumi, i fenomeni atmosferici. Tutto in questa raccolta lascia intendere  una sensibilità ricca, una gioia intima nell’osservare che, in fondo, l’offerta di sè è prepotentemente protesa a esprimere in canti, in preghiera quel che nasce dal cuore, e in esso resta a chiudere il canto del sublime, la poesia vera della vita che rifiorisce ogni giorno dalla compiutezza di un disegno universale, fatto a immagine di Dio. Un pronunciarsi umile, rimettendosi sempre alla fede o alla verità è religio naturae dentro la sua architettura compositiva che ravviva gli spettacoli della terra: tutto è slancio, capacità attitudinale del segno lirico, che risulta imparentato con una suggestione e una tessitura narranti di grande rigore e di forte coinvolgimento emozionale. Giovanni Caso è uno di quei pochi esempi di lirismo che una maturità linguistica rende accattivante e meritevole d’attenzione da parte della critica che conta.Si evincono splendide immagini che esaltano la funzione metaforica del modulo sintattico, dotandolo di una fervida immaginazione e di un classicismo (ri)visitato e corretto alla luce della grande lezione del primo Novecento e oltre, una riappropriazione di archetipi e di canti dove la profondità del sentimento vigila il dolore e lo sfronda, lo racchiude con distacco dentro la tradizione simbolica e simbolistica che sottende acute stratificazioni dell’intelletto poetico.

Autore: ninnj
• sabato, maggio 02nd, 2009

Alla madre

Era l’erba ad intrecciare le tue mani nude

ai campi delle attese,

a puntellare giorni alla tua ombra,

briciole di vento alla tua casa.

Lievito di pane impastato alla malinconia, madre.

S’è dissolto ora quel vento che esasperava

il profumo ai miei pensieri,

giocava ad evocare le memorie.

L’attesa consumava lumini

ai groppi della carne.

Lo scialle lasciato sulla panca

insieme al lume sempre acceso

pè nostri morti.

Un bene, il tuo, che a labbra di perdono

offriva sillabe e corolle,

braccia stanche, grani di preghiera.

E’ sempre più silenzio ora alla tua riva,

pure se il cielo è a un passo,

e la ferita mai rimarginata.