La poesia di Ninnj Di Stefano Busà si è fatta sempre più alta, sollevandosi dalla liricità al sublime della solenne sentenza, dalla ricerca del significato dell’esistenza alla riflessione più profonda e lucida, distaccata e sofferta delle vicende e delle esperienze attraversate, che talvolta sono riprese, (ri)narrate, (ri)esposte per spiegarne appieno il valore e la perdita, le sconfitte e le tensioni, l’esemplarità e l’inquietudine. Il titolo di questa pregevole raccolta è subito indicativo: QUELLA LUCE CHE TOCCA IL MONDO. La luce è quella della parola poetica: senza di essa tutto sarebbe confusione, incomprensibile caos, impossibilità a trovare valore e verità negli accadimenti così contorti, ambigui, contraddittori per il tempo umano che attraversiamo. La parola, allora, è sempre faticosa, dolorosa, ardua da tirar fuori dal magma della vita per portarla appunto alla luce del mondo, e il testo che apre il libro si conclude proprio in quella che è una dichiarazione di poetica e una confessione di accettazione di pene, tenerezze, grazie e affanni, lacerazioni e suggestioni: “Poeta, grido di sciacallo, pelle d’angelo,/ fiore pesto, t’inventasti la vita/ dall’impasto verbale, fosti tu l’infinito/ della grazia di Dio che tocca il mondo.” Ecco, il programma poetico dell’autrice è di una totalità estrema: tutto ciò che al mondo può essere sperimentato con l’anima e con i sensi, perché la parola è dunque l’infinito strumento che può rivelarlo, raccontarlo, spiegarlo, al tempo stesso alacremente variandone le visioni, le esperienze, le capacità, gli stati d’animo del poeta, di mostrarne l’antica sua eco e la nuova scoperta. La costruzione dei testi si avvale di costanti analogie, per giungere a manifestarsi poi con ricchissime varianti, affermazioni, metafore, visioni, sentenze, similitudine, allegorie, usi e interpretazioni della parola che non mancano mai di stupire. Il punto di partenza è la constatazione di una forma o di un aspetto, di un’emozione, di una suggestione che la natura, la stagione o quant’altro trasmettono al suo repertorio. Un luogo anche minimo che la vita ci propone, e da lì, a poco a poco il discorso si sviluppa, quanto è stato visto o sentito si rivela come un messaggio, un emblema, perché il mondo non è quello che appare realistico e naturale, quando lo affronta il poeta lo sente ingannevole e denso di incognite, caotico, contraddittorio, e non è mai ingenua e sentimentale la poetica che origina da una sensibilità extra, quasi in interiore, scavando nelle ambiguità dell’essere la sostanza fruibile della sua bellezza e del suo canto. La poesia, quando c’è va al di là degli oggetti e delle apparenze visibili, è costituita da Exsempla che sollecitano immediatamente ad essere identificati. La natura si rivela, allora, come una sequenza affollata di segni, di tracce e Ninnj Di Stefano Busà li scopre pressocché sempre quali rivelazioni di malessere, di disagio, pur con le dovute aperture d’ali, pur col minimo segno di luce o di tenebra. Il raffronto fra le presenze naturali delle scoperte è il riconoscimento della condizione umana di pena, il male di vivere montaliano. Penso a Il PUNTO CIECO: “il vento soffia forte sopra il mare./ ha suoni sbriciolati di conchiglia/ grida il suo dolore in vene d’acqua, /una solitudine che strazia i suoi fondali.”Vento e mare sono i dati di un giorno di vita, che sembrano descrizioni, considerazioni metereologiche; invece, per la potenza e la forza del pensiero e della parola, si rivelano subito come visioni metaforiche di trafitture, di disagio, di pena, che l’anima coglie in piena consapevolezza del suo status, e ne esce profondamente turbata dalla sua condizione di analogia col mare. La metafora della conchiglia, la sua forma perfetta e mirabile non sono la realtà in sè conclusa, ma emblemi dell’eterno dolore del mondo. Continua la rappresentazione: “Così s’impara la lezione di vivere,/ il punto circoscritto in cui tutto si tramuta,/ tutto diventa leggerezza di sguardo / perso al mondo”. Svanire è la ventura delle venture, ma è quello che all’uomo non è concesso, ottenerne una spiegazione forse è quello che fa la differenza, perché: “ il tutto è circoscritto da anonimi gravami,/ a tentar luce dalla trasmigrazione/a ritardare almeno un po’ la ruga”. La ruga è l’incrinarsi dell’essere, della vita, il trasfigurarsi nell’altro cielo, quello pacificato e rasserenato che è poi l’aspirazione frequente nel discorso poetico dell’autrice, ma a fronte ha sempre la consapevolezza della caducità, del dolore e della fatica del quotidiano. Nell’ INDISTINTO, testo pregevole, dichiara: “dunque è qui l’indistinto, / è fatto per accelerare i silenzi/ o naufragare nelle mani vuote/ nele malinconie di foce che non sbocca, di eco che non torna, eppure, veglia/ il sonno delle cose, si fa miracolo d’erba/residuo il rinverdirsi lieve a nettare di giorni.”C’è inquesta poetica l’aspirazione a un labile conforto, a un’apertura di luce, pur se il verdetto è: ”Siamo esuli da noi stessi/ con l’abito che mogstra il taglio banale/ senza cuciture né occhielli, /solo per coprire lo stretto necessario.” L’allegoria è particolarmente grandiosa e rivelativa, il nostro corpo è l’abito minimo, perché a stento copre l’anima che aspira all’altezza dello spirito partecipe del divino, e l’ascensione alla trasfigurazione celeste è difficile, precaria, contraddittoria, mai ampiamente conclusa, perché il mondo offre minimi episodi di chiarezza, pochi modelli di perfezione per il conforto del cuore. Per emblemi il discorso di Ninnj Di Stefano Busà giunge all’esemplarità dei concetti. Intorno c’è il turbinare delle apparenze, delle forme e delle vicende della natura, degl’innumerevoli episodi, esperienze umane, e di fronte ecco le sentenze, le verità, le aspirazioni e il dolore. VIVO NEL NON TEMPO è uno dei testi, a mio avviso, più significativi. Non è, (si badi bene) un giudizio e una considerazione sulla propria vicenda di vita e di pensiero, ma la suprema spiegazione più logica della condizione di tutti gli uomini, fra pena che trascina l’anima nella violenza confusa delle situazioni e il volo verso il cielo, cui l’anima semplicetta di cui parla Dante è orientata, ma è la tensione irresistibile, eppure sempre così difficile, faticosa, delusa, ferita. Si espongono i versi:” Vivo nel non tempo, /limbo di trasmutazione, /spirale d’anni a stringere indizi,/ mutazioni d’oro falso/ spese a imparare il respiro della spiga, o dello stelo/ incantati a gemme di silenzio./ Rispondo come posso a questa vita/…/ Sul corpo segni di ferite, /sul volto la cipria aurorale di giunchiglia,/ come Euridice mi volgo indietro,/ mentre mi sbarazzo delle ali.” La costruzione poetica di Ninnj Di Stefano Busà è costantemente dichiarativa, per poi svolgersi fino alla sequenza degli emblemi, delle metafore che tendono ad accogliere da un testo all’altro, e da una raccolta all’altra, gli aspetti e le forme dell’esperienza esistenziale, che si mantengono sempre a livelli molto alti, (bontà della poesia quando è vera!) con toni sacrali, ma anche dolorosi fino a concludersi in una compresenza di immagini, di indizi che anelano alla profondità dell’anima. Il discorso non è mai dettato dalla vicenda personale del poeta, ma si esplicita come significato universale, per i tempi e i luoghi che sono del tempo stesso di contraddizione, di crisi, di assenza di valori, e quasi privi del tutto del sacro e del sublime. Cito per l’occasione altro testo esemplare: IL ROSSO DEL RUBINO, che inizia da un concetto generale, per piegare quasi subito dopo all’evocazione emblematica e naturalistica dell’inverno, come analogia con l’umano, e proprio con quella stagione che preannuncia il germoglio della rinascita (splendida l’immagine della stella alpina, fiore del gelo e delle Alpi), evoca la melograna come luce che avvampa la vita:”Il nostro andare è tutto in una relativa conquista,/ una piccola distesa verde che fa la differenza, tra il dare e l’avere./ Qualcuno vi respira l’aria rarefatta/ dell’inverno, il mistero di un brivido/ appena percepito che lascia prevedere/ il suo germoglio, la sua stella alpina/ al vertice del suo camminamento./ Lontano si accende il rosso del rubino/ perché il rischio del morire, /non coincida col dolore./La vita si arrota intorno alla pochezza/ del suo tragico specchio, tu lascia che si compia il cupio suo dissolvi/ e detti le linee di confine quell’attimo giocoso,/ il più propizio per non dimenticare”. Questa raccolta poetica è, allora, un supremo modello di varianti che si commisura con l’abbondantissima scrittura del pensiero e delle proposte, uno spartito denso di concetti e di immagini, di indagini e scavi intorno all’esistente e all’assente. La poesia di quest’autrice è un florilegio che si avvale di un ritmo particolarmente efficace, fascinoso, che dà esiti felicemente raggiunti, ma è anche una lezione di poesia per le molteplici varianti che adotta nell’endecasillabo, che a seconda dell’esigenza del discorso, a volte, si contrae o si prolunga, altre si armonizza e si allinea ad un’atmofera intensa, di grandissime aperture che fanno molto riflettere. Un componimento dedicato a Silvio offre una siglia meravigliosa e potente: “Ora vedi, ci sconfigge il nulla,/ un briciolo di pietà forse ci eternerà./ Poi l’alba ripeterà canti nuovi… (il verso riprende i canti nuovi della Bibbia?). E’ il segno che stabilisce in modo forte e deciso la verità della poesia indefettibile, straordinaria, forte e potente di questa scrittrice che, lo andiamo ripetendo da anni ormai, è giunta a segnali altissimi di lirismo. (Giorgio Bàrberi Squarotti)